5 consigli pratici per genitori consapevoli

1. Dedicate ogni giorno tempo autentico ai vostri figli.
Non basta stare nella stessa stanza: è importante esserci con la mente e con il cuore. Spegnete il telefono, ascoltate i loro racconti e mostrate interesse per ciò che vivono, anche quando vi sembra poco importante.

2. Stabilite regole chiare e limiti coerenti.
I ragazzi hanno bisogno di confini per sentirsi sicuri. Imparate a dire di no senza sentirvi in colpa, spiegando il significato delle regole e mantenendo una linea educativa coerente. L’amore non consiste nell’assecondare ogni richiesta.

3. Imparate ad ascoltare senza giudicare immediatamente.
Create uno spazio in cui i figli possano parlare di paure, errori, amicizie e difficoltà senza temere una reazione sproporzionata. Ascoltare non significa approvare ogni comportamento, ma comprendere ciò che si nasconde dietro di esso.

4. Educate al rispetto e alla responsabilità.
Aiutateli a comprendere che le azioni hanno conseguenze e che il rispetto degli altri è un valore irrinunciabile. Date il buon esempio attraverso il vostro comportamento: i figli apprendono molto più da ciò che vedono che da ciò che viene loro semplicemente detto.

5. Non sottovalutate i segnali di disagio.
Cambiamenti improvvisi nell’umore, isolamento, aggressività, frequentazioni preoccupanti o difficoltà scolastiche meritano attenzione, senza allarmismi né accuse. Cercate il dialogo e, se necessario, rivolgetevi a uno psicologo o a un professionista dell’età evolutiva.

Una riflessione conclusiva

Essere genitori non significa avere sempre le risposte giuste, ma assumersi la responsabilità di cercarle insieme ai propri figli. La presenza affettiva, i limiti educativi e l’esempio quotidiano sono strumenti fondamentali per accompagnare i giovani verso una crescita equilibrata.

Non possiamo controllare ogni scelta dei nostri figli, ma possiamo contribuire a costruire le basi emotive e morali che li aiuteranno a scegliere.

Genitori e figli: il valore dell’educazione in una società che cambia

I recenti fatti di Milano ci invitano a una riflessione importante sul ruolo dei genitori nella crescita dei figli. Di fronte a episodi di violenza e comportamenti antisociali che coinvolgono giovani, è naturale chiedersi quale sia oggi il significato dell’educare e quanto gli adulti riescano a essere punti di riferimento autentici.

Essere genitori non è mai stato semplice, ma oggi significa confrontarsi con nuove sfide: i social network, il bisogno di appartenenza al gruppo, la ricerca di approvazione e la difficoltà di gestire emozioni e frustrazioni. In questo contesto, i figli hanno bisogno non soltanto di amore, ma anche di presenza, ascolto e regole chiare.

Dal punto di vista psicologico, l’adolescenza è una fase delicata, caratterizzata dalla ricerca della propria identità e dal desiderio di autonomia. Il gruppo può esercitare una forte influenza e, talvolta, il bisogno di essere accettati può spingere a comportamenti che individualmente non si sceglierebbero. Per questo è fondamentale aiutare i ragazzi a sviluppare senso critico, empatia e responsabilità.

Naturalmente, non possiamo attribuire ogni comportamento problematico a una carenza familiare: le cause sono complesse e coinvolgono anche la scuola, il contesto sociale e le esperienze individuali. Tuttavia, la famiglia resta il primo luogo in cui si apprendono il rispetto, la gestione dei conflitti e il valore dei limiti.

Amare un figlio non significa proteggerlo da ogni frustrazione, ma insegnargli ad affrontarla. Significa saper dire di no, dare il buon esempio e mantenere aperto il dialogo anche quando diventa difficile.

Forse, davanti a questi episodi, dovremmo chiederci non soltanto che cosa stia accadendo ai nostri giovani, ma anche quanto tempo dedichiamo davvero ad ascoltarli e comprenderli.

Educare significa esserci, con affetto e fermezza. Perché crescere persone responsabili richiede adulti capaci di accompagnare, guidare e, soprattutto, dare l’esempio.

La presenza di un genitore non si misura da ciò che offre materialmente, ma dalla sicurezza emotiva, dai valori e dalla fiducia che riesce a trasmettere.

10 motivi sani per imparare a dire NO

Quante volte vi siete odiati perchè avete detto l’ennesimo SI’? Quante volte lo avete detto per non dispiacere gli altri ? Quante volte lo avete fatto per essere accettati o evitare sensi di colpa? Dire NO non significa essere egoisti, scortesi o poco disponibili. Significa, prima di tutto, riconoscere i propri bisogni, rispettare i propri limiti e scegliere consapevolmente ciò che è davvero importante per noi. Insomma non mettersi sempre dopo tutto e tutti.

Vediamo insieme perchè dire NO può fare bene

  1. Per proteggere i tuoi confini
    Dire no aiuta a stabilire ciò che accettiamo e ciò che invece non ci fa stare bene.
  2. Per rispettare i tuoi bisogni
    Non possiamo essere sempre disponibili per gli altri. Anche i nostri bisogni meritano attenzione.
  3. Per evitare il sovraccarico
    Accettare continuamente richieste può portarci a stanchezza, stress e senso di esaurimento.
  4. Per non vivere solo per compiacere gli altri
    Dire sempre sì per paura di deludere può farci perdere di vista ciò che desideriamo realmente.
  5. Per aumentare l’autostima
    Quando impariamo a difendere le nostre scelte, sviluppiamo una maggiore fiducia nelle nostre capacità.
  6. Per avere relazioni più autentiche
    Un rapporto sano non dovrebbe dipendere dalla nostra continua disponibilità. Un no sincero è spesso più autentico di un sì detto controvoglia.
  7. Per ridurre il senso di risentimento
    Accettare qualcosa che non vogliamo può generare rabbia, frustrazione e risentimento. Dire no al momento giusto può evitarlo.
  8. Per imparare a scegliere le proprie priorità
    Ogni sì ha un costo in termini di tempo ed energie. Dire no a ciò che non è prioritario permette di dire sì a ciò che conta davvero.
  9. Per liberarsi dal senso di colpa
    Non dobbiamo sentirci in colpa ogni volta che scegliamo noi stessi. Prendersi cura di sé non significa trascurare gli altri.
  10. Per sentirsi liberi di essere se stessi
    Un no può essere un atto di consapevolezza: “Questo non fa per me, e posso dirlo senza dovermi giustificare continuamente.”

Dire no non è chiudere una porta agli altri. È imparare ad aprire quella giusta per noi.

Ci sono poi i no che fanno crescere quei NO che invece vengono detti troppo poco ai figli in particolare, ma quello è un altro discorso e lo riprenderemo in un’altra occasione.

Una stagione “tutta per noi”: psicologia del benessere in primavera

C’è qualcosa nell’aria di primavera che non si riesce a ignorare: una qualità diversa della luce, un profumo di terra che ritorna, una sensazione sottile di movimento. Non è solo poesia stagionale: il cambiamento che percepiamo fuori si riflette dentro di noi. La primavera rappresenta, anche dal punto di vista psicologico, una fase di riattivazione. Il corpo chiede energia, la mente cerca spazio, le emozioni diventano più dinamiche.

Dopo i mesi più introspettivi dell’inverno, questo è il momento in cui molte persone avvertono una spinta a “ricominciare”. Ma attenzione: non sempre questa energia si traduce automaticamente in benessere. Può anche generare irrequietezza, pressione a fare di più, o un senso di inadeguatezza se non ci si sente “allineati” a questa rinascita.

Ecco perché è utile trasformare questo periodo in un’opportunità concreta di cura psicologica.


🌿 1. Ascoltare il ritmo, non inseguirlo

La primavera porta con sé un aumento naturale dell’attivazione: giornate più lunghe, maggiore esposizione alla luce, ritmi sociali che riprendono. Tuttavia, non è necessario adeguarsi a un ideale di produttività o vitalità.

Consiglio pratico:
Prenditi qualche minuto al giorno per chiederti: “Di cosa ho davvero bisogno oggi?” Non cosa “dovrei” fare, ma cosa ti nutre davvero. Questo semplice cambio di prospettiva riduce lo stress e aumenta la consapevolezza.


🌼 2. Muovere il corpo per liberare la mente

Il desiderio di movimento in questa stagione non è casuale: attività fisica e benessere mentale sono strettamente collegati. Anche movimenti leggeri possono migliorare l’umore e ridurre l’ansia.

Consiglio pratico:
Integra piccole attività all’aperto: una passeggiata senza telefono, qualche esercizio leggero, o anche solo stare al sole. Non serve performance: serve presenza.


🌱 3. Fare spazio (dentro e fuori)

La primavera è tradizionalmente associata al “fare ordine”. Questo ha un impatto anche psicologico: eliminare il superfluo aiuta a ridurre il carico mentale.

Consiglio pratico:
Scegli un piccolo ambito (una stanza, un cassetto, una routine) e semplificalo. Parallelamente, prova a “fare spazio” anche nei pensieri: scrivere ciò che ti preoccupa può aiutarti a mettere ordine interno.


🌸 4. Coltivare relazioni autentiche

Il ritorno alla socialità può essere energizzante, ma anche dispersivo. Non tutte le interazioni nutrono allo stesso modo.

Consiglio pratico:
Privilegia momenti di qualità rispetto alla quantità. Anche una sola conversazione autentica può avere un impatto molto più profondo di molte interazioni superficiali.


🌞 5. Accettare la transizione emotiva

Non tutti vivono la primavera come un momento positivo. Alcune persone sperimentano stanchezza, malinconia o sbalzi d’umore. È una risposta normale ai cambiamenti biologici e ambientali.

Consiglio pratico:
Non giudicare il tuo stato emotivo. Accettarlo è il primo passo per trasformarlo. Se senti un disagio persistente, parlarne con qualcuno può fare la differenza.


Conclusione

La primavera non è solo una stagione: è un invito. Non a diventare una versione migliore di sé nel senso competitivo del termine, ma a ritrovare un equilibrio più autentico. Il benessere attraversa ogni gesto, proprio come suggerisce il testo di partenza: nel modo in cui respiriamo, ci muoviamo, ci relazioniamo.

Prendersi cura di sé in questo periodo significa soprattutto questo: non lasciarsi trascinare dal cambiamento, ma abitarlo con consapevolezza.

Il diario della primavera: un’attività per adulti per riscoprire lo sguardo

In un mondo dominato da notifiche, schermi e ritmi accelerati, l’idea di fermarsi a osservare può sembrare quasi sovversiva. Eppure, proprio da un’attività pensata per insegnare ai bambini nasce uno spunto sorprendentemente potente anche per gli adulti: tenere un diario della primavera.

Non serve molto: un quaderno qualsiasi, un po’ di tempo e la disponibilità a rallentare. Quello che cambia è l’intenzione. Non si tratta più solo di educare, ma di ri-educarsi allo sguardo.

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Un esercizio semplice, ma non banale

L’attività è essenziale nella sua struttura: uscire qualche volta a settimana, in un parco, in giardino o semplicemente lungo una strada alberata, e osservare. Non “guardare distrattamente”, ma osservare davvero.

Cosa è cambiato rispetto all’ultima volta?
Un ramo ha nuove foglie?
Un fiore è sbocciato dove prima non c’era nulla?
Quali suoni riempiono l’aria?

Per un adulto, abituato a filtrare la realtà in modo automatico, questo esercizio diventa una pratica di attenzione consapevole. È un modo per interrompere il pilota automatico e ritrovare il dettaglio.

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Il diario come spazio personale

Una volta rientrati, si apre il quaderno. Ma qui l’attività si trasforma.

Non è più solo raccolta di elementi naturali: è narrazione.
Si possono annotare:

  • la data e il luogo
  • ciò che si è osservato
  • una sensazione, un pensiero, un ricordo evocato

Chi ama scrivere può costruire brevi testi. Chi preferisce il linguaggio visivo può disegnare, incollare foglie, petali o frammenti raccolti. Non esiste un formato giusto: il diario può essere rigoroso, quasi scientifico, oppure libero e poetico.

Col tempo, diventa un archivio intimo, una mappa stagionale della propria esperienza.

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Allenare i sensi: non solo vedere

Un elemento interessante, spesso trascurato, è l’ascolto.

Prima di scrivere, si può provare a chiudere gli occhi per qualche secondo e concentrarsi sui suoni:

  • il vento tra le foglie
  • il canto degli uccelli
  • il rumore lontano della città
  • la pioggia

Trascrivere o rappresentare questi suoni aiuta a espandere la percezione. L’esperienza non è più solo visiva, ma multisensoriale. Per un adulto, questo significa uscire dalla logica produttiva e rientrare in una dimensione più percettiva.

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Il valore del tempo che si trasforma

Il vero cuore di questa attività è la continuità.

Tornare sulle stesse pagine dopo giorni o settimane permette di vedere il cambiamento: un albero prima spoglio che si riempie di fiori, un prato che torna verde, una luce che muta.

Questo processo rende il tempo tangibile. Non più qualcosa da inseguire o gestire, ma da osservare mentre accade.

Per gli adulti, è un’esperienza rara: riconnettersi con un tempo naturale, ciclico, diverso da quello frammentato della quotidianità.

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Una piccola rivoluzione quotidiana

Tenere un diario della primavera non è solo un passatempo creativo. È una pratica di rallentamento, di attenzione e di presenza.

Non richiede competenze particolari, né strumenti costosi.
Non ha obiettivi produttivi.
Non deve “servire” a qualcosa.

E proprio per questo funziona.

L’unica vera regola resta la più semplice: uscire, osservare e lasciarsi sorprendere.

Nessuno è immune alla violenza sulle donne: la prevenzione come responsabilità collettiva

La violenza sulle donne non è un fenomeno lontano, raro o limitato a determinati contesti sociali. È una realtà diffusa, complessa e spesso invisibile che attraversa culture, classi sociali, livelli di istruzione e generazioni. Dal punto di vista della psicologia, una delle verità più difficili ma necessarie da accettare è che nessuno è completamente immune: né le potenziali vittime né le persone che, in determinate circostanze, possono diventare autori di comportamenti violenti. Proprio per questo la prevenzione rappresenta lo strumento più potente per contrastare questo fenomeno.

Comprendere le radici psicologiche della violenza

La violenza di genere non nasce improvvisamente. Spesso è il risultato di dinamiche psicologiche, culturali e relazionali che si sviluppano nel tempo. Tra i fattori più studiati dalla psicologia troviamo il bisogno di controllo, la difficoltà nella gestione delle emozioni, modelli relazionali appresi durante l’infanzia e stereotipi culturali profondamente radicati.

Molti uomini che agiscono comportamenti violenti non si percepiscono inizialmente come aggressori. La violenza può iniziare con atteggiamenti di controllo, gelosia, svalutazione o isolamento della partner. Questi segnali, spesso minimizzati o normalizzati, rappresentano invece indicatori precoci di una relazione disfunzionale.

Il mito dell’immunità

Una delle credenze più pericolose è l’idea che “a me non succederà” o che la violenza riguardi solo determinate categorie di persone. Questo mito dell’immunità impedisce di riconoscere i segnali di rischio e ritarda la richiesta di aiuto.

Dal punto di vista psicologico, chiunque può trovarsi coinvolto in una dinamica violenta, sia come vittima sia come persona che sviluppa comportamenti aggressivi, soprattutto in presenza di stress, difficoltà emotive non elaborate o modelli relazionali disfunzionali. Riconoscere questa vulnerabilità comune non significa giustificare la violenza, ma comprenderne la complessità per poterla prevenire.

La prevenzione: educazione emotiva e relazionale

La prevenzione della violenza sulle donne deve iniziare molto prima che il problema si manifesti. Uno degli strumenti più efficaci è l’educazione emotiva e affettiva, soprattutto nelle scuole. Imparare a riconoscere le proprie emozioni, gestire la rabbia, comunicare in modo rispettoso e costruire relazioni basate sull’uguaglianza sono competenze fondamentali per la salute psicologica e sociale.

Educare al rispetto e alla parità significa anche mettere in discussione stereotipi di genere che associano la mascolinità al dominio e la femminilità alla sottomissione. Questi modelli, spesso trasmessi inconsapevolmente dalla famiglia, dai media o dal contesto culturale, possono contribuire a normalizzare comportamenti di controllo o possesso.

Il ruolo della comunità

La prevenzione non è solo una responsabilità individuale ma collettiva. Amici, familiari, colleghi e istituzioni possono svolgere un ruolo fondamentale nel riconoscere segnali di disagio o situazioni potenzialmente pericolose.

Intervenire non significa necessariamente confrontarsi direttamente con chi agisce violenza, ma offrire ascolto, supporto e informazioni a chi potrebbe trovarsi in difficoltà. Spesso le vittime di violenza sperimentano isolamento, senso di colpa o paura di non essere credute; un ambiente sociale attento e non giudicante può fare la differenza.

Verso una cultura della responsabilità

Affrontare la violenza sulle donne richiede un cambiamento culturale profondo. La psicologia ci insegna che le relazioni sane si basano su empatia, rispetto reciproco e capacità di gestire i conflitti senza ricorrere alla sopraffazione.

Riconoscere che nessuno è completamente immune significa assumersi una responsabilità: osservare i propri comportamenti, mettere in discussione modelli relazionali dannosi e promuovere una cultura del rispetto.

La prevenzione non è solo un insieme di strategie, ma un processo culturale e psicologico che coinvolge l’intera società. Solo attraverso consapevolezza, educazione e responsabilità condivisa sarà possibile ridurre realmente la violenza di genere e costruire relazioni più sane e sicure per tutti.

Lascia andare il controllo e recupera energia: dalla teoria alla pratica

Ti capita di voler controllare tutto? Le situazioni, le persone, le conversazioni, persino ciò che potrebbe accadere domani.
All’inizio sembra una strategia utile: controllare significa prevenire problemi, evitare errori, proteggersi. Ma spesso accade il contrario. Più provi a controllare, più ti senti stanco, teso e frustrato, e le relazioni iniziano a risentirne.

Secondo lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, il bisogno di controllo nasce spesso dalla paura. Non è una vera forza psicologica, ma un tentativo di evitare l’ansia legata all’incertezza.

Quando interpreti continuamente ciò che fanno gli altri, insisti perché le cose vadano in un certo modo o cerchi di anticipare ogni possibile scenario, in realtà non stai controllando la tua vita: stai cercando di evitare la paura di non sapere come andrà a finire.

Il paradosso è proprio questo: finché cerchi di controllare tutto, sei tu a essere controllato.
Le situazioni che provi a forzare finiscono per governare le tue emozioni.


Il paradosso della resa

Jung parlava di “paradosso della resa”. È un concetto semplice da comprendere a parole, ma molto difficile da integrare davvero a livello psicologico. Lasciar andare il controllo non significa arrendersi o diventare passivi. Significa interrompere quel meccanismo mentale che ti mantiene costantemente in tensione e iper-vigilanza.

In altre parole:

  • non lasci andare la tua volontà
  • lasci andare la rigidità con cui cerchi di forzare la realtà

Quando smetti di stringere la presa, succede qualcosa di sorprendente:
la tua energia mentale torna disponibile. La mente si rilassa, la percezione si chiarisce e inizi a vedere soluzioni che prima non riuscivi a cogliere perché eri troppo concentrato a controllare ogni dettaglio.


Esempio nelle relazioni

Immagina una relazione in cui una persona sente il bisogno di controllare continuamente l’altro. Controlla i messaggi, analizza ogni parola, interpreta i silenzi, cerca rassicurazioni costanti.

Il risultato?

  • aumenta la tensione
  • cresce la diffidenza
  • la relazione diventa soffocante

Quando invece quella persona prova a lasciare spazio all’incertezza, smettendo di monitorare ogni segnale, spesso accade qualcosa di diverso: la relazione respira, la fiducia può svilupparsi e l’ansia diminuisce.


Esempio sul lavoro

Pensiamo anche al lavoro.

Una persona molto controllante tende a:

  • ricontrollare tutto dieci volte
  • non delegare
  • anticipare ogni possibile problema

Questo atteggiamento porta facilmente a stress e burnout.

Quando invece si accetta che non tutto può essere previsto o gestito, diventa più facile:

  • delegare
  • collaborare
  • prendere decisioni più lucide

Paradossalmente, si diventa più efficaci proprio quando si smette di voler controllare ogni cosa.


Esempio nella vita quotidiana

Un esempio semplice riguarda l’ansia per il futuro.

Molte persone passano ore a immaginare scenari:

  • “E se succede questo?”
  • “E se va male?”
  • “E se non sono pronto?”

Questo continuo tentativo di anticipare il futuro crea tensione mentale e prosciuga energia.

Quando invece si accetta una verità fondamentale — il futuro non è completamente controllabile — la mente può tornare al presente. E proprio nel presente diventano più visibili le azioni concrete da fare.


La vera forza psicologica

La vera forza psicologica non sta nel controllare tutto.
Sta nella capacità di restare presenti anche quando non possiamo controllare ogni dettaglio.

Questo richiede fiducia:

  • fiducia nelle proprie risorse
  • fiducia nella capacità di adattarsi
  • fiducia nel fatto che non tutto deve essere perfetto per funzionare

Quando smetti di trattenere e di forzare, succede qualcosa di importante: recuperi energia e potere su te stesso.


Un piccolo esercizio

Prova a portare questo principio in diversi ambiti della tua vita:

  • nelle relazioni, lasciando più spazio all’altro
  • nel lavoro, accettando che non tutto dipende da te
  • in famiglia, evitando di voler gestire ogni dinamica

Chiediti semplicemente:
“Sto agendo davvero o sto solo cercando di controllare ciò che mi spaventa?”

A volte il passo più potente non è fare di più.
È allentare la presa.

Perché spesso è proprio quando smetti di controllare tutto che inizi davvero a ritrovare te stesso.

“Come combattere lo stress. Prevenzione e benessere per una vita longeva e felice”

«Lo stress non è un nemico, è un messaggio» è il primo concetto che ci arriva durante il seminario svoltosi ieri a Milano nella Sala Pirelli di Regione Lombardia. Un momento di confronto prezioso e necessario a cui ha dato l’avvio il Consigliere Nicolas Gallizzi, con un augurio che ha fatto da cornice all’intera mattinata:


Costruire una cultura della salute che nasce prima di tutto dalla prevenzione e dall’ascolto di sé.

A guidare l’incontro è stata Gabriella Chiarappa, in qualità di moderatrice attenta e sensibile. La sua introduzione ha tracciato la direzione del dialogo:

«Lo stress non si combatte “contro” il corpo: si impara a riconoscerlo, leggerlo e trasformarlo.»

Una frase che ha aperto lo spazio all’ascolto, creando un terreno condiviso tra i relatori e il pubblico.

Uno sguardo condiviso da discipline diverse

La sala ha seguito con grande attenzione interventi che, pur provenendo da aree differenti, hanno incontrato un punto comune:

lo stress non è un nemico, ma una comunicazione del corpo.

Il Dott. Massimo Sartori ha mostrato come lo stress lasci tracce visibili nella postura, nel respiro, nella pelle.
Ogni tensione è un messaggio.
Il corpo, prima di cedere, parla.

La Dott.ssa Michela Squeo ha accompagnato il pubblico a riconoscere lo stress cronico come un processo graduale:
stanchezza, insonnia, irritabilità, disturbi digestivi non sono sintomi isolati, ma richiami di un organismo che chiede attenzione.

Il Dott. Vittorio Iorno ha offerto una nuova prospettiva: l’ossigeno come terapia rigenerativa.
Non solo sostegno, ma ripristino delle capacità vitali.

Gilberto Malerba di RE-COMP, con parole chiare e essenziali, ha riportato tutto al corpo in movimento:
non allenarsi di più, ma allenarsi meglio.
Quando il movimento è consapevole, la mente si alleggerisce.

Infine, Pablo Ardizzone ha toccato la dimensione più sottile e umana: l’immagine come luogo di riconoscimento.
La bellezza come gesto di cura.
Come dire al proprio corpo:
“Ti vedo. Ti rispetto.”

La conclusione: la cura è un percorso, non un atto

La parte conclusiva del seminario ha visto l’intervento del Gruppo Dimensione Salute, presentato da Barbara Neglia.
Una realtà che unisce:

  • Nutraceutica di qualità
  • Bio-cosmesi avanzata
  • Integrazione scientificamente mirata
  • Prodotti 100% biologici

con l’intento di portare benessere nella vita quotidiana, non solo nella teoria.

A seguire, il contributo del Gruppo Mac Clinic, rappresentato da Michelle Gao, che ha ricordato il valore delle strutture in cui la persona è accolta nella sua interezza:
corpo, mente, storia e quotidianetà.

Un messaggio che resta

Ogni intervento, ogni parola, ogni silenzio in sala ha riportato a una verità semplice e potente:

Il corpo non sbaglia. Ci parla.
A noi la responsabilità — e il privilegio — di ascoltarlo.

E ascoltarlo è già cura.
È già prevenzione.
È già benessere.

crediti fotografici: Silvia Menegon

L’ Autunno secondo Jung: temi simbolici ed emotivi

In questi giorni il giardino sta cambiando colore, tante foglie accartocciate sono a terra, l’aria del mattino e della sera è decisamente più fresca. Siamo in autunno una stagione che in psicologia viene spesso associata a temi simbolici ed emotivi precisi, più che a un significato clinico vero e proprio. E’ probabile che vi sentiate in una fase di cambiamento o più tristi e malinconici del solito vediamo insieme cosa succede dentro di noi mentre la stagione avanza.

Ecco i principali filoni con cui la stagione autunnale viene interpretata o utilizzata:

Transizione e cambiamento

L’autunno è una stagione di passaggio. I segni del cambiamento come abbiamo già detto sono evidenti: la natura cambia colore, le giornate si accorciano, le temperature calano. In psicologia questo viene metaforicamente associato ai momenti di trasformazione della vita ovvero le fasi in cui si lascia andare qualcosa per fare spazio al nuovo.

Il “lasciare andare”

La caduta delle foglie è spesso usata come simbolo di: elaborazione del lutto o di una perdita, distacco da abitudini o relazioni, chiusura di un ciclo emotivo.

In psicoterapia, l’autunno può rappresentare il momento interno in cui si accetta di non poter trattenere tutto.

Umore e Seasonal Affective Disorder (SAD) : Per alcune persone l’autunno coincide con: calo dell’energia, malinconia, peggioramento dell’umore.

Questo può anticipare o manifestare forme lievi o moderate di disturbo affettivo stagionale, dovuto alla riduzione della luce solare. Ho avuto pazienti molto sensibili alla diminuzione di luce diurna che venivano sopraffatti da emozioni negative e che vedevo solo durante la stagione autunnale. Una sorta di “accompagnamento” fino al ritorno della primavera con giornate più lunghe e luminose. La sensibilità personale può essere molto diversa, ma se sentite che avete sentimenti negativi in questa stagione chiedete aiuto. Con il rallentamento dell’attività esterna, molte persone sperimentano una maggiore introspezione. L’autunno viene percepito come un periodo adatto a fare bilanci, riflettere su sé stessi, ridefinire priorità. A volte le emozioni ed i pensieri si accumulano e creano caos ed immobilità in altre situazioni al contrario si può generare un aumento di creatività. I colori caldi, l’atmosfera più raccolta e la dimensione contemplativa possono favorire il pensiero simbolico, i ricordi, nuove idee.

Naturalmente la dimensione culturale e personale in relazione alla stagione autunnale varia molto il significato psicologico per alcuni è serenità e bellezza, per altri solitudine, per altri ancora è l’inizio “vero” dell’anno dopo l’estate.

Personalmente il primo settembre, non è ancora effettivamente autunno, ma le vacanze sono spesso solo un ricordo,  è il vero inizio dell’anno.  E’ il momento in cui partono progetti ed idee in cui metto entusiasmo ed energia. La mia formazione è Junghiana ed il simbolismo di questa stagione è davvero interessante che condivido con voi.

Nel simbolismo junghiano, l’autunno è una stagione ricchissima di significati psicologici e archetipici. Jung e gli autori post-junghiani non ne parlano in modo sistematico come “stagione” in senso meteorologico, ma utilizzano l’autunno come immagine del ciclo vitale, del processo di individuazione e del rapporto con l’inconscio. Ecco i nuclei principali:

La fase discendente della vita psichica

L’autunno rappresenta il momento in cui l’energia dell’Io, dopo l’espansione primaverile-estiva (giovinezza e affermazione nel mondo), comincia un movimento verso l’interno. È collegato alla maturità e alla mezza età — fase cruciale nel pensiero junghiano perché invita alla trasformazione interiore e non più solo all’adattamento esterno.

Legami simbolici: Crisi di senso, Individuazione, Integrazione delle parti ombra, Preparazione al ritiro, non come declino ma come approfondimento

Il lasciare andare: morte simbolica e trasformazione

Le foglie che cadono sono un’immagine naturale del processo psichico di rimozione dell’identificazione con vecchi ruoli e maschere (Persona). L’autunno richiama l’archetipo della morte-rinascita, tipico dell’alchimia, tanto cara a Jung.

Connesso a: Nigredo alchemica (fase di decomposizione),  Distacco dall’Io inflazionato, Accettazione del limite e della caducità

Il mondo interiore e l’oscurità creativa

Con la riduzione della luce, l’autunno simboleggia l’avvicinamento all’inconscio, che ha un valore generativo, non solo distruttivo. È un invito a “scendere” dentro di sé.

Temi junghiani collegati: Ombra, Anima/Animus,  Immaginazione attiva, Ritiro ritmico dell’energia psichica

Raccolta e semina per il futuro

In autunno si raccolgono i frutti e si conservano i semi. Questo corrisponde alla fase di interiorizzazione dei contenuti psichici e alla preparazione di una nuova identità come : Integrazione delle esperienze, Bilancio della prima parte della vita, Gestazione di nuove possibilità inconsce.

Jung riconosce alcuni archetipi che riecheggiano l’autunno, ma prima di introdurli devo accenare cosa sono gli archetipi per questo autore.

Gli archetipi per Jung sono strutture psichiche universali e innate, comuni a tutta l’umanità. Non sono immagini già formate, ma schemi originari che organizzano le esperienze emotive, simboliche e mitiche. Vivono nell’inconscio collettivo, cioè il livello della psiche che trascende la storia personale. Ecco un breve elenco che si intreccia con le emozioni di stagione.

  • Il Vecchio Saggio: introspezione, visione, discernimento
  • La Grande Madre nella forma Terribile o Oscura: nutrimento e dissoluzione
  • Il Trickster/trasformatore: caos creativo che prepara al nuovo
  • Il Re morente: caduta dell’ordine precedente che apre al cambiamento

Jung vedeva nelle emozioni autunnali (melanconiche, contemplative) un ponte verso la profondità dell’Anima. Non sono segnali di debolezza, ma di contatto con la vita simbolica. L’autunno, nel simbolismo junghiano, è il tempo psichico: della discesa interiore, della metamorfosi, della morte simbolica dell’Io, della integrazione dell’Ombra, della preparazione al rinnovamento. È un invito a rallentare, raccogliere, lasciar cadere il superfluo e incontrare ciò che vive nel profondo.

Voi come vivete questa stagione? Me lo volete raccontare nei commenti o in privato? Sarò pronta ad accogliervi.

Smettiamola con questa prova costume!!

Facciamo sì che l’estate possa rappresentare un momento di gioia e spensieratezza invece che ansia e preoccupazione.

La famigerata prova costume ormai è arrivata con tutti i sensi di sconforto ed inadeguatezza di chi non corrisponde ai canoni prestabiliti dai social che vuole vedere tutti magri e tonici, ma anche belli e ricchi, ma questo è un altro problema!

Chi non rientra in questi standard tossici vive malamente questa stagione ed è un vero peccato, perché è quella in cui si rallenta e sembra si riesca a vivere con più intensità complici giornate più lunghe e serate fresche. Allora perché non godersela?

Ovunque si guardi (nella realtà virtuale e non in quella reale fateci attenzione!) siamo invasi da corpi magri e tonici fossero tutti modelli! Ciò genera non solo invidia, che comunque è un sentimento negativo, ma anche sensazione di inadeguatezza. Ci sono casi che sfociano nella depressione con manovre di evitamento atte a non mostrarsi in pubblico negandosi di andare in spiaggia, prendere un aperitivo o andare ad una festa.

Sembra necessario sottolineare che per vivere bene l’estate non è necessario essere magri e che le diete dell’ultimo momento sono deleterie per il corpo e per l’autostima.

 Imparate a volervi bene sempre imparando ad accettare il vostro corpo, ma imparando anche che l’attività fisica è utile per mantenere un corpo tonico, ma anche per rilassarsi e disperdere energie negative e che è giusto introdurre alimenti sani che ci fanno bene e non schifezze commerciali che ci riempiono di tossine che oltre a farci sentire gonfi ci rallentano e non ci fanno “ragionare” bene!