Conosciamo la METACOGNIZIONE

La metacognizione è la capacità di osservare, comprendere e gestire i propri processi mentali. In altre parole, è il “pensiero sul pensiero”: ci aiuta a capire come impariamo, prendiamo decisioni e reagiamo alle situazioni.

È uno strumento potente perché permette di:

riconoscere i propri punti di forza e di difficoltà
migliorare l’apprendimento
regolare emozioni e comportamenti

Un aspetto centrale riguarda i pensieri negativi. Spesso emergono in modo automatico (“non ce la farò”, “non sono abbastanza bravo”), influenzando le nostre azioni e il nostro umore. La metacognizione ci aiuta a intercettarli, metterli in discussione e sostituirli con valutazioni più realistiche.

Non si tratta di “pensare positivo” a tutti i costi, ma di sviluppare consapevolezza: capire cosa stiamo pensando e perché.

Allenare la metacognizione significa diventare più lucidi, autonomi e resilienti nel tempo.

Ecco una serie di vignette esplicative:

Il diario della primavera: un’attività per adulti per riscoprire lo sguardo

In un mondo dominato da notifiche, schermi e ritmi accelerati, l’idea di fermarsi a osservare può sembrare quasi sovversiva. Eppure, proprio da un’attività pensata per insegnare ai bambini nasce uno spunto sorprendentemente potente anche per gli adulti: tenere un diario della primavera.

Non serve molto: un quaderno qualsiasi, un po’ di tempo e la disponibilità a rallentare. Quello che cambia è l’intenzione. Non si tratta più solo di educare, ma di ri-educarsi allo sguardo.

Un esercizio semplice, ma non banale

L’attività è essenziale nella sua struttura: uscire qualche volta a settimana, in un parco, in giardino o semplicemente lungo una strada alberata, e osservare. Non “guardare distrattamente”, ma osservare davvero.

Cosa è cambiato rispetto all’ultima volta?
Un ramo ha nuove foglie?
Un fiore è sbocciato dove prima non c’era nulla?
Quali suoni riempiono l’aria?

Per un adulto, abituato a filtrare la realtà in modo automatico, questo esercizio diventa una pratica di attenzione consapevole. È un modo per interrompere il pilota automatico e ritrovare il dettaglio.

Il diario come spazio personale

Una volta rientrati, si apre il quaderno. Ma qui l’attività si trasforma.

Non è più solo raccolta di elementi naturali: è narrazione.
Si possono annotare:

  • la data e il luogo
  • ciò che si è osservato
  • una sensazione, un pensiero, un ricordo evocato

Chi ama scrivere può costruire brevi testi. Chi preferisce il linguaggio visivo può disegnare, incollare foglie, petali o frammenti raccolti. Non esiste un formato giusto: il diario può essere rigoroso, quasi scientifico, oppure libero e poetico.

Col tempo, diventa un archivio intimo, una mappa stagionale della propria esperienza.

Allenare i sensi: non solo vedere

Un elemento interessante, spesso trascurato, è l’ascolto.

Prima di scrivere, si può provare a chiudere gli occhi per qualche secondo e concentrarsi sui suoni:

  • il vento tra le foglie
  • il canto degli uccelli
  • il rumore lontano della città
  • la pioggia

Trascrivere o rappresentare questi suoni aiuta a espandere la percezione. L’esperienza non è più solo visiva, ma multisensoriale. Per un adulto, questo significa uscire dalla logica produttiva e rientrare in una dimensione più percettiva.

Il valore del tempo che si trasforma

Il vero cuore di questa attività è la continuità.

Tornare sulle stesse pagine dopo giorni o settimane permette di vedere il cambiamento: un albero prima spoglio che si riempie di fiori, un prato che torna verde, una luce che muta.

Questo processo rende il tempo tangibile. Non più qualcosa da inseguire o gestire, ma da osservare mentre accade.

Per gli adulti, è un’esperienza rara: riconnettersi con un tempo naturale, ciclico, diverso da quello frammentato della quotidianità.

Una piccola rivoluzione quotidiana

Tenere un diario della primavera non è solo un passatempo creativo. È una pratica di rallentamento, di attenzione e di presenza.

Non richiede competenze particolari, né strumenti costosi.
Non ha obiettivi produttivi.
Non deve “servire” a qualcosa.

E proprio per questo funziona.

L’unica vera regola resta la più semplice: uscire, osservare e lasciarsi sorprendere.

Violenza sulle donne: riconoscere i segnali precoci

Non succede all’improvviso a volte si insinua facendovi addirittura dubitare di voi, per questo è importante riconoscere e non sottovalutare alcuni segnali. La violenza fisica non inizia MAI all’improvviso, è preceduta da comportamenti molto subdoli quali controllo, manipolazione o aggressività psicologica.

Ci sono segnali psicologici molto sottili che spesso all’inizio sembrano normali o addirittura segni di affetto, ma con il tempo possono diventare forme di manipolazione o controllo. Riconoscerli presto può aiutare a capire se una relazione sta prendendo una direzione pericolosa.

1. Ti fa dubitare di te stessa (gaslighting)

  • Dice che ricordi male le cose o che stai esagerando.
  • Nega fatti evidenti.
  • Alla fine inizi a chiederti: “Forse ho capito male io…”.

2. Critiche “travestite” da consigli

  • Commenti tipo:
    • “Lo dico per il tuo bene.”
    • “Se fossi più intelligente faresti così.”
  • All’inizio sembrano suggerimenti, ma minano lentamente l’autostima.

3. Amore molto intenso all’inizio

  • Dichiarazioni fortissime dopo poco tempo.
  • Vuole accelerare tutto: convivenza, impegni, esclusività.
  • Questo comportamento è spesso chiamato love bombing.

4. Vittimismo continuo

  • Racconta che tutti lo hanno sempre tradito o trattato male.
  • Gli ex partner sono sempre descritti come “pazzi” o “cattivi”.
  • Così crea empatia e giustifica comportamenti problematici.

5. Senso di colpa costante

  • Ti fa sentire responsabile del suo umore.
  • Se è arrabbiato o triste, sembra sempre colpa tua.

6. Piccoli test di controllo

  • Prova a vedere quanto sei disposta a cedere:
    • “Se mi amassi davvero faresti questo.”
    • “Non ti costa niente rinunciare a quella cosa.”

7. Minimizzare i tuoi sentimenti

  • Quando esprimi un disagio dice:
    • “Sei troppo sensibile.”
    • “Stai facendo un dramma.”

8. Alternanza caldo-freddo

  • Un giorno molto affettuoso, il giorno dopo distante o freddo.
  • Questo crea confusione emotiva e fa cercare sempre la sua approvazione.

Ascoltati: un segnale importante è come ti senti nella relazione. Se ti senti:

  • confusa
  • in colpa
  • sotto pressione
  • meno sicura di te stessa
  • questi segnali ti dicono che c’è qualcosa che non va prendi le distanze e parlane con un’amica. Non aver paura del giudizio e cerca aiuto se non riesci a staccarti.

Le radici della violenza di genere

Ci troviamo di fronte ad un momento storico importante il numero di femminicidi non significa che c’è un aumento di “matti” in giro, ma sicuramente di molti uomini che si sentono frustrati, insicuri e che non hanno un punto di riferimento culturale come uomini.

Uomini anche giovani a cui è stato insegnato che il non rispetto e la svalutazione della donna sono normali e che non accettano che una donna possa fare scelte o possa avere una sua idea delle cose.

un momento del mio intervento all’evento di sabato 21 marzo 2026

*Si continua a discutere sul perché dei femminicidi e c’è ancora qualcuno che parla di malati di mente. Ma quando un fenomeno si ripete ogni giorno e in tutto il mondo non si possono attribuire i delitti a dei raptus ma dobbiamo constatare una intenzione generale di riconquista del potere.

Si tratta, come ormai risulta chiaro, di una volontà di punizione, diffusa e condivisa, di cui gli esecutori spesso non sono consapevoli. Nel mondo patriarcale è montata una rabbia vendicativa e una voglia di riportare l’ordine nelle famiglie colpendo e punendo le donne che pretendono autonomia e libertà, riconoscimenti professionali e prestigio.

Tutte cose che implicano un nuovo potere. Ricordiamo che la conquista di nuovi poteri è sempre stato il detonatore per lo scoppio di guerre fra popoli e fra Stati. Si pensi alle rivolte dei contadini contro i feudatari, o le lotte dei democratici contro i proprietari di schiavi e non ultimo gli scontri fra le donne che chiedevano il voto e i governi che lo rifiutavano. Molti, i più saggi e i più generosi, capiscono e si adattano, qualcuno mugugnando, ma l’intelligenza e la comprensione fa loro intendere che non si tratta di una catastrofe identitaria ma di una rinuncia ad alcuni privilegi e ad alcune abitudini millenarie. Altri, i più ignoranti, i più narcisisti, i più spaventati, non riescono ad accettare i cambiamenti e la conseguente perdita di potere. E, presi da terrore, si accaniscono sul corpo ribelle.

locandina evento del 21 marzo 2026

L’ultimo caso del giovane che per mesi ha cercato di avvelenare la moglie incinta e poi l’ha uccisa con trentasette coltellate ci fa capire quanto sia drammatica per certi uomini la perdita di poteri e privilegi che considerano naturali ed eterni. Come rimediare? Se concordiamo sulla idea che non si tratta di casi

Personali ma di una tendenza mondiale dovuta alla paura di perdere una identità virile storica, appartenente per «grazia divina» al genere maschile, non se ne uscirà. La sola cosa possibile è agire sulla cultura, sulle abitudini identitarie, sulle disparità di genere, sulla misoginia linguistica. Tutte cose ancora profondamente radicate. E non sarà facile, perché le radici si estendono in spazi interiori arcani e segreti.

Riconoscere i segnali precoci prima che una relazione diventi violenta è molto importante. Nella maggior parte dei casi la violenza fisica non inizia all’improvviso, ma è preceduta da comportamenti di controllo, manipolazione o aggressività psicologica.

Ci sono segnali psicologici molto sottili che spesso all’inizio sembrano normali o addirittura segni di affetto, ma con il tempo possono diventare forme di manipolazione o controllo. Riconoscerli presto può aiutare a capire se una relazione sta prendendo una direzione pericolosa.

*Dacia Maraini/Diario degli anni difficili editore Soferino

Nessuno è immune alla violenza sulle donne: la prevenzione come responsabilità collettiva

La violenza sulle donne non è un fenomeno lontano, raro o limitato a determinati contesti sociali. È una realtà diffusa, complessa e spesso invisibile che attraversa culture, classi sociali, livelli di istruzione e generazioni. Dal punto di vista della psicologia, una delle verità più difficili ma necessarie da accettare è che nessuno è completamente immune: né le potenziali vittime né le persone che, in determinate circostanze, possono diventare autori di comportamenti violenti. Proprio per questo la prevenzione rappresenta lo strumento più potente per contrastare questo fenomeno.

Comprendere le radici psicologiche della violenza

La violenza di genere non nasce improvvisamente. Spesso è il risultato di dinamiche psicologiche, culturali e relazionali che si sviluppano nel tempo. Tra i fattori più studiati dalla psicologia troviamo il bisogno di controllo, la difficoltà nella gestione delle emozioni, modelli relazionali appresi durante l’infanzia e stereotipi culturali profondamente radicati.

Molti uomini che agiscono comportamenti violenti non si percepiscono inizialmente come aggressori. La violenza può iniziare con atteggiamenti di controllo, gelosia, svalutazione o isolamento della partner. Questi segnali, spesso minimizzati o normalizzati, rappresentano invece indicatori precoci di una relazione disfunzionale.

Il mito dell’immunità

Una delle credenze più pericolose è l’idea che “a me non succederà” o che la violenza riguardi solo determinate categorie di persone. Questo mito dell’immunità impedisce di riconoscere i segnali di rischio e ritarda la richiesta di aiuto.

Dal punto di vista psicologico, chiunque può trovarsi coinvolto in una dinamica violenta, sia come vittima sia come persona che sviluppa comportamenti aggressivi, soprattutto in presenza di stress, difficoltà emotive non elaborate o modelli relazionali disfunzionali. Riconoscere questa vulnerabilità comune non significa giustificare la violenza, ma comprenderne la complessità per poterla prevenire.

La prevenzione: educazione emotiva e relazionale

La prevenzione della violenza sulle donne deve iniziare molto prima che il problema si manifesti. Uno degli strumenti più efficaci è l’educazione emotiva e affettiva, soprattutto nelle scuole. Imparare a riconoscere le proprie emozioni, gestire la rabbia, comunicare in modo rispettoso e costruire relazioni basate sull’uguaglianza sono competenze fondamentali per la salute psicologica e sociale.

Educare al rispetto e alla parità significa anche mettere in discussione stereotipi di genere che associano la mascolinità al dominio e la femminilità alla sottomissione. Questi modelli, spesso trasmessi inconsapevolmente dalla famiglia, dai media o dal contesto culturale, possono contribuire a normalizzare comportamenti di controllo o possesso.

Il ruolo della comunità

La prevenzione non è solo una responsabilità individuale ma collettiva. Amici, familiari, colleghi e istituzioni possono svolgere un ruolo fondamentale nel riconoscere segnali di disagio o situazioni potenzialmente pericolose.

Intervenire non significa necessariamente confrontarsi direttamente con chi agisce violenza, ma offrire ascolto, supporto e informazioni a chi potrebbe trovarsi in difficoltà. Spesso le vittime di violenza sperimentano isolamento, senso di colpa o paura di non essere credute; un ambiente sociale attento e non giudicante può fare la differenza.

Verso una cultura della responsabilità

Affrontare la violenza sulle donne richiede un cambiamento culturale profondo. La psicologia ci insegna che le relazioni sane si basano su empatia, rispetto reciproco e capacità di gestire i conflitti senza ricorrere alla sopraffazione.

Riconoscere che nessuno è completamente immune significa assumersi una responsabilità: osservare i propri comportamenti, mettere in discussione modelli relazionali dannosi e promuovere una cultura del rispetto.

La prevenzione non è solo un insieme di strategie, ma un processo culturale e psicologico che coinvolge l’intera società. Solo attraverso consapevolezza, educazione e responsabilità condivisa sarà possibile ridurre realmente la violenza di genere e costruire relazioni più sane e sicure per tutti.

Lascia andare il controllo e recupera energia: dalla teoria alla pratica

Ti capita di voler controllare tutto? Le situazioni, le persone, le conversazioni, persino ciò che potrebbe accadere domani.
All’inizio sembra una strategia utile: controllare significa prevenire problemi, evitare errori, proteggersi. Ma spesso accade il contrario. Più provi a controllare, più ti senti stanco, teso e frustrato, e le relazioni iniziano a risentirne.

Secondo lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, il bisogno di controllo nasce spesso dalla paura. Non è una vera forza psicologica, ma un tentativo di evitare l’ansia legata all’incertezza.

Quando interpreti continuamente ciò che fanno gli altri, insisti perché le cose vadano in un certo modo o cerchi di anticipare ogni possibile scenario, in realtà non stai controllando la tua vita: stai cercando di evitare la paura di non sapere come andrà a finire.

Il paradosso è proprio questo: finché cerchi di controllare tutto, sei tu a essere controllato.
Le situazioni che provi a forzare finiscono per governare le tue emozioni.


Il paradosso della resa

Jung parlava di “paradosso della resa”. È un concetto semplice da comprendere a parole, ma molto difficile da integrare davvero a livello psicologico. Lasciar andare il controllo non significa arrendersi o diventare passivi. Significa interrompere quel meccanismo mentale che ti mantiene costantemente in tensione e iper-vigilanza.

In altre parole:

  • non lasci andare la tua volontà
  • lasci andare la rigidità con cui cerchi di forzare la realtà

Quando smetti di stringere la presa, succede qualcosa di sorprendente:
la tua energia mentale torna disponibile. La mente si rilassa, la percezione si chiarisce e inizi a vedere soluzioni che prima non riuscivi a cogliere perché eri troppo concentrato a controllare ogni dettaglio.


Esempio nelle relazioni

Immagina una relazione in cui una persona sente il bisogno di controllare continuamente l’altro. Controlla i messaggi, analizza ogni parola, interpreta i silenzi, cerca rassicurazioni costanti.

Il risultato?

  • aumenta la tensione
  • cresce la diffidenza
  • la relazione diventa soffocante

Quando invece quella persona prova a lasciare spazio all’incertezza, smettendo di monitorare ogni segnale, spesso accade qualcosa di diverso: la relazione respira, la fiducia può svilupparsi e l’ansia diminuisce.


Esempio sul lavoro

Pensiamo anche al lavoro.

Una persona molto controllante tende a:

  • ricontrollare tutto dieci volte
  • non delegare
  • anticipare ogni possibile problema

Questo atteggiamento porta facilmente a stress e burnout.

Quando invece si accetta che non tutto può essere previsto o gestito, diventa più facile:

  • delegare
  • collaborare
  • prendere decisioni più lucide

Paradossalmente, si diventa più efficaci proprio quando si smette di voler controllare ogni cosa.


Esempio nella vita quotidiana

Un esempio semplice riguarda l’ansia per il futuro.

Molte persone passano ore a immaginare scenari:

  • “E se succede questo?”
  • “E se va male?”
  • “E se non sono pronto?”

Questo continuo tentativo di anticipare il futuro crea tensione mentale e prosciuga energia.

Quando invece si accetta una verità fondamentale — il futuro non è completamente controllabile — la mente può tornare al presente. E proprio nel presente diventano più visibili le azioni concrete da fare.


La vera forza psicologica

La vera forza psicologica non sta nel controllare tutto.
Sta nella capacità di restare presenti anche quando non possiamo controllare ogni dettaglio.

Questo richiede fiducia:

  • fiducia nelle proprie risorse
  • fiducia nella capacità di adattarsi
  • fiducia nel fatto che non tutto deve essere perfetto per funzionare

Quando smetti di trattenere e di forzare, succede qualcosa di importante: recuperi energia e potere su te stesso.


Un piccolo esercizio

Prova a portare questo principio in diversi ambiti della tua vita:

  • nelle relazioni, lasciando più spazio all’altro
  • nel lavoro, accettando che non tutto dipende da te
  • in famiglia, evitando di voler gestire ogni dinamica

Chiediti semplicemente:
“Sto agendo davvero o sto solo cercando di controllare ciò che mi spaventa?”

A volte il passo più potente non è fare di più.
È allentare la presa.

Perché spesso è proprio quando smetti di controllare tutto che inizi davvero a ritrovare te stesso.

Puoi cambiare la tua vita…oppure no!

Sai cosa succede davvero quando rimandi una decisione importante?

Nulla.

La vita continua esattamente come prima.

Sicuramente hai un sogno nel cassetto. Da vorrei imparare l’inglese a vorrei perdere peso o vorrei iscrivermi in palestra, vorrei migliorare la mia situazione lavorativa, finanziaria, sentimentale…vorrei vorrei vorrei.

Tanti vorrei che invece di essere stimolanti diventano una zavorra. Vorrei che bloccano. Spengono i desideri e l’azione. Ma in fondo solo tu puoi decidere se una o tutte quelle cose che “vorresti” fanno per te e meritano la tua attenzione..

Tranquillo, va bene. Non accadrà niente di clamoroso se decidi di non provare neanche.

Le tue giornate scorreranno come sempre.

● Gli stessi blocchi emotivi che ti frenano
● Le stesse situazioni che ti prosciugano le energie
● Le stesse relazioni tossiche che ti tirano giù
● Gli stessi obiettivi rimandati a “quando sarà il momento giusto”
● La stessa sensazione di vivere al 30% del tuo potenziale

Forse continuerai ad arrivare a sera con quella stessa inquietudine di sempre.

Con gli occhi stanchi fissati nel vuoto, chiedendoti dove siano volate le ore.

Con il pensiero di tutte le cose che avresti potuto fare… e che, ancora una volta, non hai fatto.

Dentro di te resteranno quelle domande che non dici a nessuno:
“È davvero questa la mia vita?”
“E se fossi destinato a qualcosa di più grande?”
“Perché sento di sprecare tempo che non tornerà più?”

Il sospetto, difficile da ammettere ad alta voce, che stai vivendo molto al di sotto di ciò che potresti essere.

E intanto, vedrai gli altri crescere, evolversi, realizzarsi.

Mentre tu resti fermo in quella zona grigia, dove “si tira avanti”.
Tuttavia — se questa vita ti basta, niente da dire.

Non hai bisogno di fare nulla.

Ma se dentro di te senti che – tutto sommato – qualcosa da migliorare ancora c’è…

Se hai letto fino a qui proprio queste riflessioni* possono essere quel punto di svolta che aspetti da sempre.

La scelta è semplice:
❌ Puoi rimandare ancora.
✅ Oppure decidere che è ora di prendere in mano la tua vita

In bocca al lupo qualsiasi sia la tua scelta. Se vuoi condividere le tue difficoltà ti invito a contattarmi.

*ispirato ad una mail di Roberto Re mio formatore

Definire il problema

Quando ci troviamo di fronte ad un problema, che sia di grandi o piccole dimensioni, in base al suo impatto nella nostra vita, siamo colti da smania di andare oltre il problema.

Cerchiamo soluzioni veloci, poco importa se magari non sono efficaci:  la cosa importante è sbarazzarci di ciò che ci fa male, limita o danneggia nel più breve tempo possibile per poi passare alla nostra vera vita, quella che riteniamo sia fuori dal problema per intenderci.

Credo che chiunque stia leggendo queste affermazioni si senta in accordo, perché la soluzione diviene il nostro obiettivo ovvero sbarazzarci del problema. In questo vortice in genere, anche le persone diciamo più illuminate compiono un errore: ovvero non danno una valutazione accurata del problema ovvero non lo definiscono.

Questo passaggio in genere è sorvolato e dato per scontato, ma purtroppo non lo è. Definire il problema da tutte le prospettive è fondamentale. Spesso infatti i nostri preconcetti limitano la visione del problema e di conseguenza la soluzione più idonea.

Definire il problema ci obbliga a concentraci attraverso un procedimento, che ha il compito di evitare che le nostre idee e le nostre interpretazioni possano portarci fuori strada.

Noi umani abbiamo la tendenza a vedere la realtà che conferma le nostre idee e ciò che crediamo di sapere. E’ una sorta di autoinganno che porta ad una soluzione del problema su supposizioni piuttosto che sulla realtà. Rivedere e rivedere le caratteristiche del problema è il miglior modo per arrivare ad una soluzione efficace. Anche qui però c’è un ostacolo: alcune persone tendono a “girare attorno” senza mai decidere per una soluzione. Si creano continuamente gli alibi per non prendere una decisione, ma questo è un altro autoinganno.

In breve non fermatevi alla prima soluzione, definite il problema senza “paraocchi” e valutate il risultato di ogni possibile intervento.

Prima di passare all’azione contate fino a 10!

Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo.

“Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo” dice un vecchio adagio che racchiude una saggezza antica che i tempi moderni con la loro frenesia cercano di oscurare.

Quando siamo di fronte ad un problema tendiamo a volerlo risolvere tutto in una volta e chiaramente nel più breve tempo possibile. Un problema non è un cerotto e ha i suoi tempi. Molte volte, specie per un problema complesso, la cosa più saggia è iniziare da un aspetto, sbloccare e poi passare ad un altro aspetto. Spesso risolvere un problema significa effettuare un cambiamento, ma a noi umani piace troppo stare nella zona di confort per cui spesso, se per risolvere un problema è richiesto un cambiamento, tendiamo a tergiversare. Affrontare il problema in più parti significa anche abituarsi a piccoli cambiamenti e non ad uno solo magari drastico.

Tutti i “grandi” si comportano così: un pezzo alla volta!

Anche alla NASA per poter portare avanti progetti ambiziosi e costosi devono necessariamente passare per varie fasi e noi con i nostri problemi quotidiani, perché non dovremmo utilizzare le stesse strategie?

Cercate soluzioni semplici, non complicatevi la vita. A volte le soluzioni sono dietro l’angolo basta avere il coraggio di guardare e poi c’è un altro adagio (che saggezza nelle dicerie popolari!)  che nel bisogno si aguzza l’ingegno. Se vi date i giusti tempi e spezzettate il problema sarà senz’altro di più rapida soluzione.

Passando per gradi a volte non è necessario fare tutti i passaggi perché spesso slegati allentati i primi nodi il problema di risolve da sé. Certo non sempre si prende il giusto capo della matassa e a volte tocca fare più tentativi. Pensate come un giocatore di scacchi che mentre compie un’azione sta già valutando la mossa conseguente alla precedente.

Spesso vogliamo forzare i tempi per “risolvere il problema” , ma altrettanto spesso non è funzionale. Ogni cosa a suo tempo!

Le parole fanno la differenza

Molte persone non fanno caso alle parole che utilizzano. Troppo spesso l’uso di un linguaggio “poco educato” avviene già in famiglia. Non è solo colpa dei ragazzi o di un linguaggio “giovanile”. Osservo genitori parlare tra loro usando termini volgari e svalorizzanti e lo stesso fanno con i figli. Non dico di una “parolaccia” uscita in un momento di rabbia o goliardia, ma di parole utilizzate nel linguaggio quotidiano. Per alcune persone parole come grazie, prego, scusa non sono nel dizionario. Peccato. La qualità della nostra vita e le nostre relazioni dipendono moltissimo dal linguaggio che utilizziamo. Ho trattato tante volte questo argomento, ma oggi vorrei utilizzare una storiella trovata sul web. Leggetela e fatemi sapere cosa avete provato leggendola. Attendo i vostri commenti anche sui social!

#”Oggi ho portato due mele in classe.Entrambe belle, lucide, rosse. A occhio nudo, identiche. Ma solo io sapevo la verità: una delle due era caduta più volte prima della lezione. L’avevo raccolta con cura, senza romperla all’esterno. Sembrava perfetta… ma solo all’apparenza.

Ho chiesto ai bambini di osservarle. “Sembrano uguali”, “Devono essere buonissime”, “Mi viene voglia di mangiarle”, dicevano.

Poi ho fatto qualcosa di insolito. Ho preso la mela che avevo fatto cadere e ho cominciato a parlarle male. Le ho detto che era brutta, che non mi piaceva, che aveva un colore spento e un picciolo ridicolo. E ho chiesto ai bambini di fare lo stesso. All’inizio erano confusi. Uno ha sussurrato: “Ma… è solo una mela.”

Ma poi hanno seguito l’esempio: “Fai schifo”, “Nessuno ti vuole”, “Sembri marcia”, “Non servi a nulla”. Poi abbiamo preso l’altra mela. Quella rimasta “amica”. E le abbiamo detto parole belle: “Sei profumata”, “Hai un colore bellissimo”, “Scommetto che sei dolcissima.” Infine, ho tagliato le due mele davanti a loro.

Quella trattata con gentilezza era fresca, chiara, croccante. Quella che avevamo insultato… era molle, scura, piena di lividi dentro. Nella classe calò il silenzio. Nessuno parlava. Nessuno sorrideva. Avevano capito. Le parole che avevamo detto “per finta” a una mela, sono le stesse che ogni giorno qualcuno riceve davvero.

Parole che non si vedono, ma che lasciano segni. Non sulla pelle. Dentro. Ho raccontato ai bambini che anche io, solo pochi giorni fa, ho ricevuto parole che mi hanno ferita. Sorridevo. Sembravo serena. Ma dentro mi sentivo proprio come quella mela: ammaccata in silenzio. Le parole possono colpire più di uno schiaffo. E a volte fanno più male.

Per questo dobbiamo insegnare — ai bambini e a noi stessi — che ogni parola ha un peso. Che si può ferire anche con una frase detta per gioco. E che la gentilezza non è debolezza: è forza. È scelta. È amore.

E sapete cosa mi ha colpito più di tutto?Mentre gli altri insultavano la mela, una bambina si è rifiutata. Ha detto: “Io non voglio dire cose cattive. Anche se è solo una mela.” Quel gesto, così piccolo… vale più di mille lezioni. Le parole possono costruire o distruggere. Sollevare o spezzare. Restare dentro per anni.

La lingua non ha ossa, ma può spezzare un cuore. Usiamola con cura. Per amare, non per ferire. Per includere, non per escludere. Per guarire, non per lasciare cicatrici. Perché dietro ogni sorriso potrebbe nascondersi una mela ammaccata. E le nostre parole… possono fare la differenza.”

#dal web crediti all’autore che purtroppo non conosco!