Storia con morale- dicembre 2022

L’anno sta per finire. Per qualcuno è volato per altri è stato infinito e non vede l’ora di voltare la pagina del calendario per un nuovo inizio. Un modo per “settare” la propria vita e ricominciare.. La percezione del tempo che passa è diversa per ognuno di noi ed è influenzata dalla situazione in cui ci troviamo, ma anche dalla mostra storia personale, dalle nostre credenze e da come sappiamo reagire alla frustrazione dell’attesa. Ecco quindi una piccola storia per voi. Una storia di redenzione alla Dickens per intenderci, molto profonda ed attuale per far riflettere tutti, ma in particolare i giovani che hanno fretta di crescere, bruciare le tappe…

“Massimo era un ragazzino a cui non piaceva aspettare. Quando era inverno e pattinava sul ghiaccio, non vedeva l’ora che arrivasse l’estate per poter nuotare; quando poi arrivava la tanto sospirata estate, desiderava l’autunno per poter giocare con il suo aquilone sul grande prato dei giardini pubblici. Insomma, se qualcuno chiedeva a Massimo qual era la cosa che più desiderava al mondo, riceveva una risposta ben precisa: «Io vorrei che il tempo passasse in fretta…». Un giorno d’autunno, Massimo si sentì chiamare: si voltò di scatto e vide una vecchietta che lo osservava con dolcezza. La vecchietta mostrò al ragazzo una scatoletta d’argento con un forellino da cui usciva un filo d’oro e gli disse: «Guarda, Massimo. Questofilo sottile è il filo della tua vita. Se proprio desideri che il tempo per te trascorra velocemente, non devi far altro che tirare un po’ il filo. Un piccolissimo pezzo di filo corrisponde ad un’ora di vita. Non dire a nessuno che possiedi questa scatoletta e buona fortuna!». La vecchietta scomparve. Il giorno dopo, a scuola, Massimo pensò di usare il filo per accorciare la lezione. Tirò con troppa decisione e sentì la voce del maestro che diceva: «Le lezioni sono finite. Potete andare a casa». Massimo pensò: «Oh, come sarebbe bello aver già finito la scuola e poter lavorare!». Decise di dare una bella tiratina al filo e così, la mattina seguente, si svegliò che aveva i baffi, faceva l’ingegnere e aveva messo su una bella fabbrica. Era molto felice del suo mestiere e per un po’ tirò il filo con moderazione, giusto solo per far arrivare in fretta i soldi a fine mese.Conobbe Maria, una bella ragazza. Fu un matrimonio bellissimo. Un particolare turbò Massimo per un momento: la sua mamma era invecchiata, aveva già molti capelli grigi. Si pentì di aver tirato così spesso il filo magico e promise a se stesso che, ora che era grande, non l’avrebbe fatto più. Ma un giorno Maria gli annunciò sorridendo che stava aspettando un bambino. «Aspettare» era un verbo che a Massimo non era mai piaciuto. Non seppe resistere alla tentazione di abbracciare presto suo figlio e ricominciò a tirare il filo quasi ogni giorno. Una sera lo tirò un po’ troppo e il giorno dopo si trovò un bel po’ più vecchio e con due figli: uno andava al Liceo e l’altro all’Università. Così tutto ricominciò da capo. Ogni volta che si presentava un problema, Massimo tirava il filo per risolverlo in fretta: quando gli affari andavano male, quandoqualcuno era ammalato, quando gli veniva voglia di sapere chi avrebbe vinto il campionato di calcio, quando voleva vedere subito come andava a finire lo sceneggiato a puntate della TV… Una mattina, Massimo si guardò allo specchio e scoprì di avere i capelli bianchi. Si sentiva molto stanco e insoddisfatto. Ora la sua casa era vuota e Maria (mamma mia, come era invecchiata anche lei) non riusciva a capire come mai lei e il marito non avessero molto da ricordare della vita passata insieme. «Sembra anche a te che tutto sia passato in un soffio?», gli chiedeva. «Come è possibile che i nostri figli siano cresciuti così in fretta?». Massimo non poteva rispondere e si sentiva molto triste. Erano ormai due vecchietti, pieni di acciacchi, e le giornate erano più lunghe che mai. Ma ora stava benattento a non tirare più il filo magico. Un giorno che sonnecchiava nel parco, sulla solita panchina, il vecchio Massimo si sentì chiamare. Aprì gli occhi e vide la vecchina che, tanti e tanti anni prima, gli aveva regalato la scatoletta con il filo magico. «Allora Massimo, com’è andata? Il filo magico ti ha procurato una vita felice, secondo i tuoi desideri?». «Non saprei… Grazie a quel filo non ho mai dovuto attendere o soffrire troppo nella mia vita, ma ora mi accorgo che è passato tutto così in fretta ed eccomi qui, vecchio e debole… Vorrei tornare ragazzino», sospirò con un po’ di vergogna. «E poter rivivere la mia vita senza il filo magico. Vivere come tutte le altre persone e accettare tutto quello che la vita mi riserva, senza più essere impaziente».

«Non ti resta che restituirmi la scatoletta e… buona fortuna, Massimo!». Appena Massimo pose nella mano della vecchina la scatoletta, si addormentò di un sonno profondo. «Ehi, dormiglione! Sveglia!». Massimo aprì gli occhi e si trovò nel suo letto, con la mamma (giovane e bella) che lo guardava dolcemente. Corse allo specchio e vide il suo solito volto paffuto da ragazzino. Baciò e abbracciò la mamma come fossero cent’anni che non la vedeva più.

(Bruno Ferrero)dal web”

La paura della paura

La paura è innata negli esseri viventi. Serve a proteggerli da minacce esterne. Le reazioni di paura si trovano sia in forme viventi elementari come la lumaca che retrae le sue antennine se viene toccata dall’esterno sia negli esseri umani con reazioni molto più complesse che possono andare dal ritirare una mano allo scappare, ma anche al bloccarsi improvviso!!

C’è una regione deputata alle reazioni di paura e si chiama amigdala. Da qui ogni stimolo vissuto come minaccia porta il corpo a rilasciare gli ormoni dello stress ed ecco che il corpo va in allerta: aumento della frequenza cardiaca, sudorazione, aumento della frequenza respiratoria e vengono messi da parte i sistemi non utili come quello gastrointestinale. Tutto il corpo è concentrato su ciò che viene vissuto come pericolo ed il cervello cerca di elaborare la minaccia. Se la minaccia non è reale la risposta emotiva e corporea si spegne in tempi brevi, se invece lo è persiste. E’ un sistema antico che ha permesso la sopravvivenza di tutti gli esseri viventi! La paura quindi ha una valenza positiva perché insieme ad altre emozioni/reazioni del nostro organismo a stimoli esterni come il disgusto, la rabbia, la tristezza ci mette in guardia da pericoli e quindi ci protegge.

L’adrenalina prodotta dal nostro organismo quando è in allerta produce, abbiamo visto, molti cambiamenti fisici e mentali per rispondere alla minaccia, ma sebbene oggi rispetto ai nostri antenati non dobbiamo affrontare leoni, ma problemi quotidiani, la perdita o il cambiamento del posto di lavoro le reazioni rimangono le stesse. Ma sebbene sia un fatto utile ed adattivo può divenire un enorme problema quando la paura stessa diventa un problema e viene vissuta/subita in modo sproporzionato allo stimolo o quando quest’ultimo viene male interpretato.

Abbiamo due reazioni principali alla reazione di paura: attacco e fuga. Con il primo affrontiamo la minaccia e con la seconda la evitiamo. Viene poi definita “freezing”  la reazione in cui si rimane letteralmente congelati mentre si definisce la strategia che sembra più corretta da applicare  fino alla simulazione stessa della morte, detta “faint”. Accompagnata da brusca riduzione del tono muscolare e disconnessione tra centri superiori ed inferiori la faint è una simulazione di morte comune in molti esseri viventi! Quest’ultima è una reazione estrema che si attiva in caso di eventi molto traumatici o vissuti come tali. Nella paura eccessiva tutte le sensazioni corporee descritte in precedenza sono aumentate fino a diventare fastidiose e comprendono anche debolezza alle gambe, sensazione di malessere diffuso, dolori al petto , nausea, respiro affannato.

In alcuni casi gli stimoli e la reazione di paura sono molto frequenti ed in questo caso non riusciamo a “spegnere” le nostre reazioni e viviamo in una continua sensazione di allerta. Da una funzione di allerta si passa allora ad una reazione cronica che diventa stressante essa stessa.

La modalità in cui rispondiamo agli stimoli pericolosi porta ad un cambiamento nel nostro modo di pensare pichè diventa adattivo nel rispondere ad una certa minaccia aumentando le nostre capacitò di problem-solving ovvero siamo più concentrati sul problema e cerchiamo soluzioni utili anche se ci sentiamo in tensione. Sotto la spinta della paura riusciamo ad essere capaci a fare cose incredibili come grandi salti per evitare uno strapiombo, movimenti improvvisi o che richiedono grandi sforzi. Insomma in caso di bisogno riusciamo a dare il meglio di noi!

Quando però la reazione alla paura diventa esagerata si inizia a pensare che il problema non abbia soluzione  e si immettono pensieri negativi che non coinvolgono più ciò che ha indotto la paura, ma anche verso se stessi. I pensieri negativi che riguardano la reazione alla minaccia (la paura) portano frequentemente ad un circolo vizioso. Il dolore o il respiro affannato o la frequenza cardiaca alterata da reazione vengono interpretati come problema: “cosa mi sta succedendo, ho qualcosa che non va….” Ciò allontana la soluzione del problema , ovvero far fronte alla minaccia ed anzi ne crea un altro sul piano fisico!

Questi stati di ansia non fanno altro che creare ulteriori problemi. Molte persone nel gestire l’ansia fumano a dismisura, mangiano in maniera esagerata e ciò porta inesorabilmente a non sentirsi bene, a sentirsi appesantiti o sempre stanchi e quindi incapaci a gestire in modo utile lo stress!

La risposta più comune allo stress è in genere l‘evitamento. In una fase iniziale dona sollievo, ma nel tempo si instaura una sfiducia personale ed una incapacità a fronteggiare i problemi. Il problema molte volte non è reale, ma esiste nei nostri pensieri eppure l’effetto prodotto sul nostro organismo è lo stesso. Infatti la nostra mente non fa distinzioni tra reale e pensieri e la risposta sarà la stessa. Quando lo stimolo si esaurisce in generale molte sensazioni spariscono cosa che non accade invece quando entriamo in queste circolo vizioso che fa accrescere l’ansia e la paura e sono i pensieri stessi a generarle!

Cerchiamo però di cogliere le differenze tra ansia e paura: nel primo caso c’è un percolo in un piano di realtà: una macchina ci sta per investire ad esempio. Nel secondo caso abbiamo paura di qualcosa che dobbiamo affrontare e di cui non siamo certi dell’esito: ad esempio un esame medico o quello per la patente!  In questo caso sono solo pensieri! Scateniamo l’ansia quando anticipiamo il futuro in modo catastrofico! Più siamo incerti sull’esito più cresce l’ansia ed i pensieri che la alimentano! Si può arrivare alla sensazione di impazzire o perdere il controllo. Un’esperienza davvero tremenda, ma che non esiste sul piano di realtà, ma solo nella mente, ma abbiamo detto che la mente non distingue tra realtà e pensieri e quindi immette ormoni e riparte il circolo di sintomi sul corpo! Ed ecco all’orizzonte le ansie future che già si stanno facendo strada su quelle che si stanno vivendo al momento.

Da qui ad arrivare ai disturbi d’ansia il passo è svelto con mancata abitudine agli stimoli (vengono vissuti sempre in modo esasperato!) ed ipervigilanza (in attesa che possa accadere qualcosa!) o in iperallarme (con la sensazione che qualcosa stia per accadere!)

Esistono poi paure davvero sproporzionate allo stimolo : le fobie. La fobia è una paura specifica per una cosa che perdura nel tempo. Chi soffre di una certa fobia è veramente terrorizzato alla sola idea del contatto con l’oggetto della sua fobia. Anche in questo caso abbiamo sintomi clinici riconoscibili. Dai disturbi gastrici, al senso di soffocamento alla tachicardia. Le persone fobiche vivono in un perenne processo di evitamento della fobia che diventa stressante esso stesso. Il meccanismo di evitamento diventa una trappola da cui diventa sempre più difficile uscire e che può diventare molto invalidante. Ho conosciuto persone che sono arrivate a non guidare più la macchina o non andare più al supermercato prima di chiedere un aiuto. In genere se si riesce a riconoscere uno stato di ansia generalizzata prima di degenerare sarebbe meglio confrontarsi con un esperto poiché quando alcuni comportamenti si instaurano diventa molto difficoltoso sradicarli.

Vediamo alcuni tipi di fobia: ricordo che mentre la sintomatologia è piuttosto simile , le cause possono essere molto diverse da persona a persona per questo non basta leggere su internet.

Agorafobia è paura di spazi aperti, Fobia sociale: paura di esporsi in pubblico. Claustrofobia: paura di luoghi chiusi. Esistono molte paure riguardanti gli animali (cani, insetti, piccioni….), gli elementi naturali (tuoni, temporali, buio…), ma anche delle malattie o del sangue nonché parti del corpo. Nella dismorfofobia si arriva a pensare a proprie parti del corpo come inguardabili poiché percepite sproporzionate o diverse dal suo ideale. In tutti questi casi c’è stato un errato apprendimento nel corso della vita in cui si associa un pensiero ed un oggetto in una esposizione che ha generato paura. L’evitamento (per evitare l’emozione forte provata e non per il fatto in sé!) non fa altro che rinforzare quel rapporto ed anche le sensazioni fisiche ed emotive.

Ancora sul sano egoismo

Oggi riflettevo sul sano egoismo: un argomento su cui mi imbatto spesso e del cui significato, risvolti pratici ed importanza disquisisco ogni giorno. Avete presente quando sull’aereo ti dicono che in caso di necessità bisogna indossare la propria mascherina dell’ossigeno prima di metterla ad un altro? Perché se poi stai male non sei di aiuto a nessuno

Ebbene proprio ieri spiegavo questa cosa ad una neo mamma “sull’orlo di una crisi di nervi” con questo esempio: Quando il tuo bambino piange, perchè ha fame e devi fare pipì cosa fai per prima cosa? L’ovvia risposta della mamma (e credo di molti di voi che state leggendo) sarebbe andare subito dal bambino.

La risposta è sbagliata.

Se vai dal bambino con del disagio il bambino lo avvertirà e quindi insieme al cibo gli darai anche quel disagio. Se sei stata in bagno e sei tranquilla potrai stare con tuo figlio dedicandogli in tempo di cui necessita per mangiare ed anche per sentire il tuo calore ed abbraccio. Molto diverso sarebbe se sei sulle spine, perchè ( ti scappa la pipì per intenderci) il bambino non sa perchè sei a disagio lo avverte e basta. Non conta l’importanza del disagio per il bambino è sempre una situazione spiacevole.

Quindi per tornare al sano egoismo cercate di ricordare questi esempi. Se siete stanchi o a disagio non siete di aiuto a nessuno quindi prendete i tempi necessari per stare bene ed avere l’energia e le capacità per dedicarvi davvero ad un altro!

Vi dedico anche questa fantastica poesia, un pò lunga e molto vera di un autore che vi sorprenderà “Charlie Chaplin” e vi invito a riflettere, ma anche mettere in pratica almeno alcune di queste frasi!

Quando ho cominciato ad amarmi

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il dolore e la sofferenza emotiva servivano a ricordarmi che stavo vivendo in contrasto con i miei valori. Oggi so che questa si chiama autenticità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, ho capito quanto fosse offensivo voler imporre a qualcun altro i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama rispetto.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, ho smesso di desiderare una vita diversa e ho compreso che le sfide che stavo affrontando erano un invito a migliorarmi. Oggi so che questa si chiama maturità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, ho capito che in ogni circostanza ero al posto giusto e al momento giusto e che tutto ciò che mi accadeva aveva un preciso significato. Da allora ho imparato ad essere sereno. Oggi so che questa si chiama fiducia in sé stessi.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, non ho più rinunciato al mio tempo libero e ho smesso di fantasticare troppo su grandiosi progetti futuri. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e felicità, ciò che mi appassiona e mi rende allegro, e lo faccio a modo mio, rispettando i miei tempi. Oggi so che questa si chiama semplicità.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono liberato di tutto ciò che metteva a rischio la mia salute: cibi, persone, oggetti, situazioni e qualsiasi cosa che mi trascinasse verso il basso allontanandomi da me stesso. All’inizio lo chiamavo “sano egoismo”, ma oggi so che questo si chiama amor proprio.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, ho smesso di voler avere sempre ragione. E cosi facendo ho commesso meno errori. Oggi so che questa si chiama umiltà. Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono rifiutato di continuare a vivere nel passato o di preoccuparmi del futuro. Oggi ho imparato a vivere nel momento presente, l’unico istante che davvero conta. Oggi so che questo si chiama benessere.

Quando ho cominciato ad amarmi davvero e ad amare, mi sono reso conto che il mio Pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho imparato a farlo dialogare con il mio cuore, l’intelletto è diventato il mio migliore alleato. Oggi so che questa si chiama saggezza.

Non dobbiamo temere i contrasti, i conflitti e i problemi che abbiamo con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi. Oggi so che questa si chiama vita.

Più “sicuri” con un animale domestico

Il Piccolo Principe chiede “Che cosa vuol dire addomesticare?” ” E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami” gli risponde la Volpe …

Con i nostri animali domestici, cani o gatti che siano, creiamo delle relazioni. Relazioni significative che modificano i nostri ritmi e priorità. Il nostro amico a quattro zampe è spesso un compagno di vita, un fratello per i nostri figli è a pieno titolo un membro della famiglia. Condividere spazi ed attenzioni con i nostri amici pelosi ha ripercussioni positive sulla nostra salute psicologica e fisica.  

Affermazioni confermate da recenti studi:

  • svolgono un supporto valido contro la solitudine e l’isolamento (Shoda, Stayton e Martin, 2011),
  • rappresentano un sostegno sociale ed un fattore protettivo contro problemi di natura psicosomatica in quanto la relazione, l’accudimento, il contatto fisico sono in grado di stimolare le funzioni del sistema immunitario (Solano, 2011)

Condividiamo gli spazi con loro e spesso il letto o il divano che sono considerati spazi intimi, ci leccano, ci annusano, ci si acciambellano in braccio o ci seguono ovunque. Quanto rientriamo in casa sono i primi a correrci incontro e a dimostrare gioia per il nostro ritorno. Una relazione che si basa quindi sul contatto fisico (non basta dargli da mangiare per creare la relazione!) Semplicemente accarezzare il pelo dell’animale ha un effetto calmante: il contatto con il mantello morbido ha effetti positivi sul battito cardiaco e la frequenza respiratoria.

Nella foto la mia Cindy nel giorno del suo quindicesimo compleanno!!

Cura e responsabilità

Già in tenera età insegnare ad un bambino a prendersi cura di un animale serve a sviluppare il senso di responsabilità. I bambini che sono cresciuti con un animale domestico risultano più responsabili ed autonomi rispetto a quelli che non hanno avuto questo privilegio capacità che persistono nell’età adulta.

Non vale solo per gli animali che possiamo accudire in casa:

“Il rapporto che si instaura tra bambino e cavallo è fondamentale e rappresenta molto più di un semplice sport. Pertanto i ragazzi fin da piccoli imparano ad accudire un essere vivente che risponde agli stimoli in maniera spontanea e autentica così da capire anche i limiti da rispettare per mantenere la sicurezza e il significato della cura di un animale. Il cavallo pone tutti gli allievi allo stesso piano e quindi anche i ragazzi con diffcoltà a socializzare riescono a trarne beneficio e prendere fiducia in se stessi. Credo inoltre che per l’educazione dei ragazzi avere un rapporto con un animale soprattutto al giorno d’oggi che comunicano molto attraverso la tecnologia sia di fondamentale importanza”  Martina Cursio  Istruttrore Fise

Dobbiamo ricordare però che gli animali sono sempre animali con esigenze, diritti e necessità diverse dalle nostre e quindi dedicargli attenzioni “umane” deve avere un limite: quello del rispetto. Bisogna anche prendere in considerazione il fatto che “prendersi cura di” a volte nasce da un bisogno inconsapevole di accudire o confortare se stessi: la Pet Therapy accoglie proprio questo aspetto benefico!

Parole antiche e nuovi significati in questi tempi difficili

Vi siete accorti come nel nostro vocabolario attuale sono diventate comuni parole di cui prima non conoscevamo neanche il significato? La prima parola che viene in mente è mascherina. Solo per i lavoratori socio sanitari era un oggetto/parola comune, ai più fino a marzo del 2020 era quella portata dai chirurghi in qualche serie televisiva da allora a sentirla nominare si prova paura, sospetto, fastidio…. ed è stato solo l’inizio!

Ho letto di recente un articolo# al riguardo e ho mi sono messa a fare delle considerazioni: quanto è cambiato il nostro stile di vita dalla pandemia? Quante paure in più abbiamo? Quanto siamo più consapevoli della nostra salute, del preservarla o quanto timore abbiamo di perderla? Siamo più coraggiosi o più insicuri? Anche il lessico abituale si è modificato per dare un nome a tutte queste nuove emozioni ed ecco comparire vecchie parole con nuovi significati condivisi. Ne ho selezionate solo 5 ,perchè sono quelle con cui lavoro ogni giorno e vorrei analizzarle con voi.

La prima parola è AUTOSTIMA. Ne ho parlato sempre molto e nel corso dell’anno è stato l’argomento di un mese intero. Lo sapete che questa parola esiste solo dagli anni “80? indicata come “la valutazione positiva, la sicurezza di sè, che esprime la misura in cui una persona si considera capace, importante ed i valore” . E’ stata inserita nel vocabolario della lingua italiana solo recentemente anche se già alla fine dell’ Ottocento ne parlò il filosofo americano William James. Il tema fu ripreso negli anni “60 e “70 durante i dibattiti femministi ed in particolare fu Gloria Steinem che come leader del femminismo americano utilizzò il concetto per valorizzare la voce delle donne nel libro: “Autostima: La rivoluzione parte da te”. Ancora donne e autostima sono al centro del dibattito sui femminicidi che in Italia e nel mondo hanno subito una escalation durante il lookdown. Quando lavoro bisogna fare con le donne, con le madri che devono educare i giovani uomini al rispetto ed alla parità?

Di questo argomento si potrebbero scrivere enciclopedie intere, ma lavorando per associazione mi viene in mente un’altra parola molto in uso ultimamente: SORELLANZA.

Già dalla fine dell’ Ottocento veniva utilizzata per indicare il rapporto tra sorelle ed il legame di affetto che le unisce, ma oggi il significato è inteso in modo molto più ampio. Il concetto di “reciproca solidarietà tra donne” è del 1970 periodo in cui la scrittrice Kate Millet utilizza il termine anche per indicare un’unità sociale che andasse oltre le differenze di classe, di etnia o religione. Oggi la parola sorellanza è indicata nei dizionari come “sentimento di reciproca solidarietà tra donne, basato su una comunanza di condizioni, esperienze, aspirazioni”. Sarebbe bello che questo sentimento potesse accomunare ancora più donne facendo spazio ad una reale solidarietà invece che al giudizio, l’invidia ed altri sentimenti negativi che non portano a traguardi importanti e alla valorizzazione di tutte le donne attraverso una rete coraggiosa e concreta.

Un’altra parola entrata nel linguaggio comune è RESILIENZA. In realtà esiste dal 1700 e viene dal latino con il significato di rimbalzare. Utilizzata da scienze come la fisica o l’ingegneria per indicare la resistenza di un materiale a deformazioni o rotture dagli anni Ottanta si utilizza come “capacità di superamento delle difficoltà”. Grande enfasi viene data durante un famoso discorso del Presidente Obana nel decennale dell’ undici settembre. Anche il nostro Presidente Sergio Mattarella ha parlato più volte di resilienza dopo il terremoto dell’Aquila e durante la pandemia. Noi psicologi la utilizziamo spesso perchè esprime in pieno le energie che ognuno deve trovare dentro e fuori di sè per mantenere la speranza e superare i momenti difficili. Trovo che sia una bellissima parola da applicare nella realtà di tutti i giorni e non leggendola come termine filosofico.

Altro termine antico, ma molto in voga è: PREOCCUPAZIONE. Come non si fa ad essere preoccupati oggi? Di derivazione latina con il significato “occupare prima” il significato moderno lo prendiamo dal francese preoccupation ovvero: “pensiero che occupa la mente determinando uno stato di apprensione, di inquietudine, di ansia per timore che possa verificarsi un fatto spiacevole o doloroso”.

Deriva invece dall’inglese con derivazione latina la parola IMPATTO. Indica un contatto brusco o l’urto provocato da una bomba, un missile, una navicella spaziale. Durante un telegiornale la sentiamo menzionare almeno una decina di volte. Si parla di impatto sull’ambiente, sull’economia, sulla società… Dal termine fisico (impatto zero, risparmio energetico…) la parola prende sempre più una dimensione psicologica: che impatto avranno i social media per le nuove generazioni? Come cambieranno e stanno cambiando i rapporti tra coetanei? Che impatto avrà nella nostra vita la tecnologia?

#liberamente ispirato all’intervista alla direttrice del Vocabolario Treccani di qualche settimana fa sul supplemento di Repubblica

Quaderno di crescita personale 4/amicizia

La parola di oggi è AMICIZIA

Continuando il nostro percorso di consapevolezza apprestiamoci a mettere su carta le nostre riflessioni con l’obiettivo di conoscerci sempre meglio e comprendere le nostre azioni nell’ambiente in cui ci muoviamo. Oggi prenderemo in considerazione l’amicizia.

Secondo Wikipedia con il termine amicizia si indica un tipo di relazione interpersonale, accompagnata da sentimento di fedeltà reciproca tra due o più persone, caratterizzata da una carica emotiva.  In tutte le culture, l’amicizia viene percepita come un rapporto basato sul rispetto, la sincerità, la fiducia, la stima e la disponibilità reciproca.

Nella realtà comune sappiamo quanto siano importanti le relazioni specie con gli amici. Un antico detto dice che “chi trova un amico trova un tesoro” infatti la solitudine non fa bene a nessuno e poter contare su qualcuno fuori dalla tua famiglia che possa spronarti, accoglierti, darti un parere obiettivo è molto importante.

Certo non tutte le amicizie sono sullo stesso livello infatti abbiamo amici con cui fare shopping, andare a pranzo, fare le escursioni, condividere sogni e non sempre tutto ciò può essere rappresentato da un’unica figura. Attenzione ai falsi amici, quelli che in qualche modo approfittano di te: della tua disponibilità, della tua fiducia e a volte anche del tuo tempo o dei tuoi soldi! Fare “conoscenze” per qualcuno è più facile che per altri, ma attenzione l’amicizia è un’altra cosa! Non apritevi completamente se: non richiesto o se troppo richiesto e abbiate un atteggiamento non dico sospettoso, ma almeno attento verso chi entra nella vostra vita. Questo vi preserverà da molte delusioni o incomprensioni.

Se ti accorgi che hai accanto amicizie “interessate” allontanale elegantemente senza inutili sensi di colpa che fanno del male solo a te!

Esercizio 1:

Fai un elenco dei tuoi amici attuali e cerca di vedere quali sono le caratteristiche che vi accomunano, da quanto tempo vi conoscete ed il grado di amicizia che vi lega e segnatelo sul vostro diario.

L’amico perfetto non esiste poiché noi per primi abbiamo manie, difetti e stranezze varie e quindi in alcune occasioni bisogna essere tolleranti come gli amici lo sono con noi! Il nemico principale dell’amicizia sta invece nella pigrizia. Sì avete capito bene: verso quelli che ritenete i vostri migliori amici che attenzioni riservate? Li chiamate spesso? Condividete momenti insieme? Oppure è un po’ che non vi sentite con la scusa del tempo, del lavoro, le dimenticanze? Se gli amici meritano allora meritano anche il nostro tempo e quindi vi propongo:

Esercizio 2:

fai un elenco delle telefonate da fare ai tuoi amici e falle in un lasso limitato di tempo ovvero non rimandare a domani! VI RICORDO CHE L’AMICIZIA VA COLTIVATA!

Sono pieno e mangio ancora…perché?

Perché sazietà e pienezza non sono la stessa cosa. Sottostanno a processi fisiologici diversi: uno riguarda un aspetto chimico e l’altro un aspetto meccanico!

Quando siamo sazi vuol dire che abbiamo appagato la fame ed i relativi bisogni del corpo in termini di  nutrienti ed energia ed in genere si raggiunge con cibi considerati sani dal nostro corpo. Può accadere invece di sentirci pieni, e non sazi, dopo aver mangiato alimenti che letteralmente si gonfiano nel nostro stomaco, ma da cui traiamo pochi elementi nutritivi adeguati. Accade perché ad un certo punto la distensione delle pareti dello stomaco aumenta per la presenza di cibo e la sensazione di pienezza varia tremendamente secondo il genere di alimento consumato. Ci sono occasioni in cui si supera il livello abituale di pienezza, come a Natale o eventi particolari dove ci si sente “autorizzati” a mangiare di più del necessario.

Per alcune persone la sensazione di pienezza deve essere raggiunta ad ogni pasto. Gran parte della nostra percezione del gusto e della pienezza ha origine dai ricordi e dalle esperienze passate. In alcune famiglie non c’era cibo sufficiente e alcuni hanno appreso che abbondare nelle porzioni  “di più è meglio” altri che non potevano accedere ad alcuni cibi perché severamente vietati in casa si rivolgono a quei cibi fino allo sfinimento.

Utilizzando la consapevolezza, e per questo un grande aiuto proviene dalla Mindful Eating, ci si può rendere conto che continuare a mangiare (che sia in un pasto a tavola o in piedi davanti alla credenza) spesso ha a che fare con altri problemi che non sono soltanto il desiderio di sentirti pieno. C’è la pressione sociale del gruppo, volere integrarsi nella festa, oppure cedere (più volte) all’incoraggiamento di prenderne ancora. Oppure puoi diventare consapevole di usare il cibo per ammazzare la noia o altre emozioni, se non addirittura per esprimere il tuo Sé ribelle. 

Notare questi pensieri abituali e queste abitudini può aiutarti a sintonizzarti e regolare la quantità corretta di cibo. E non esiste affatto un’unica risposta giusta. Un piccolo spuntino  ha senso se mangerai un pasto completo entro una o due ore; un pasto più pesante può   avere senso se sai che dovrà sostenerti fino a cena. Sintonizzandoti con la pienezza di stomaco, potrai avvertire meglio l’arrivo della pienezza  dopo ogni boccone, quindi puoi terminare i pasti sentendoti bene e non fastidiosamente pieno. Con il tempo apprenderai anche come certi alimenti hanno effetto sulle sensazioni di pienezza nel bene o nel male. Questa informazione ti permetterà di prendere decisioni più sagge su cosa mangiare, quanto e quando fermarti.

Ispirato da Jean Kristeller

In 50.000 alla Race for the cure di Roma

Solidarietà e prevenzione le parole simbolo di questa manifestazione che in concreto ha visto 50,000 persone che hanno creduto e sostenuto questo progetto che si rinnova da ben 23 anni grazie all’entusiasmo del Prof. Riccardo Masetti, le fantastiche donne in rosa, i volontari, le madrine Maria Grazia Cucinotta e Rossana Banfi con la perfetta organizzazione di Komen Italia.

Grazie anche a vecchi e nuovi amici tra i partner ed istituzioni che si sono resi disponibili per la buona riuscita di questo fine settimana intenso iniziato giovedì scorso. 1500 prestazioni effettuate a scopo preventivo e numerosi momenti ludici per adulti e bambini, senza dimenticare il ricco elenco di conferenze ed incontri tematici.

La Race for the Cure è finalmente tornata e oggi ha battuto il record più importante, quello del ritorno alla normalità.


Per gli amici di altre zone d’Italia questi i prossimi appuntamenti:
Bari 13 – 15 maggio
Napoli 20 – 22 maggio
Bologna 16 – 18 settembre
Brescia 23 – 25 settembre
Matera 30 settembre – 2 ottobre
e in Abruzzo grazie al Comitato di Pescara 7 – 9 ottobre

Il cortisolo (leggi lo stress!) non ti fa dimagrire

Sei sempre in affanno? Dormi poco e male? Mangi in modo disordinato? Hai preso peso e malgrado i sacrifici non riesci a perdere neanche un etto? Forse è colpa del cortisolo!

I ritmi di vita odierni favoriscono l’aumento del così detto ormone dello stress che perde la sua funzione di risposta attiva ad un problema in un qualcosa che ci travolge e ci condiziona.

Con il cortisolo alto nel sangue non si pensa bene, si ha problemi a concentrarsi e a ricordare le cose. Si alza la glicemia, la pressione ed il cortisolo cattivo: insomma una vera tragedia.

Il cortisolo è un ormone che viene prodotto dall’organismo in risposta a situazioni di stress o di sforzo e viene definito ormone dello stress. Fondamentale per reagire in modo attivo ad eventi stressanti non è più utile quando lo stress diventa cronico e ne viene prodotto oltre misura.

Quando questo accade nell’organismo c’è un vero scompiglio: aumento della pressione, della glicemia e del colesterolo cattivo, maggiore ritenzione idrica, invecchiamento cutaneo, difficoltà di memoria! Senza scendere nei particolari di questi effetti appare subito chiaro che il nostro benessere psicofisico è messo a dura prova e quindi sono necessarie delle azioni efficaci per ridurre al minimo gli effetti nocivi del cortisolo.

Fondamentale è un radicale cambiamento dello stile di vita. Dormire abbastanza e serenamente è il primo obiettivo che si può raggiungere anche con l’assunzione di melatonina. Ricordo che va assunta tutte le sere alla stessa ora. Fatevi consigliare dal farmacista il dosaggio più adatto alle vostre necessità. Evitate sostanze stimolanti la sera prima di coricarvi come il caffè. Evitate di stare le ore al buio con gli occhi attaccati allo schermo del cellulare, le onde sonore e luminose stimolano il cervello non lo fanno rilassare! Durante il giorno imparate a scaricare le tensioni facendo attività fisica o dedicandovi ad un hobby soddisfacente. Attenzione a dosare l’attività fisica: non adatta ad alta intensità o eseguita una volta ogni tanto con stop lunghi perché risulta di per se  già stressante, ma deve essere svolta con regolarità e a media intensità. Ottimo dedicarsi a relazioni sane o prendersi cura di un animale domestico (la Pet therapy non è un’opinione!). Perfetta la meditazione e lo yoga.  Evitate di assumere troppi zuccheri, al massimo un po’ di cioccolata fondente che è amica del cuore (in piccole quantità!), utili i probiotici e le fibre che proteggono il nostro intestino (ricordate? È il nostro secondo cervello!!) Bere molta acqua poiché la disidratazione aumenta il cortisolo!

Ricordate che uno stile di vita sano previene molte situazioni a rischio non solo per la linea, ma per la nostra salute!

Mindful eating: mangiare in modo consapevole

Parlando di cibo un atteggiamento mindful può essere una salvezza. Vivere nel momento presente è indispensabile per riconoscere le nostre azioni, gli atteggiamenti verso uno o particolari cibi, ma anche come mangiamo, come ci sentiamo. Serve a riconoscere se stiamo mangiando con innescato il “pilota automatico” o per scelta. Siamo sicuri che non siamo solo stanchi o sfiduciati o arrabbiati? Queste emozioni vanno vissute e non schiacciate con il cibo. Le emozioni vanno prima di tutto riconosciute e poi bisogna trovare la giusta soluzione ad ogni nostro stato d’animo rispettando la nostra mente ed il nostro corpo. Se siamo stanchi dobbiamo riposarci, se siamo arrabbiati un urlo può avere un suo perché, se abbiamo avuto un buon risultato facciamoci un regalo e così via!

L’insoddisfazione non si cura con il cibo, anzi spesso un aumento di peso dovuto ad un’esagerata introduzione di alimenti, è esso stesso motivo di disagio ed insoddisfazione.

Proprio nei giorni in cui si è incerti e sfiduciati una pratica mindful può rivelarsi incredibilmente utile al contrario del cibo che porta inevitabilmente ad un circuito davvero pericoloso.

Quando si sta così nessuno sforzo dietetico può dare risultati poiché il cibo viene letteralmente “buttato giù” spesso senza neanche sentire il sapore e quasi senza masticarlo! Qui la consapevolezza dell’attimo che si sta vivendo è fondamentale. La mindful eating ti insegna a comprendere le richieste del tuo corpo, a capire la differenza tra pienezza e sazietà ed anche come fare la spesa in modo consapevole.

Con la mindful non ci sono limiti e regole, ma solo l’ascolto dei nostri veri bisogni evitando atteggiamenti giudicanti. Regala la vera libertà di mangiare senza essere guidati dalla fame emotiva o senza attenzione. Scegliendo alimenti di qualità a favore della quantità.