5 consigli pratici per genitori consapevoli

1. Dedicate ogni giorno tempo autentico ai vostri figli.
Non basta stare nella stessa stanza: è importante esserci con la mente e con il cuore. Spegnete il telefono, ascoltate i loro racconti e mostrate interesse per ciò che vivono, anche quando vi sembra poco importante.

2. Stabilite regole chiare e limiti coerenti.
I ragazzi hanno bisogno di confini per sentirsi sicuri. Imparate a dire di no senza sentirvi in colpa, spiegando il significato delle regole e mantenendo una linea educativa coerente. L’amore non consiste nell’assecondare ogni richiesta.

3. Imparate ad ascoltare senza giudicare immediatamente.
Create uno spazio in cui i figli possano parlare di paure, errori, amicizie e difficoltà senza temere una reazione sproporzionata. Ascoltare non significa approvare ogni comportamento, ma comprendere ciò che si nasconde dietro di esso.

4. Educate al rispetto e alla responsabilità.
Aiutateli a comprendere che le azioni hanno conseguenze e che il rispetto degli altri è un valore irrinunciabile. Date il buon esempio attraverso il vostro comportamento: i figli apprendono molto più da ciò che vedono che da ciò che viene loro semplicemente detto.

5. Non sottovalutate i segnali di disagio.
Cambiamenti improvvisi nell’umore, isolamento, aggressività, frequentazioni preoccupanti o difficoltà scolastiche meritano attenzione, senza allarmismi né accuse. Cercate il dialogo e, se necessario, rivolgetevi a uno psicologo o a un professionista dell’età evolutiva.

Una riflessione conclusiva

Essere genitori non significa avere sempre le risposte giuste, ma assumersi la responsabilità di cercarle insieme ai propri figli. La presenza affettiva, i limiti educativi e l’esempio quotidiano sono strumenti fondamentali per accompagnare i giovani verso una crescita equilibrata.

Non possiamo controllare ogni scelta dei nostri figli, ma possiamo contribuire a costruire le basi emotive e morali che li aiuteranno a scegliere.

Genitori e figli: il valore dell’educazione in una società che cambia

I recenti fatti di Milano ci invitano a una riflessione importante sul ruolo dei genitori nella crescita dei figli. Di fronte a episodi di violenza e comportamenti antisociali che coinvolgono giovani, è naturale chiedersi quale sia oggi il significato dell’educare e quanto gli adulti riescano a essere punti di riferimento autentici.

Essere genitori non è mai stato semplice, ma oggi significa confrontarsi con nuove sfide: i social network, il bisogno di appartenenza al gruppo, la ricerca di approvazione e la difficoltà di gestire emozioni e frustrazioni. In questo contesto, i figli hanno bisogno non soltanto di amore, ma anche di presenza, ascolto e regole chiare.

Dal punto di vista psicologico, l’adolescenza è una fase delicata, caratterizzata dalla ricerca della propria identità e dal desiderio di autonomia. Il gruppo può esercitare una forte influenza e, talvolta, il bisogno di essere accettati può spingere a comportamenti che individualmente non si sceglierebbero. Per questo è fondamentale aiutare i ragazzi a sviluppare senso critico, empatia e responsabilità.

Naturalmente, non possiamo attribuire ogni comportamento problematico a una carenza familiare: le cause sono complesse e coinvolgono anche la scuola, il contesto sociale e le esperienze individuali. Tuttavia, la famiglia resta il primo luogo in cui si apprendono il rispetto, la gestione dei conflitti e il valore dei limiti.

Amare un figlio non significa proteggerlo da ogni frustrazione, ma insegnargli ad affrontarla. Significa saper dire di no, dare il buon esempio e mantenere aperto il dialogo anche quando diventa difficile.

Forse, davanti a questi episodi, dovremmo chiederci non soltanto che cosa stia accadendo ai nostri giovani, ma anche quanto tempo dedichiamo davvero ad ascoltarli e comprenderli.

Educare significa esserci, con affetto e fermezza. Perché crescere persone responsabili richiede adulti capaci di accompagnare, guidare e, soprattutto, dare l’esempio.

La presenza di un genitore non si misura da ciò che offre materialmente, ma dalla sicurezza emotiva, dai valori e dalla fiducia che riesce a trasmettere.

10 motivi sani per imparare a dire NO

Quante volte vi siete odiati perchè avete detto l’ennesimo SI’? Quante volte lo avete detto per non dispiacere gli altri ? Quante volte lo avete fatto per essere accettati o evitare sensi di colpa? Dire NO non significa essere egoisti, scortesi o poco disponibili. Significa, prima di tutto, riconoscere i propri bisogni, rispettare i propri limiti e scegliere consapevolmente ciò che è davvero importante per noi. Insomma non mettersi sempre dopo tutto e tutti.

Vediamo insieme perchè dire NO può fare bene

  1. Per proteggere i tuoi confini
    Dire no aiuta a stabilire ciò che accettiamo e ciò che invece non ci fa stare bene.
  2. Per rispettare i tuoi bisogni
    Non possiamo essere sempre disponibili per gli altri. Anche i nostri bisogni meritano attenzione.
  3. Per evitare il sovraccarico
    Accettare continuamente richieste può portarci a stanchezza, stress e senso di esaurimento.
  4. Per non vivere solo per compiacere gli altri
    Dire sempre sì per paura di deludere può farci perdere di vista ciò che desideriamo realmente.
  5. Per aumentare l’autostima
    Quando impariamo a difendere le nostre scelte, sviluppiamo una maggiore fiducia nelle nostre capacità.
  6. Per avere relazioni più autentiche
    Un rapporto sano non dovrebbe dipendere dalla nostra continua disponibilità. Un no sincero è spesso più autentico di un sì detto controvoglia.
  7. Per ridurre il senso di risentimento
    Accettare qualcosa che non vogliamo può generare rabbia, frustrazione e risentimento. Dire no al momento giusto può evitarlo.
  8. Per imparare a scegliere le proprie priorità
    Ogni sì ha un costo in termini di tempo ed energie. Dire no a ciò che non è prioritario permette di dire sì a ciò che conta davvero.
  9. Per liberarsi dal senso di colpa
    Non dobbiamo sentirci in colpa ogni volta che scegliamo noi stessi. Prendersi cura di sé non significa trascurare gli altri.
  10. Per sentirsi liberi di essere se stessi
    Un no può essere un atto di consapevolezza: “Questo non fa per me, e posso dirlo senza dovermi giustificare continuamente.”

Dire no non è chiudere una porta agli altri. È imparare ad aprire quella giusta per noi.

Ci sono poi i no che fanno crescere quei NO che invece vengono detti troppo poco ai figli in particolare, ma quello è un altro discorso e lo riprenderemo in un’altra occasione.

Una stagione “tutta per noi”: psicologia del benessere in primavera

C’è qualcosa nell’aria di primavera che non si riesce a ignorare: una qualità diversa della luce, un profumo di terra che ritorna, una sensazione sottile di movimento. Non è solo poesia stagionale: il cambiamento che percepiamo fuori si riflette dentro di noi. La primavera rappresenta, anche dal punto di vista psicologico, una fase di riattivazione. Il corpo chiede energia, la mente cerca spazio, le emozioni diventano più dinamiche.

Dopo i mesi più introspettivi dell’inverno, questo è il momento in cui molte persone avvertono una spinta a “ricominciare”. Ma attenzione: non sempre questa energia si traduce automaticamente in benessere. Può anche generare irrequietezza, pressione a fare di più, o un senso di inadeguatezza se non ci si sente “allineati” a questa rinascita.

Ecco perché è utile trasformare questo periodo in un’opportunità concreta di cura psicologica.


🌿 1. Ascoltare il ritmo, non inseguirlo

La primavera porta con sé un aumento naturale dell’attivazione: giornate più lunghe, maggiore esposizione alla luce, ritmi sociali che riprendono. Tuttavia, non è necessario adeguarsi a un ideale di produttività o vitalità.

Consiglio pratico:
Prenditi qualche minuto al giorno per chiederti: “Di cosa ho davvero bisogno oggi?” Non cosa “dovrei” fare, ma cosa ti nutre davvero. Questo semplice cambio di prospettiva riduce lo stress e aumenta la consapevolezza.


🌼 2. Muovere il corpo per liberare la mente

Il desiderio di movimento in questa stagione non è casuale: attività fisica e benessere mentale sono strettamente collegati. Anche movimenti leggeri possono migliorare l’umore e ridurre l’ansia.

Consiglio pratico:
Integra piccole attività all’aperto: una passeggiata senza telefono, qualche esercizio leggero, o anche solo stare al sole. Non serve performance: serve presenza.


🌱 3. Fare spazio (dentro e fuori)

La primavera è tradizionalmente associata al “fare ordine”. Questo ha un impatto anche psicologico: eliminare il superfluo aiuta a ridurre il carico mentale.

Consiglio pratico:
Scegli un piccolo ambito (una stanza, un cassetto, una routine) e semplificalo. Parallelamente, prova a “fare spazio” anche nei pensieri: scrivere ciò che ti preoccupa può aiutarti a mettere ordine interno.


🌸 4. Coltivare relazioni autentiche

Il ritorno alla socialità può essere energizzante, ma anche dispersivo. Non tutte le interazioni nutrono allo stesso modo.

Consiglio pratico:
Privilegia momenti di qualità rispetto alla quantità. Anche una sola conversazione autentica può avere un impatto molto più profondo di molte interazioni superficiali.


🌞 5. Accettare la transizione emotiva

Non tutti vivono la primavera come un momento positivo. Alcune persone sperimentano stanchezza, malinconia o sbalzi d’umore. È una risposta normale ai cambiamenti biologici e ambientali.

Consiglio pratico:
Non giudicare il tuo stato emotivo. Accettarlo è il primo passo per trasformarlo. Se senti un disagio persistente, parlarne con qualcuno può fare la differenza.


Conclusione

La primavera non è solo una stagione: è un invito. Non a diventare una versione migliore di sé nel senso competitivo del termine, ma a ritrovare un equilibrio più autentico. Il benessere attraversa ogni gesto, proprio come suggerisce il testo di partenza: nel modo in cui respiriamo, ci muoviamo, ci relazioniamo.

Prendersi cura di sé in questo periodo significa soprattutto questo: non lasciarsi trascinare dal cambiamento, ma abitarlo con consapevolezza.

Conosciamo la METACOGNIZIONE

La metacognizione è la capacità di osservare, comprendere e gestire i propri processi mentali. In altre parole, è il “pensiero sul pensiero”: ci aiuta a capire come impariamo, prendiamo decisioni e reagiamo alle situazioni.

È uno strumento potente perché permette di:

riconoscere i propri punti di forza e di difficoltà
migliorare l’apprendimento
regolare emozioni e comportamenti

Un aspetto centrale riguarda i pensieri negativi. Spesso emergono in modo automatico (“non ce la farò”, “non sono abbastanza bravo”), influenzando le nostre azioni e il nostro umore. La metacognizione ci aiuta a intercettarli, metterli in discussione e sostituirli con valutazioni più realistiche.

Non si tratta di “pensare positivo” a tutti i costi, ma di sviluppare consapevolezza: capire cosa stiamo pensando e perché.

Allenare la metacognizione significa diventare più lucidi, autonomi e resilienti nel tempo.

Ecco una serie di vignette esplicative:

Il diario della primavera: un’attività per adulti per riscoprire lo sguardo

In un mondo dominato da notifiche, schermi e ritmi accelerati, l’idea di fermarsi a osservare può sembrare quasi sovversiva. Eppure, proprio da un’attività pensata per insegnare ai bambini nasce uno spunto sorprendentemente potente anche per gli adulti: tenere un diario della primavera.

Non serve molto: un quaderno qualsiasi, un po’ di tempo e la disponibilità a rallentare. Quello che cambia è l’intenzione. Non si tratta più solo di educare, ma di ri-educarsi allo sguardo.

⸻

Un esercizio semplice, ma non banale

L’attività è essenziale nella sua struttura: uscire qualche volta a settimana, in un parco, in giardino o semplicemente lungo una strada alberata, e osservare. Non “guardare distrattamente”, ma osservare davvero.

Cosa è cambiato rispetto all’ultima volta?
Un ramo ha nuove foglie?
Un fiore è sbocciato dove prima non c’era nulla?
Quali suoni riempiono l’aria?

Per un adulto, abituato a filtrare la realtà in modo automatico, questo esercizio diventa una pratica di attenzione consapevole. È un modo per interrompere il pilota automatico e ritrovare il dettaglio.

⸻

Il diario come spazio personale

Una volta rientrati, si apre il quaderno. Ma qui l’attività si trasforma.

Non è più solo raccolta di elementi naturali: è narrazione.
Si possono annotare:

  • la data e il luogo
  • ciò che si è osservato
  • una sensazione, un pensiero, un ricordo evocato

Chi ama scrivere può costruire brevi testi. Chi preferisce il linguaggio visivo può disegnare, incollare foglie, petali o frammenti raccolti. Non esiste un formato giusto: il diario può essere rigoroso, quasi scientifico, oppure libero e poetico.

Col tempo, diventa un archivio intimo, una mappa stagionale della propria esperienza.

⸻

Allenare i sensi: non solo vedere

Un elemento interessante, spesso trascurato, è l’ascolto.

Prima di scrivere, si può provare a chiudere gli occhi per qualche secondo e concentrarsi sui suoni:

  • il vento tra le foglie
  • il canto degli uccelli
  • il rumore lontano della città
  • la pioggia

Trascrivere o rappresentare questi suoni aiuta a espandere la percezione. L’esperienza non è più solo visiva, ma multisensoriale. Per un adulto, questo significa uscire dalla logica produttiva e rientrare in una dimensione più percettiva.

⸻

Il valore del tempo che si trasforma

Il vero cuore di questa attività è la continuità.

Tornare sulle stesse pagine dopo giorni o settimane permette di vedere il cambiamento: un albero prima spoglio che si riempie di fiori, un prato che torna verde, una luce che muta.

Questo processo rende il tempo tangibile. Non più qualcosa da inseguire o gestire, ma da osservare mentre accade.

Per gli adulti, è un’esperienza rara: riconnettersi con un tempo naturale, ciclico, diverso da quello frammentato della quotidianità.

⸻

Una piccola rivoluzione quotidiana

Tenere un diario della primavera non è solo un passatempo creativo. È una pratica di rallentamento, di attenzione e di presenza.

Non richiede competenze particolari, né strumenti costosi.
Non ha obiettivi produttivi.
Non deve “servire” a qualcosa.

E proprio per questo funziona.

L’unica vera regola resta la più semplice: uscire, osservare e lasciarsi sorprendere.

Le mie dieci riflessioni su “Genitori si cresce” il libro del filosofo femminista Lorenzo Gasparrini

Una delle presentazioni più interessanti e coinvolgenti dell’ultimo periodo. Gasparrini con le rappresentanti delle associazioni Città che legge e Amore è rispetto hanno saputo interagire magistralmente con il pubblico presente nelle magnifiche sale di Palazzo Altieri che ospitava l’evento.

Alcuni momenti della presentazione di GENITORI SI CRESCE di Lorenzo Gasbarrini edito da Super et opera viva

L’annoso problema: genitori e figli, modalità di relazione, disagi e comunicazione. Condivido con voi alcuni punti che ritengo particolarmente interessanti:

  • Il concetto di MODELLO ed ESEMPIO

Noi tutti per i giovani (anche per chi non ha figli!!!) dovremmo essere esempi virtuosi. Con il nostro comportamento permettiamo loro di apprendere dalla realtà, da qualcosa di reale e concreto anche se imperfetto. Un modello invece, proprio perché è tale, è irraggiungibile nella sua perfezione e quindi causa di frustrazione. Cerchiamo di essere esempi e non modelli per le generazioni future!

  • La FAMIGLIA sta cambiando

La tipologia di famiglia come l’abbiamo conosciuta noi nati tra gli anni “50 e “70 , ovvero composta da mamma, papà e almeno due figli, rappresenta oggi solo il 20% delle famiglie in Italia. Giusto o sbagliato? Non è importante bisogna però rendersi conto che siamo di fronte ad un cambiamento culturale e che, anche per la nostra costituzione è famiglia quando si vive sotto lo stesso tetto e ci si prende cura uno dell’altro. Da qui anche la definizione di Inverno demografico. Non si fanno più figli. In una società improntata sullo sviluppo personale non si è disposti a fare “sacrifici” a fare rinunce per i figli. Non ci sono politiche che sostengano la famiglia e spesso anche conquiste come i congedi parentali non vengono utilizzati per paura di ritorsioni sul lavoro.

  • Maternità e paternità

Non solo la legge, ma a partire dai Corsi pre-parto c’è poca attenzione verso la figura dei papà. I papà vengono esclusi in tantissime attività e riconoscimenti. Non possiamo poi lamentarci che i papà risultano assenti o poco presenti nel 70% dei casi, poiché spesso non vengono coinvolti e nessuno parla mai dei vissuti dell’uomo quando diventa padre o in altri momenti della vita dei figli. Anche a livello lavorativo un uomo che chiede un permesso parentale è visto come un alieno  spesso viene deriso o osteggiato in azienda. Non deve meravigliare che rimangano ai margini. Vanno coinvolti non solo fisicamente, ma anche emotivamente in ogni passaggio del divenire genitori.

  • Apprendere con l’esempio

“Ma io aiuto”. “Non è vero che non faccio nulla”. Due brevi frasi spesso dette da padri e figli come se la cura della casa fosse di assoluto appannaggio della mamma alla quale si concede “un aiuto” come un privilegio. Bisogna insegnare ai bambini a tenere in ordine la propria camera, a tenere bene gli oggetti di casa e custodirli, bisogna coinvolgerli nella preparazione del cibo a cominciare dalla spesa. La cura della famiglia è di tutti. Tutti partecipano, tutti danno, tutti ricevono. La cura è la capacità umana più importante si impara non lo abbiamo d’istinto come molti studi dimostrano.

  • Le PAROLACCE

Sono parole potenti. I bambini anche piccoli se ne rendono conto. Evitiamole poiché la potenza della parola è distruttiva. I bambini non comprendono il significato della parolaccia, ma si rendono conto dell’effetto che ottiene. Emette tante emozioni negative come rabbia e scherno. Non daremmo mai un’arma o un oggetto in mano ad un bambino che non è in grado di usare. Facciamo lo stesso con le parole. Bisogna insegnare loro le parole che fanno bene. Quelle piccole parole come grazie, prego, scusa, posso? Che si sentono sempre così di rado anche nelle così dette famiglie perbene!

  • La SICUREZZA dei figli

Dipende esclusivamente dal rispetto dei genitori verso i figli e viceversa e si ottiene con genitori sicuri ed accoglienti. Persone coerenti tra ciò che dicono e ciò che fanno. Un buon esempio che non si aspetta qualcosa in cambio dal figlio come “risarcimento” per l’investimento emotivo ed economico che ha avuto, ma che ama e cura. Che insegna ad amare e curare. Il genitore non può essere un amico, il rapporto non è paritario. Se siamo “pari” non possiamo insegnare più nulla a nostro figlio vuol dire che non siamo un valore aggiunto per lui siamo al pari dei suoi coetanei   questo non funziona!

  • Genitore di un genitore

Qualcosa che non avevo mai preso in considerazione, ma che probabilmente vivrò nel giro di pochi anni. Quando tuo figlio diventa genitore a sua volta e quindi diventi nonno cosa succede? Può essere un divertente triangolo di responsabilità. Dove i nonni sono complici con i nipoti, ma possono far passare tanti valori che dal genitore magari non si accettano. I nonni sono importantissimi e con le modalità di vita di oggi sono figure da riconsiderare non solo come “baby sitter”, ma per l’esperienza e la maturità.

  • Giovani, MORTE ED ONNIPOTENZA

I giovani , per fortuna, non hanno il concetto di morte. Nel momento in cui la vita esplode in loro l’idea della morte non è affatto considerata per questo si mettono spesso in situazioni limite. Non si rendono conto dei pericoli poiché non li prendono in considerazione. Correre in macchina, fare scherzi stupidi sono solo “divertimento” non considerano affatto le conseguenze di queste azioni e spesso trovano o provocano morte. Per questo sono necessari i “paletti” da parte dei genitori. I giovani non possono essere “buttati” nel mondo. Specie in questo mondo dove attraverso la tecnologia tutto è accessibile ed inaccessibile allo stesso tempo. I giovani hanno bisogno di guide sicure e le devono trovare nei genitori, ma anche nella scuola e nella società. Invece oggi i giovani sono lasciati alla deriva senza regole e senza indicazioni dove chi ha più da guadagnare spinge scelte inconsapevoli dei giovani solo perché le sentono condivise da altri. Basta un influencer da 100000 follower ad avere più autorevolezza di un genitore! Da qui nascono le challenge spesso rischiose che diventano un modo per superare i propri limiti e dimostrare di essere capaci ed in gamba, ma che possono avere risvolti drammatici che un giovane non sa prvedere.

  • Alla ricerca della NORMALITA’

Ricordate che per un giovane tutto è bianco o nero. Un giovane non conosce le sfumature per questo è così lapidario nei giudizi anche nei confronti dei coetanei. I giovani cercano la normalità. Ma cosa è normale? Ogni epoca storica ed ogni cultura ha una sua normalità quindi non è un valore universale. I giovani non lo sanno, lo impareranno con il tempo. I genitori hanno il compito di far vedere le differenze e far comprendere che possono essere un valore aggiunto e non oggetto di esclusione e di odio. Da qui nasce il fenomeno del bullismo dove il diverso, basta essere più basso di statura, o più in carne o vestito in modo diverso dalla massa, diviene oggetto di attenzioni pericolose.

  • Giovani e FALLIMENTO

In questo mondo dominato dalla tecnologia dove tanti contenuti sono disponibili e spesso non veritieri i giovani si sentono dei falliti se non vanno in vacanza in quel posto, se non indossano quelle scarpe, se non vanno a mangiare in quel ristorante, se non conoscono quel personaggio famoso, se non hanno abbastanza follower o like! Nasce grande frustrazione che si trasforma in rabbia spesso rivolta agli altri, ma anche verso se stessi. Gli atti di autolesionismo sono in aumento e mentre prima venivano compiuti in solitaria oggi si commettono in gruppo segno che certe sensazioni sono molto comuni.

L’ Autunno secondo Jung: temi simbolici ed emotivi

In questi giorni il giardino sta cambiando colore, tante foglie accartocciate sono a terra, l’aria del mattino e della sera è decisamente più fresca. Siamo in autunno una stagione che in psicologia viene spesso associata a temi simbolici ed emotivi precisi, più che a un significato clinico vero e proprio. E’ probabile che vi sentiate in una fase di cambiamento o più tristi e malinconici del solito vediamo insieme cosa succede dentro di noi mentre la stagione avanza.

Ecco i principali filoni con cui la stagione autunnale viene interpretata o utilizzata:

Transizione e cambiamento

L’autunno è una stagione di passaggio. I segni del cambiamento come abbiamo già detto sono evidenti: la natura cambia colore, le giornate si accorciano, le temperature calano. In psicologia questo viene metaforicamente associato ai momenti di trasformazione della vita ovvero le fasi in cui si lascia andare qualcosa per fare spazio al nuovo.

Il “lasciare andare”

La caduta delle foglie è spesso usata come simbolo di: elaborazione del lutto o di una perdita, distacco da abitudini o relazioni, chiusura di un ciclo emotivo.

In psicoterapia, l’autunno può rappresentare il momento interno in cui si accetta di non poter trattenere tutto.

Umore e Seasonal Affective Disorder (SAD) : Per alcune persone l’autunno coincide con: calo dell’energia, malinconia, peggioramento dell’umore.

Questo può anticipare o manifestare forme lievi o moderate di disturbo affettivo stagionale, dovuto alla riduzione della luce solare. Ho avuto pazienti molto sensibili alla diminuzione di luce diurna che venivano sopraffatti da emozioni negative e che vedevo solo durante la stagione autunnale. Una sorta di “accompagnamento” fino al ritorno della primavera con giornate più lunghe e luminose. La sensibilità personale può essere molto diversa, ma se sentite che avete sentimenti negativi in questa stagione chiedete aiuto. Con il rallentamento dell’attività esterna, molte persone sperimentano una maggiore introspezione. L’autunno viene percepito come un periodo adatto a fare bilanci, riflettere su sé stessi, ridefinire priorità. A volte le emozioni ed i pensieri si accumulano e creano caos ed immobilità in altre situazioni al contrario si può generare un aumento di creatività. I colori caldi, l’atmosfera più raccolta e la dimensione contemplativa possono favorire il pensiero simbolico, i ricordi, nuove idee.

Naturalmente la dimensione culturale e personale in relazione alla stagione autunnale varia molto il significato psicologico per alcuni è serenità e bellezza, per altri solitudine, per altri ancora è l’inizio “vero” dell’anno dopo l’estate.

Personalmente il primo settembre, non è ancora effettivamente autunno, ma le vacanze sono spesso solo un ricordo,  è il vero inizio dell’anno.  E’ il momento in cui partono progetti ed idee in cui metto entusiasmo ed energia. La mia formazione è Junghiana ed il simbolismo di questa stagione è davvero interessante che condivido con voi.

Nel simbolismo junghiano, l’autunno è una stagione ricchissima di significati psicologici e archetipici. Jung e gli autori post-junghiani non ne parlano in modo sistematico come “stagione” in senso meteorologico, ma utilizzano l’autunno come immagine del ciclo vitale, del processo di individuazione e del rapporto con l’inconscio. Ecco i nuclei principali:

La fase discendente della vita psichica

L’autunno rappresenta il momento in cui l’energia dell’Io, dopo l’espansione primaverile-estiva (giovinezza e affermazione nel mondo), comincia un movimento verso l’interno. È collegato alla maturità e alla mezza età — fase cruciale nel pensiero junghiano perché invita alla trasformazione interiore e non più solo all’adattamento esterno.

Legami simbolici: Crisi di senso, Individuazione, Integrazione delle parti ombra, Preparazione al ritiro, non come declino ma come approfondimento

Il lasciare andare: morte simbolica e trasformazione

Le foglie che cadono sono un’immagine naturale del processo psichico di rimozione dell’identificazione con vecchi ruoli e maschere (Persona). L’autunno richiama l’archetipo della morte-rinascita, tipico dell’alchimia, tanto cara a Jung.

Connesso a: Nigredo alchemica (fase di decomposizione),  Distacco dall’Io inflazionato, Accettazione del limite e della caducità

Il mondo interiore e l’oscurità creativa

Con la riduzione della luce, l’autunno simboleggia l’avvicinamento all’inconscio, che ha un valore generativo, non solo distruttivo. È un invito a “scendere” dentro di sé.

Temi junghiani collegati: Ombra, Anima/Animus,  Immaginazione attiva, Ritiro ritmico dell’energia psichica

Raccolta e semina per il futuro

In autunno si raccolgono i frutti e si conservano i semi. Questo corrisponde alla fase di interiorizzazione dei contenuti psichici e alla preparazione di una nuova identità come : Integrazione delle esperienze, Bilancio della prima parte della vita, Gestazione di nuove possibilità inconsce.

Jung riconosce alcuni archetipi che riecheggiano l’autunno, ma prima di introdurli devo accenare cosa sono gli archetipi per questo autore.

Gli archetipi per Jung sono strutture psichiche universali e innate, comuni a tutta l’umanità. Non sono immagini già formate, ma schemi originari che organizzano le esperienze emotive, simboliche e mitiche. Vivono nell’inconscio collettivo, cioè il livello della psiche che trascende la storia personale. Ecco un breve elenco che si intreccia con le emozioni di stagione.

  • Il Vecchio Saggio: introspezione, visione, discernimento
  • La Grande Madre nella forma Terribile o Oscura: nutrimento e dissoluzione
  • Il Trickster/trasformatore: caos creativo che prepara al nuovo
  • Il Re morente: caduta dell’ordine precedente che apre al cambiamento

Jung vedeva nelle emozioni autunnali (melanconiche, contemplative) un ponte verso la profondità dell’Anima. Non sono segnali di debolezza, ma di contatto con la vita simbolica. L’autunno, nel simbolismo junghiano, è il tempo psichico: della discesa interiore, della metamorfosi, della morte simbolica dell’Io, della integrazione dell’Ombra, della preparazione al rinnovamento. È un invito a rallentare, raccogliere, lasciar cadere il superfluo e incontrare ciò che vive nel profondo.

Voi come vivete questa stagione? Me lo volete raccontare nei commenti o in privato? Sarò pronta ad accogliervi.

Puoi cambiare la tua vita…oppure no!

Sai cosa succede davvero quando rimandi una decisione importante?

Nulla.

La vita continua esattamente come prima.

Sicuramente hai un sogno nel cassetto. Da vorrei imparare l’inglese a vorrei perdere peso o vorrei iscrivermi in palestra, vorrei migliorare la mia situazione lavorativa, finanziaria, sentimentale…vorrei vorrei vorrei.

Tanti vorrei che invece di essere stimolanti diventano una zavorra. Vorrei che bloccano. Spengono i desideri e l’azione. Ma in fondo solo tu puoi decidere se una o tutte quelle cose che “vorresti” fanno per te e meritano la tua attenzione..

Tranquillo, va bene. Non accadrà niente di clamoroso se decidi di non provare neanche.

Le tue giornate scorreranno come sempre.

● Gli stessi blocchi emotivi che ti frenano
● Le stesse situazioni che ti prosciugano le energie
● Le stesse relazioni tossiche che ti tirano giù
● Gli stessi obiettivi rimandati a “quando sarà il momento giusto”
● La stessa sensazione di vivere al 30% del tuo potenziale

Forse continuerai ad arrivare a sera con quella stessa inquietudine di sempre.

Con gli occhi stanchi fissati nel vuoto, chiedendoti dove siano volate le ore.

Con il pensiero di tutte le cose che avresti potuto fare… e che, ancora una volta, non hai fatto.

Dentro di te resteranno quelle domande che non dici a nessuno:
“È davvero questa la mia vita?”
“E se fossi destinato a qualcosa di più grande?”
“Perché sento di sprecare tempo che non tornerà più?”

Il sospetto, difficile da ammettere ad alta voce, che stai vivendo molto al di sotto di ciò che potresti essere.

E intanto, vedrai gli altri crescere, evolversi, realizzarsi.

Mentre tu resti fermo in quella zona grigia, dove “si tira avanti”.
Tuttavia — se questa vita ti basta, niente da dire.

Non hai bisogno di fare nulla.

Ma se dentro di te senti che – tutto sommato – qualcosa da migliorare ancora c’è…

Se hai letto fino a qui proprio queste riflessioni* possono essere quel punto di svolta che aspetti da sempre.

La scelta è semplice:
❌ Puoi rimandare ancora.
✅ Oppure decidere che è ora di prendere in mano la tua vita

In bocca al lupo qualsiasi sia la tua scelta. Se vuoi condividere le tue difficoltà ti invito a contattarmi.

*ispirato ad una mail di Roberto Re mio formatore

I segreti del Non Detto

Probabilmente non vi siete mai soffermati su un fatto molto particolare che avviene tra persone: in buona parte, la nostra comunicazione è non verbale. Non è mia intenzione fare un trattato di comunicazione non verbale, ma sicuramente il mio intento è quello di farvi fermare a riflettere. Già la maggior parte delle persone non ascolta cosa ha da dire l’altro, perché o lo interrompe o sta già pensando ad una risposta e quindi presta poca attenzione a quello che l’altro dice. In più spesso non è che ci manchino le parole, ma non riescono a catturare ciò che abbiamo in comune con chi abbiamo di fronte a noi. Spesso non condividiamo genere, etnia, livello di istruzione, classe economica o opportunità, e quindi non abbiamo le stesse parole per descrivere le rispettive vite.

Le parole entrano nell’interazione non verbale, ma non sono al centro. Le parole, inoltre, possono comunicare supposizioni, giudizi e opinioni, lo sappiamo tutti, e gli equivoci sono all’ordine del giorno. È meglio non alzare barriere, a volte è meglio cercare un contatto attraverso gesti sfumati.

Possiamo provare a relazionarci con le persone ascoltando senza parlare, osservando la postura, l’espressione del volto e il tono di voce.

Si tratta di un fenomeno ben noto, documentato in letteratura da psicologi come Albert Mehrabian, che nel suo libro “Nonverbal Communication” ha scritto dell’importanza del tono di voce e dell’espressione facciale, fondamentali nell’interazione sociale. Secondo Mehrabian, «il 55% della comunicazione è linguaggio del corpo, il 38% è il tono di voce e il 7% sono le parole effettivamente pronunciate».

Be’, forse, e non tutte le volte, dipende dall’interlocutore e dalla situazione, ma è difficile non essere d’accordo con il concetto di fondo, ossia che tra le persone passa tantissimo non detto.

Riflessioni liberamente tratte da:  Scott Haas / l’Arte giapponese per vivere felice Newton Compton editori