Piccoli trucchi per recuperare la positività

Per qualcuno “pensare positivo” è più facile che per altri. Anche per queste persone è possibile che alcune situazioni o sensazioni diano la sensazione di svilimento e facciano vivere la vita con sentimenti di tipo depressivo. Per altri il concetto di “positive mind” è qualcosa di nebuloso…per tutti alcuni semplici consigli per recuperare l’energia e la positività.  Non fatevi abbattere dalla sensazione “giù di corda” e reagite:

Per prima cosa cercate di fare qualcosa di manuale come ad esempio aggiustare un oggetto. Che sia cambiare una lampadina o attaccare un bottone poco importa è importante per la concentrazione, contribuisce ad aumentare la fiducia in se stessi ed offre un senso di controllo.

PER POST POSITIVITY

Imparate a fare qualcosa per voi stessi ogni giorno. Nella vita di tutti i giorni specie le mamme e le donne mettono se stesse in “fondo alla lista” E’ora di dare priorità ai propri bisogni e necessità. A volte vasta davvero poco: farsi un piccolo regalo  (non necessariamente costoso!) , prendere uno spazio relax (dal parrucchiere o un’oretta per un massaggio..), anche solo prendere un caffè in giardino o sulla terrazza sfogliando una rivista. Poter occupare del tempo con queste attività non può che far del bene al vostro umore.

Andando sempre di corsa si fnisce per lasciarsi sempre dietro qualcosa ed è come se nella testa avessimo lasciato dei “file”aperti. Prendere in mano le cose lasciate indietro vi darà subito la sensazione di compiutezza e soddisfazione.

Fondamentale è imparare a prevenire lo stress. Createvi obiettivi realizzabili e procedete a piccoli passi. Questo vi aiuterà a sentirvi più realizzati e contrinìbuirà a sentirvi sereni nel lungo termine. Avere un obiettivo è importante, non l’obiettivo stesso.

Una cosa da non tralasciare sono gli affetti spesso sacrificati per stanchezza. Rispondere ad una telefonata o ad un messaggio in modo svogliato allontana parenti ed amici. Prendetevi il giusto tempo per un saluto o una chiacchierata in tranquillità. Poter interagire con le persone in modo sereno dedicargli tempo è necessario per la vostra armonia.

L’amico immaginario

Per gli insegnanti della scuola dell’infanzia ed i genitori di figli ormai grandi è un fatto abbastanza scontato, ma per i neo genitori quella dell’amico immaginario è una faccenda seria che crea dubbi sulla normalità del bambino.

In realtà è abbastanza comune che un bambino tra i 3 e gli 8 anni possa inventare un amico immaginario con cui giocare e parlare, non c’è nulla di patologico anzi favorisce l’arricchimento della vita personale del bambino. I bambini che hanno avuto l’amico immaginario crescendo risultano meno timidi e con maggiori capacità comunicative rispetto ai coetanei.

Generalmente il compagno immaginario ha la stessa età del bambino e lo stesso sesso, ma non è la regola. In alcuni casi assumono le caratteristiche di un supereroe in altri casi sono avvolti da storie magiche, questo dipende molto dagli interessi e dalla storia personale del bambino. I nomi spesso sono inventati o storpiati , quasi a creare un linguaggio unico e segreto.

IMG_0067

A questa età il bambino non è ancora in grado di distinguere tra realtà e fantasia e costruendo un mondo immaginario impara a definire i confini tra realtà e funzione e ad affrontare i propri impulsi negativi come la paura o l’odio o la gelosia. Il piccolo sa perfettamente che la sua creazione non è reale e ne comprende la fragilità. Ecco perché spesso ne tiene lontani gli adulti, la cui intrusione rischia di limitare il valore esplorativo del suo gioco.

Attraverso gli amici immaginari il bambino conosce meglio se stesso, ha la possibilità di assumere ruoli che gli permettono di identificarsi con l’uno o con l’altro dei genitori. Inizia ad esercitare un’autorità e disporre di un’autonomia. Nella vita di tutti i giorni l’amico immaginario tende a portar fuori tutte le emozioni e preoccupazioni del bambino risulta quindi essere una creazione positiva , una fonte di energia. Spesso per un genitore può essere difficile instaurare una relazione con il bambino ed il suo amico immaginario. La cosa importante è non prendere in giro il bambino o insistere sul fatto che non esiste. D’altro canto non bisogna neanche enfatizzare la sua presenza parlandone troppo o coinvolgendo nelle attività l’amico immaginario.

Questi nel tempo tenderà a svanire ed in genere non è necessario alcun intervento psicologico, ma è importante verificare che il bambino non si senta solo o triste oppure che non riesca più a distinguere tra realtà e fantasia rifiutandosi di giocare con bambini in carne ed ossa e mantenendo una relazione esclusiva con l’amico immaginario.

Maschere ed identità

In un mondo dove l’immagine è tutto appare sempre più evidente la necessità di riappropriarsi di se stessi, di far cadere la maschera è apparire esattamente come siamo con le nostre difficoltà, desideri e sogni.  Diventa così attuale l’analisi dell’esistenza individuale di Erich Fromm che fa una differenziazione tra Avere e Essere descrivendole:

    “Avere e essere rappresentano due visioni integrali della vita che , in quanto tali investono la totalità del mondo esistente e determinano una valutazione diametralmente opposta dell’ordine spirituale e della realtà sensibile”.

Il nostro modo di esistere dunque può essere destinato verso una modalità dell’avere in cui la concezione del mondo statica, il possesso e l’apparire diventano modalità costitutive dell’uomo, o verso una modalità orientata all’essere, dimensione dell’esistere dinamica, in continua trasformazione e che non si risolve mai nelle manifestazioni esteriori. Quindi in questa dimensione la distinzione tra modalità dell’avere e dell’essere è particolarmente difficile in quanto viviamo in una società e in un’epoca orientata all’avere.

togliere la maschera

“Essere significa vita che si esprime come incessante attività e perenne motivo di trasformazione, energia che, incessantement,e muove l’individuo verso la realizzazione piena di sé e delle proprie possibilità spirituali. Avere significa stasi, paralisi delle disposizioni interiori dinamiche, attaccamento al proprio ego ed incapacità di realizzare un principio di produttività sociale”.

Apparire è mettersi in mostra, l’immagine è qualcosa che si spende per contattare l’altro (reale o virtuale). La nostra società fa riferimento a modelli ed immagini – idolo, lo sa bene il mondo del marketing e della pubblicità che sfrutta questi modelli creando necessità “non necessarie”.  Ecco quindi spiegata la corsa all’acquisto di beni materiali che ci permettono di essere “come” di acquisire uno status che ci faccia sentire adeguati ed accettati e forse meno soli. La solitudine in fondo come dice Fromm è la grande paura di ogni essere vivente ed in ogni epoca si cerca di trovare una soluzione a questo annoso problema.

Per essere accettati e far parte di un tutto spesso si recita un copione, si indossano maschere che obbligano a vivere in schemi da cui è difficile uscire. Una maschera però non dura a lungo e se sotto non c’è un’identità vera prima o poi si rivela. In psicologia le dispercezioni sono causa di dipendenze, di comportamenti ossessivi, di disturbi alimentari. Esprimono una sorta di lotta tra l’essere e l’apparire, poichè la necessità di essere adeguati ed essere accettati è sempre molto forte.

Il senso di solitudine

Oggi vi propongo una riflessione sul senso di solitudine. Tema attuale sebbene la tecnologia ci dia l’impressione di essere sempre connessi e presenti nella vita degli altri.

Il senso di solitudine provoca l’ansia; anzi , è l’origine di ogni ansia. Essere soli significa essere indifesi, incapaci di penetrare attivamente il mondo che ci circonda; significa che il mondo può accerchiarci senza che abbiamo la possibilità di reagire. Oltre a ciò è fonte di vergogna e spesso senso di colpa.

libro

Bisogno primario dell’uomo è quindi il bisogno di superare l’isolamento, di evadere dalla prigione della propria solitudine. L’uomo di qualsiasi età e civiltà è messo di fronte alla soluzione dell’eterno problema ovvero di come superare il senso di solitudine : dall’uomo delle caverne, al contadino egiziano, al navigatore fenicio fino al moderno impiegato tutti cercano una soluzione.

Le soluzioni sembrano molteplici, ma in realtà sono limitate e sono solo proposte dall’uomo nelle varie civiltà in cui è vissuto. La storia della religione e della filosofia è la storia di queste soluzioni, delle loro diversità, dei loro limiti. Le soluzioni dipendono, fino ad un certo limite, dal grado d’individualità raggiunto dall’uomo nell’infanzia.

Riflessioni da : L’arte d’amare di Erich Fromm

Alla scoperta delle emozioni

Durante la giornata veniamo sottoposti a tante emozioni, sia di natura positiva che negativa. Il nostro impegno emotivo è quindi costante. Come influenzano le emozioni i nostri vissuti, le nostre scelte? Quando parliamo di emozioni dobbiamo pensare ad una serie di modificazioni che avvengono nel nostro corpo a livello endocrino, cardiaco, respiratorio che ci coinvolgono a livello psichico ( modificando ed orientando il nostro pensiero) , ma anche a livello di mimica facciale (cambiamenti in risposta ad alcuni eventi) e naturalmente di comportamento con reazioni tipo attacco o fuga.  In tanti hanno studiato le emozioni cercando di definirle e categorizzarle. La più importante definizione è quella di emozioni primarie e secondarie.

per emozioni

Le emozioni primarie sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali e comprendono:

  • rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;
  • paura, emozione dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;
  • tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;
  • gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;
  • sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;
  • disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;
  • disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.  Esse sono:

  • allegria, sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo;
  • invidia, stato emozionale in cui un soggetto sente un forte desiderio di avere ciò che l’altro possiede;
  • vergogna, reazione emotiva che si prova in conseguenza alla trasgressione di regole sociali;
  • ansia, reazione emotiva dovuta al prefigurarsi di un pericolo ipotetico, futuro e distante;
  • rassegnazione, disposizione d’animo di chi accetta pazientemente un dolore, una sfortuna;
  • gelosia, stato emotivo che deriva dalla paura di perdere qualcosa che appartiene già al soggetto;
  • speranza, tendenza a ritenere che fenomeni o eventi siano gestibili e controllabili e quindi indirizzabili verso esiti sperati come migliori;
  • perdono, sostituzione delle emozioni negative che seguono un’offesa percepita (es. rabbia, paura) con delle emozioni positive (es. empatia, compassione);
  • offesa, danno morale che si arreca a una persona con atti o con parole;
  • nostalgia, stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere;
  • rimorso, stato di pena o turbamento psicologico sperimentato da chi ritiene di aver tenuto comportamenti o azioni contrari al proprio codice morale;
  • delusione, stato d’animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà.

Quindi, le seconde sono delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

 

Fonte: stateofmind.it