5 consigli pratici per genitori consapevoli

1. Dedicate ogni giorno tempo autentico ai vostri figli.
Non basta stare nella stessa stanza: è importante esserci con la mente e con il cuore. Spegnete il telefono, ascoltate i loro racconti e mostrate interesse per ciò che vivono, anche quando vi sembra poco importante.

2. Stabilite regole chiare e limiti coerenti.
I ragazzi hanno bisogno di confini per sentirsi sicuri. Imparate a dire di no senza sentirvi in colpa, spiegando il significato delle regole e mantenendo una linea educativa coerente. L’amore non consiste nell’assecondare ogni richiesta.

3. Imparate ad ascoltare senza giudicare immediatamente.
Create uno spazio in cui i figli possano parlare di paure, errori, amicizie e difficoltà senza temere una reazione sproporzionata. Ascoltare non significa approvare ogni comportamento, ma comprendere ciò che si nasconde dietro di esso.

4. Educate al rispetto e alla responsabilità.
Aiutateli a comprendere che le azioni hanno conseguenze e che il rispetto degli altri è un valore irrinunciabile. Date il buon esempio attraverso il vostro comportamento: i figli apprendono molto più da ciò che vedono che da ciò che viene loro semplicemente detto.

5. Non sottovalutate i segnali di disagio.
Cambiamenti improvvisi nell’umore, isolamento, aggressività, frequentazioni preoccupanti o difficoltà scolastiche meritano attenzione, senza allarmismi né accuse. Cercate il dialogo e, se necessario, rivolgetevi a uno psicologo o a un professionista dell’età evolutiva.

Una riflessione conclusiva

Essere genitori non significa avere sempre le risposte giuste, ma assumersi la responsabilità di cercarle insieme ai propri figli. La presenza affettiva, i limiti educativi e l’esempio quotidiano sono strumenti fondamentali per accompagnare i giovani verso una crescita equilibrata.

Non possiamo controllare ogni scelta dei nostri figli, ma possiamo contribuire a costruire le basi emotive e morali che li aiuteranno a scegliere.

Genitori e figli: il valore dell’educazione in una società che cambia

I recenti fatti di Milano ci invitano a una riflessione importante sul ruolo dei genitori nella crescita dei figli. Di fronte a episodi di violenza e comportamenti antisociali che coinvolgono giovani, è naturale chiedersi quale sia oggi il significato dell’educare e quanto gli adulti riescano a essere punti di riferimento autentici.

Essere genitori non è mai stato semplice, ma oggi significa confrontarsi con nuove sfide: i social network, il bisogno di appartenenza al gruppo, la ricerca di approvazione e la difficoltà di gestire emozioni e frustrazioni. In questo contesto, i figli hanno bisogno non soltanto di amore, ma anche di presenza, ascolto e regole chiare.

Dal punto di vista psicologico, l’adolescenza è una fase delicata, caratterizzata dalla ricerca della propria identità e dal desiderio di autonomia. Il gruppo può esercitare una forte influenza e, talvolta, il bisogno di essere accettati può spingere a comportamenti che individualmente non si sceglierebbero. Per questo è fondamentale aiutare i ragazzi a sviluppare senso critico, empatia e responsabilità.

Naturalmente, non possiamo attribuire ogni comportamento problematico a una carenza familiare: le cause sono complesse e coinvolgono anche la scuola, il contesto sociale e le esperienze individuali. Tuttavia, la famiglia resta il primo luogo in cui si apprendono il rispetto, la gestione dei conflitti e il valore dei limiti.

Amare un figlio non significa proteggerlo da ogni frustrazione, ma insegnargli ad affrontarla. Significa saper dire di no, dare il buon esempio e mantenere aperto il dialogo anche quando diventa difficile.

Forse, davanti a questi episodi, dovremmo chiederci non soltanto che cosa stia accadendo ai nostri giovani, ma anche quanto tempo dedichiamo davvero ad ascoltarli e comprenderli.

Educare significa esserci, con affetto e fermezza. Perché crescere persone responsabili richiede adulti capaci di accompagnare, guidare e, soprattutto, dare l’esempio.

La presenza di un genitore non si misura da ciò che offre materialmente, ma dalla sicurezza emotiva, dai valori e dalla fiducia che riesce a trasmettere.

10 motivi sani per imparare a dire NO

Quante volte vi siete odiati perchè avete detto l’ennesimo SI’? Quante volte lo avete detto per non dispiacere gli altri ? Quante volte lo avete fatto per essere accettati o evitare sensi di colpa? Dire NO non significa essere egoisti, scortesi o poco disponibili. Significa, prima di tutto, riconoscere i propri bisogni, rispettare i propri limiti e scegliere consapevolmente ciò che è davvero importante per noi. Insomma non mettersi sempre dopo tutto e tutti.

Vediamo insieme perchè dire NO può fare bene

  1. Per proteggere i tuoi confini
    Dire no aiuta a stabilire ciò che accettiamo e ciò che invece non ci fa stare bene.
  2. Per rispettare i tuoi bisogni
    Non possiamo essere sempre disponibili per gli altri. Anche i nostri bisogni meritano attenzione.
  3. Per evitare il sovraccarico
    Accettare continuamente richieste può portarci a stanchezza, stress e senso di esaurimento.
  4. Per non vivere solo per compiacere gli altri
    Dire sempre sì per paura di deludere può farci perdere di vista ciò che desideriamo realmente.
  5. Per aumentare l’autostima
    Quando impariamo a difendere le nostre scelte, sviluppiamo una maggiore fiducia nelle nostre capacità.
  6. Per avere relazioni più autentiche
    Un rapporto sano non dovrebbe dipendere dalla nostra continua disponibilità. Un no sincero è spesso più autentico di un sì detto controvoglia.
  7. Per ridurre il senso di risentimento
    Accettare qualcosa che non vogliamo può generare rabbia, frustrazione e risentimento. Dire no al momento giusto può evitarlo.
  8. Per imparare a scegliere le proprie priorità
    Ogni sì ha un costo in termini di tempo ed energie. Dire no a ciò che non è prioritario permette di dire sì a ciò che conta davvero.
  9. Per liberarsi dal senso di colpa
    Non dobbiamo sentirci in colpa ogni volta che scegliamo noi stessi. Prendersi cura di sé non significa trascurare gli altri.
  10. Per sentirsi liberi di essere se stessi
    Un no può essere un atto di consapevolezza: “Questo non fa per me, e posso dirlo senza dovermi giustificare continuamente.”

Dire no non è chiudere una porta agli altri. È imparare ad aprire quella giusta per noi.

Ci sono poi i no che fanno crescere quei NO che invece vengono detti troppo poco ai figli in particolare, ma quello è un altro discorso e lo riprenderemo in un’altra occasione.

Prima della “prova costume” leggi qui

I benefici del perdere peso hanno anche una valenza psicologica importante. Avendo un’implicazione sull’immagine corporea, chi è in soprappeso o obeso tende ad eliminare le situazioni pubbliche riducendosi alla sedentarietà e cercando il cibo come conforto che alimenta un circuito pericoloso. Il perdere peso, invece, innesca nell’organismo, nella sua interezza di corpo e mente, dei meccanismi benefici che portano a migliorare le funzioni vitali, ma anche a riprogrammare le scelte di una vita più equilibrata fatta di nuove e sane abitudini.

Ridurre il grasso addominale, che funziona da scorta nel nostro organismo sotto forma di trigliceridi ed è in grado di innescare dei processi infiammatori che alterano pensieri, corpo, umore ed appetito, ci permette di ristabilire i giusti meccanismi che vanno a salvaguardare la salute ripristinando l’equilibrio ormonale e metabolico.

Secondo uno studio della Wake Forest University in USA le donne sarebbero favorite nell’effetto anti età del perdere peso poiché hanno maggiori capacità di recuperare il movimento e di ripristinare sane abitudini nel tempo. Prendersi cura di se stessi, ancor prima di vedere i risultati in termini di peso, fa sentire molto più motivati e propositivi. Predispone al cambiamento con conseguente rilascio di endorfine che mettono di buon umore e che rendono il sacrificio più abbordabile. Imparare a mangiare meglio è quindi il presupposto per una efficace perdita di peso che possa essere mantenuto nel tempo senza sacrifici particolari.

da:

Dimagrire una scelta consapevole 2

ED. Campi di Carta

CAP. 8 un approccio sano alla vita

Giovani e adulti oggi: una relazione in trasformazione

Incontro ogni giorno giovani preoccupati per il futuro altri che non si sentono compresi dai genitori. Spesso evidenziano in loro incoerenza nei comportamenti altalenanti tra indifferenza e attenzioni soffocanti. Incontro altrettanti adulti che invece di rappresentare porti sicuri spesso si comportano da adolescenti. Pensano che per comprendere i giovani basti vestirsi ed atteggiarsi come loro e non accettano il tempo che passa. Insomma un vero pasticcio! Vediamo insieme cosa sta succedendo e cosa si può fare.

Il rapporto tra giovani e adulti è sempre stato uno degli snodi centrali della vita sociale. Ogni generazione cresce cercando di distinguersi da quella precedente, mentre gli adulti cercano di trasmettere valori, regole ed esperienza. Oggi, però, questo rapporto sembra attraversare una fase particolarmente complessa. Cambiamenti tecnologici rapidissimi, nuove forme di comunicazione, precarietà economica e trasformazioni culturali hanno modificato profondamente il modo in cui giovani e adulti si percepiscono e si relazionano.

Dal punto di vista psicologico, il conflitto tra generazioni non è necessariamente un segnale negativo. Al contrario, rappresenta spesso un passaggio naturale nel processo di crescita. L’adolescente ha bisogno di differenziarsi dagli adulti per costruire la propria identità. Questo processo, descritto da Erik Erikson come “crisi dell’identità”, permette al giovane di definire chi è, quali valori sente propri e quale posto desidera occupare nel mondo. Tuttavia, nella società contemporanea, tale ricerca appare più lunga e incerta rispetto al passato.

Uno degli elementi che ha trasformato il rapporto tra generazioni è la tecnologia digitale. I giovani di oggi sono nati in un ambiente dominato da smartphone, social network e comunicazione immediata. Gli adulti, invece, hanno spesso dovuto adattarsi a questi strumenti in età più avanzata. Questa differenza crea una sorta di “divario esperienziale”: i giovani percepiscono gli adulti come distanti o incapaci di comprendere il loro mondo, mentre molti adulti vedono i ragazzi come troppo dipendenti dalla tecnologia o poco capaci di affrontare la realtà concreta.

Dal punto di vista psicologico, i social network influenzano profondamente la costruzione dell’identità. I giovani sono continuamente esposti al giudizio degli altri attraverso like, commenti e immagini idealizzate. Questo può generare ansia, bisogno di approvazione e fragilità emotiva. Gli adulti, spesso, faticano a comprendere quanto il mondo digitale sia “reale” sul piano emotivo per un adolescente. Frasi come “spegni il telefono e basta” rischiano di minimizzare esperienze che per i giovani hanno un forte impatto psicologico.

Anche gli adulti, però, vivono difficoltà specifiche. Molti genitori si trovano a educare in un contesto molto diverso da quello in cui sono cresciuti. Le certezze educative tradizionali appaiono meno solide: autorità, disciplina e modelli rigidi sono stati sostituiti da un approccio più dialogico e affettivo. Questo cambiamento ha aspetti positivi, ma può anche creare insicurezza negli adulti, che talvolta oscillano tra eccessiva permissività e controllo.

Un altro aspetto importante riguarda il tema dell’autonomia. In passato il passaggio all’età adulta avveniva più rapidamente: lavoro stabile, indipendenza economica e formazione di una famiglia arrivavano prima. Oggi molti giovani vivono una condizione di precarietà che prolunga la dipendenza dalla famiglia. Questo può generare tensioni reciproche: i giovani si sentono giudicati o non compresi, mentre gli adulti possono percepire frustrazione o preoccupazione per il futuro dei figli.

Dal punto di vista relazionale, ciò che spesso manca è l’ascolto reciproco. Gli adulti tendono talvolta a interpretare i comportamenti giovanili come superficialità o mancanza di impegno, mentre i giovani percepiscono gli adulti come incapaci di capire le difficoltà attuali. In realtà entrambe le generazioni condividono paure simili: il bisogno di essere riconosciuti, il timore del fallimento, l’incertezza verso il futuro.

La psicologia contemporanea sottolinea l’importanza dell’empatia intergenerazionale. Un adulto autorevole non è colui che impone soltanto regole, ma chi riesce a creare uno spazio di dialogo e fiducia. Allo stesso tempo, i giovani hanno bisogno di confrontarsi con figure adulte capaci di offrire limiti, orientamento e stabilità emotiva. Senza punti di riferimento, infatti, la libertà rischia di trasformarsi in disorientamento.

In conclusione, il rapporto tra giovani e adulti oggi appare più fragile ma anche più aperto rispetto al passato. Le difficoltà non derivano solo da differenze di età, ma dalla velocità con cui cambia la società. Comprendere questo significa superare stereotipi reciproci e riconoscere che entrambe le generazioni stanno affrontando trasformazioni profonde. Solo attraverso il dialogo, l’ascolto e il riconoscimento reciproco è possibile costruire relazioni più autentiche e mature.

Una stagione “tutta per noi”: psicologia del benessere in primavera

C’è qualcosa nell’aria di primavera che non si riesce a ignorare: una qualità diversa della luce, un profumo di terra che ritorna, una sensazione sottile di movimento. Non è solo poesia stagionale: il cambiamento che percepiamo fuori si riflette dentro di noi. La primavera rappresenta, anche dal punto di vista psicologico, una fase di riattivazione. Il corpo chiede energia, la mente cerca spazio, le emozioni diventano più dinamiche.

Dopo i mesi più introspettivi dell’inverno, questo è il momento in cui molte persone avvertono una spinta a “ricominciare”. Ma attenzione: non sempre questa energia si traduce automaticamente in benessere. Può anche generare irrequietezza, pressione a fare di più, o un senso di inadeguatezza se non ci si sente “allineati” a questa rinascita.

Ecco perché è utile trasformare questo periodo in un’opportunità concreta di cura psicologica.


🌿 1. Ascoltare il ritmo, non inseguirlo

La primavera porta con sé un aumento naturale dell’attivazione: giornate più lunghe, maggiore esposizione alla luce, ritmi sociali che riprendono. Tuttavia, non è necessario adeguarsi a un ideale di produttività o vitalità.

Consiglio pratico:
Prenditi qualche minuto al giorno per chiederti: “Di cosa ho davvero bisogno oggi?” Non cosa “dovrei” fare, ma cosa ti nutre davvero. Questo semplice cambio di prospettiva riduce lo stress e aumenta la consapevolezza.


🌼 2. Muovere il corpo per liberare la mente

Il desiderio di movimento in questa stagione non è casuale: attività fisica e benessere mentale sono strettamente collegati. Anche movimenti leggeri possono migliorare l’umore e ridurre l’ansia.

Consiglio pratico:
Integra piccole attività all’aperto: una passeggiata senza telefono, qualche esercizio leggero, o anche solo stare al sole. Non serve performance: serve presenza.


🌱 3. Fare spazio (dentro e fuori)

La primavera è tradizionalmente associata al “fare ordine”. Questo ha un impatto anche psicologico: eliminare il superfluo aiuta a ridurre il carico mentale.

Consiglio pratico:
Scegli un piccolo ambito (una stanza, un cassetto, una routine) e semplificalo. Parallelamente, prova a “fare spazio” anche nei pensieri: scrivere ciò che ti preoccupa può aiutarti a mettere ordine interno.


🌸 4. Coltivare relazioni autentiche

Il ritorno alla socialità può essere energizzante, ma anche dispersivo. Non tutte le interazioni nutrono allo stesso modo.

Consiglio pratico:
Privilegia momenti di qualità rispetto alla quantità. Anche una sola conversazione autentica può avere un impatto molto più profondo di molte interazioni superficiali.


🌞 5. Accettare la transizione emotiva

Non tutti vivono la primavera come un momento positivo. Alcune persone sperimentano stanchezza, malinconia o sbalzi d’umore. È una risposta normale ai cambiamenti biologici e ambientali.

Consiglio pratico:
Non giudicare il tuo stato emotivo. Accettarlo è il primo passo per trasformarlo. Se senti un disagio persistente, parlarne con qualcuno può fare la differenza.


Conclusione

La primavera non è solo una stagione: è un invito. Non a diventare una versione migliore di sé nel senso competitivo del termine, ma a ritrovare un equilibrio più autentico. Il benessere attraversa ogni gesto, proprio come suggerisce il testo di partenza: nel modo in cui respiriamo, ci muoviamo, ci relazioniamo.

Prendersi cura di sé in questo periodo significa soprattutto questo: non lasciarsi trascinare dal cambiamento, ma abitarlo con consapevolezza.

Conosciamo la METACOGNIZIONE

La metacognizione è la capacità di osservare, comprendere e gestire i propri processi mentali. In altre parole, è il “pensiero sul pensiero”: ci aiuta a capire come impariamo, prendiamo decisioni e reagiamo alle situazioni.

È uno strumento potente perché permette di:

riconoscere i propri punti di forza e di difficoltà
migliorare l’apprendimento
regolare emozioni e comportamenti

Un aspetto centrale riguarda i pensieri negativi. Spesso emergono in modo automatico (“non ce la farò”, “non sono abbastanza bravo”), influenzando le nostre azioni e il nostro umore. La metacognizione ci aiuta a intercettarli, metterli in discussione e sostituirli con valutazioni più realistiche.

Non si tratta di “pensare positivo” a tutti i costi, ma di sviluppare consapevolezza: capire cosa stiamo pensando e perché.

Allenare la metacognizione significa diventare più lucidi, autonomi e resilienti nel tempo.

Ecco una serie di vignette esplicative:

Il diario della primavera: un’attività per adulti per riscoprire lo sguardo

In un mondo dominato da notifiche, schermi e ritmi accelerati, l’idea di fermarsi a osservare può sembrare quasi sovversiva. Eppure, proprio da un’attività pensata per insegnare ai bambini nasce uno spunto sorprendentemente potente anche per gli adulti: tenere un diario della primavera.

Non serve molto: un quaderno qualsiasi, un po’ di tempo e la disponibilità a rallentare. Quello che cambia è l’intenzione. Non si tratta più solo di educare, ma di ri-educarsi allo sguardo.

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Un esercizio semplice, ma non banale

L’attività è essenziale nella sua struttura: uscire qualche volta a settimana, in un parco, in giardino o semplicemente lungo una strada alberata, e osservare. Non “guardare distrattamente”, ma osservare davvero.

Cosa è cambiato rispetto all’ultima volta?
Un ramo ha nuove foglie?
Un fiore è sbocciato dove prima non c’era nulla?
Quali suoni riempiono l’aria?

Per un adulto, abituato a filtrare la realtà in modo automatico, questo esercizio diventa una pratica di attenzione consapevole. È un modo per interrompere il pilota automatico e ritrovare il dettaglio.

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Il diario come spazio personale

Una volta rientrati, si apre il quaderno. Ma qui l’attività si trasforma.

Non è più solo raccolta di elementi naturali: è narrazione.
Si possono annotare:

  • la data e il luogo
  • ciò che si è osservato
  • una sensazione, un pensiero, un ricordo evocato

Chi ama scrivere può costruire brevi testi. Chi preferisce il linguaggio visivo può disegnare, incollare foglie, petali o frammenti raccolti. Non esiste un formato giusto: il diario può essere rigoroso, quasi scientifico, oppure libero e poetico.

Col tempo, diventa un archivio intimo, una mappa stagionale della propria esperienza.

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Allenare i sensi: non solo vedere

Un elemento interessante, spesso trascurato, è l’ascolto.

Prima di scrivere, si può provare a chiudere gli occhi per qualche secondo e concentrarsi sui suoni:

  • il vento tra le foglie
  • il canto degli uccelli
  • il rumore lontano della città
  • la pioggia

Trascrivere o rappresentare questi suoni aiuta a espandere la percezione. L’esperienza non è più solo visiva, ma multisensoriale. Per un adulto, questo significa uscire dalla logica produttiva e rientrare in una dimensione più percettiva.

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Il valore del tempo che si trasforma

Il vero cuore di questa attività è la continuità.

Tornare sulle stesse pagine dopo giorni o settimane permette di vedere il cambiamento: un albero prima spoglio che si riempie di fiori, un prato che torna verde, una luce che muta.

Questo processo rende il tempo tangibile. Non più qualcosa da inseguire o gestire, ma da osservare mentre accade.

Per gli adulti, è un’esperienza rara: riconnettersi con un tempo naturale, ciclico, diverso da quello frammentato della quotidianità.

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Una piccola rivoluzione quotidiana

Tenere un diario della primavera non è solo un passatempo creativo. È una pratica di rallentamento, di attenzione e di presenza.

Non richiede competenze particolari, né strumenti costosi.
Non ha obiettivi produttivi.
Non deve “servire” a qualcosa.

E proprio per questo funziona.

L’unica vera regola resta la più semplice: uscire, osservare e lasciarsi sorprendere.

Violenza sulle donne: riconoscere i segnali precoci

Non succede all’improvviso a volte si insinua facendovi addirittura dubitare di voi, per questo è importante riconoscere e non sottovalutare alcuni segnali. La violenza fisica non inizia MAI all’improvviso, è preceduta da comportamenti molto subdoli quali controllo, manipolazione o aggressività psicologica.

Ci sono segnali psicologici molto sottili che spesso all’inizio sembrano normali o addirittura segni di affetto, ma con il tempo possono diventare forme di manipolazione o controllo. Riconoscerli presto può aiutare a capire se una relazione sta prendendo una direzione pericolosa.

1. Ti fa dubitare di te stessa (gaslighting)

  • Dice che ricordi male le cose o che stai esagerando.
  • Nega fatti evidenti.
  • Alla fine inizi a chiederti: “Forse ho capito male io…”.

2. Critiche “travestite” da consigli

  • Commenti tipo:
    • “Lo dico per il tuo bene.”
    • “Se fossi più intelligente faresti così.”
  • All’inizio sembrano suggerimenti, ma minano lentamente l’autostima.

3. Amore molto intenso all’inizio

  • Dichiarazioni fortissime dopo poco tempo.
  • Vuole accelerare tutto: convivenza, impegni, esclusività.
  • Questo comportamento è spesso chiamato love bombing.

4. Vittimismo continuo

  • Racconta che tutti lo hanno sempre tradito o trattato male.
  • Gli ex partner sono sempre descritti come “pazzi” o “cattivi”.
  • Così crea empatia e giustifica comportamenti problematici.

5. Senso di colpa costante

  • Ti fa sentire responsabile del suo umore.
  • Se è arrabbiato o triste, sembra sempre colpa tua.

6. Piccoli test di controllo

  • Prova a vedere quanto sei disposta a cedere:
    • “Se mi amassi davvero faresti questo.”
    • “Non ti costa niente rinunciare a quella cosa.”

7. Minimizzare i tuoi sentimenti

  • Quando esprimi un disagio dice:
    • “Sei troppo sensibile.”
    • “Stai facendo un dramma.”

8. Alternanza caldo-freddo

  • Un giorno molto affettuoso, il giorno dopo distante o freddo.
  • Questo crea confusione emotiva e fa cercare sempre la sua approvazione.

Ascoltati: un segnale importante è come ti senti nella relazione. Se ti senti:

  • confusa
  • in colpa
  • sotto pressione
  • meno sicura di te stessa
  • questi segnali ti dicono che c’è qualcosa che non va prendi le distanze e parlane con un’amica. Non aver paura del giudizio e cerca aiuto se non riesci a staccarti.

Le radici della violenza di genere

Ci troviamo di fronte ad un momento storico importante il numero di femminicidi non significa che c’è un aumento di “matti” in giro, ma sicuramente di molti uomini che si sentono frustrati, insicuri e che non hanno un punto di riferimento culturale come uomini.

Uomini anche giovani a cui è stato insegnato che il non rispetto e la svalutazione della donna sono normali e che non accettano che una donna possa fare scelte o possa avere una sua idea delle cose.

un momento del mio intervento all’evento di sabato 21 marzo 2026

*Si continua a discutere sul perché dei femminicidi e c’è ancora qualcuno che parla di malati di mente. Ma quando un fenomeno si ripete ogni giorno e in tutto il mondo non si possono attribuire i delitti a dei raptus ma dobbiamo constatare una intenzione generale di riconquista del potere.

Si tratta, come ormai risulta chiaro, di una volontà di punizione, diffusa e condivisa, di cui gli esecutori spesso non sono consapevoli. Nel mondo patriarcale è montata una rabbia vendicativa e una voglia di riportare l’ordine nelle famiglie colpendo e punendo le donne che pretendono autonomia e libertà, riconoscimenti professionali e prestigio.

Tutte cose che implicano un nuovo potere. Ricordiamo che la conquista di nuovi poteri è sempre stato il detonatore per lo scoppio di guerre fra popoli e fra Stati. Si pensi alle rivolte dei contadini contro i feudatari, o le lotte dei democratici contro i proprietari di schiavi e non ultimo gli scontri fra le donne che chiedevano il voto e i governi che lo rifiutavano. Molti, i più saggi e i più generosi, capiscono e si adattano, qualcuno mugugnando, ma l’intelligenza e la comprensione fa loro intendere che non si tratta di una catastrofe identitaria ma di una rinuncia ad alcuni privilegi e ad alcune abitudini millenarie. Altri, i più ignoranti, i più narcisisti, i più spaventati, non riescono ad accettare i cambiamenti e la conseguente perdita di potere. E, presi da terrore, si accaniscono sul corpo ribelle.

locandina evento del 21 marzo 2026

L’ultimo caso del giovane che per mesi ha cercato di avvelenare la moglie incinta e poi l’ha uccisa con trentasette coltellate ci fa capire quanto sia drammatica per certi uomini la perdita di poteri e privilegi che considerano naturali ed eterni. Come rimediare? Se concordiamo sulla idea che non si tratta di casi

Personali ma di una tendenza mondiale dovuta alla paura di perdere una identità virile storica, appartenente per «grazia divina» al genere maschile, non se ne uscirà. La sola cosa possibile è agire sulla cultura, sulle abitudini identitarie, sulle disparità di genere, sulla misoginia linguistica. Tutte cose ancora profondamente radicate. E non sarà facile, perché le radici si estendono in spazi interiori arcani e segreti.

Riconoscere i segnali precoci prima che una relazione diventi violenta è molto importante. Nella maggior parte dei casi la violenza fisica non inizia all’improvviso, ma è preceduta da comportamenti di controllo, manipolazione o aggressività psicologica.

Ci sono segnali psicologici molto sottili che spesso all’inizio sembrano normali o addirittura segni di affetto, ma con il tempo possono diventare forme di manipolazione o controllo. Riconoscerli presto può aiutare a capire se una relazione sta prendendo una direzione pericolosa.

*Dacia Maraini/Diario degli anni difficili editore Soferino