L’importanza dell’amicizia in psicologia

Studi recenti confermano che la presenza degli amici nella nostra vita aumenta la nostra possibilità di essere felici. Naturalmente solo se anche gli amici lo sono, infatti sembra che  ogni amico felice aumenta la probabilità di essere felice di una persona del 9% mentre ogni amico infelice la diminuisce del 7%”. Nello specifico il fare le cose insieme è la componente dell’amicizia che rende più felici.

Non è facile incontrare persone affini a noi con le quali condividere tempo, passioni, sogni e segreti, ed il detto “chi trova un amico trova un tesoro” è incredibilmente attuale specie in questo periodo in cui andiamo tutti di corsa e siamo sempre in ansia per qualche cosa.

Tendiamo a dedicare più tempo alla famiglia e ad partner, ma trascurare gli amici può essere pericoloso per la salute mentale di un individuo. Se gli incontri con gli amici sono giornalieri, la possibilità di essere felici aumenta a dismisura con un impatto sul benessere generale incredibile!

Non che sia sbagliato dedicare tempo alla famiglia, ma spesso si caricano il partner ed i famigliari più stretti di eccessive aspettative e pressioni.  Il tempo trascorso con gli amici invece non comporta le stesse responsabilità, e tutti abbiamo bisogno di una pausa di innocua leggerezza.

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Risulta molto positivo anche frequentare gli amici in coppia. Gli studi confermano un miglioramento della relazione nel lungo termine. Infatti avere amici che  ammirano e sostengono il vostro rapporto permette di  sostenere la vostra coppia anche durante momenti di dubbio o distanza. Naturalmente è raro mantenere gli stessi amici per tutta la vita, in realtà assistiamo ad una sorta di ricambio ogni pochi anni di quelli che consideriamo i nostri migliori amici. Questo accade in seguito ai cambiamenti della nostra vita e di conseguenza a diversi interessi che non sempre sono condivisi vel tempo.Inoltre gli amici al pari di una pianta vanno “coltivati”. Non possiamo aspettarci infatti che un amico in quanto tale debba essere sempre lì quando ne abbiamo bisogno, è uno scambio reciproco e non un prendere unilaterale! Naturalmente la prossimità fisica riveste la sua importanza. Quanto un amico è vicino, o frequenta i nostri stessi luoghi abituali o di lavoro, maggiore è la nostra possibilità di condividere esperienze e situazioni  e maggiore è il legame che si crea. Dedicare del tempo agli amici è importante: è il segnale di quanto li si apprezzi.

Con un amico sono indispensabili la pazienza, la flessibilità ed una buona dose di reciprocità e la cosa più importante di tutte è quella di sostenere la visione che la persona ha di se stessa. Come detto in precedenza nel tempo si cambia, ma l’amicizia può solo rafforzarsi se in qualche modo saremo “fan” dei nostri più cari  amici!

Creatività contro pensiero razionale: vincono le buone idee!

Avete mai osservato un bambino che gioca e che apprende una cosa nuova per la prima volta? E’ spontaneo, intuitivo ed utilizza tutti e 5 i sensi con una incredibile capacità di immaginazione. Mentre cresciamo perdiamo, in parte, questa modalità di accesso all’esperienza ed utilizziamo dei percorsi logico-razionali di pensiero che ci allontanano dalle nostre capacità innate. Praticamente crescendo tendiamo ad utilizzare sempre più l’emisfero sinistro del nostro cervello , quello che fa capo al pensiero logico-razionale, e tendiamo a “dimenticare” l’emisfero destro che fa capo al pensiero creativo. Il pensiero creativo anche detto produttivo o divergente è però utile per vedere i problemi nello loro globalità e trovare soluzioni originali.

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Il pensiero creativo lavora insieme alla nostra parte emozionale poichè di fatto le emozioni sono il motore psichico della nostra capacità immaginativa. La nostra apertura al mondo, la comprensione dei sentimenti altrui ci guidano nel rapporto con gli altri e ci sostengono nei nostri obiettivi. Caratteristica principale del pensiero creativo è la condivisione e di conseguenza lo scambio di idee : questo produce idee innovative determinate da diverse menti al lavoro. A volte la buona idea giunge all’improvviso , altre ha bisogno di tempi tecnici per essere maturata, confrontata, provata e nel caso modificata.Solo il pensiero creativo, quindi più spontaneo e fuori da rigide regole può produrre buone idee e ottime soluzioni per risolvere i problemi. Rimanere in ambiti ristretti di pensiero è poco produttivo e potenzialmente meno adattivo agli individui. Spesso si utilizza il concetto di pensiero creativo in modo errato come se fosse una strategia da imparare, in realtà è uno schema di pensiero che possediamo in modo naturale, dobbiamo solo cercare di ricordarlo lasciandoci andare ed accettare anche ipotesi “meno razionali” che però potrebbero rivelarsi utili. Senza dimenticare le emozioni che stanno dietro ad ogni nostra scelta!

Essere “coraggiosi” nonostante tutto

In tanti momenti della nostra vita possiamo avere l’impressione che il nostro mondo interiore sia distrutto. Traumi, disillusioni, perdite rappresentano momenti di grandi difficoltà. Sono queste le situazioni in cui il coraggio viene messo alla prova. Neurologi e biologi ci rassicurano sul fatto che il nostro cervello sia preparato per sopravvivere ad ogni tipo di avversità, ma quando ci troviamo ad affrontare pesanti problemi viene naturale chiedersi : perchè proprio a me? Nella realtà solo il 30 % della popolazione esce positivamente da un trauma. Raccogliere i “cocci”  non è facile, ma neppure impossibile.  Il cervello umano possiede circa 100.000 milioni di neuroni che creano, a loro volta, miliardi di connessioni neuronali e se ci pensate è una cosa meravigliosa. Se accettiamo che tutti siamo in qualche modo, architetti del nostro cervello accetteremo  anche il fatto di essere capaci di accendere il nostro coraggio personale, la nostra forza e l’ottimismo per favorire il cambiamento.

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In Giappone esiste una tecnica chiamata “Kintsugi“ mediante la quale si riparano gli oggetti in ceramica rotti. Si realizza utilizzando un collante forte, sopra il quale si applica della polvere d’oro. La Kintsukuroi è un’arte delicata ed eccezionale, grazie alla quale si cerca di restituire agli oggetti la loro forma originale. Per i giapponesi, ricongiungere quei pezzi rotti utilizzando l’oro o l’argento conferisce ad ogni oggetto una vitalità e una storia unica. Questi oggetti, inoltre, che prima erano fragili, diventano poi molto resistenti, oltre che belli. La cura dell’oro li rende infrangibili.

In qualche modo si diventa proprio più forti e resistenti proprio nei punti che erano stati spezzati. Perché quei vincoli sofferti possono essere riparati è necessaria la resilienza. Con un atteggiamento positivo e la convinzione di poter superare tutte le difficoltà, rimarginare ogni ferita, riprendere ogni sogno distrutto ci si può rialzare ancora più forti. Naturalmente i tempi sono diversi per ognuno di noi. Bisogna comprendere che il cervello oltre ad essere un organismo diretto dalle emozioni , è un raffinato e complesso organo che comunica attraverso impulsi elettrici. Quando si verifica un trauma o si soffre di depressione, cambia l’intensità di questi. Per questo motivo, è così difficile concentrarsi. Man mano che sarà possibile riconnetersi con se stessi e con la realtà affioreranno di colpo anche tutte le emozioni: dalla paura all’ira, alla tristezza, al pianto. Non frenate le vostre emozioni, favorite lo sfogo emotivo. Al termine sarà necessario agire per riprendere il controllo ed il normale ritmo di vita. Non sarete gli stessi di prima, ma sarete sicuramente più forti.

“AIDS: problematiche psicologiche” – il mio intervento a Radio Fregene

Anche Radio Fregene ha celebrato la giornata mondiale contro l’AIDS, indetta ogni anno il 1º dicembre, è dedicata ad accrescere la coscienza della epidemia mondiale di AIDS dovuta alla diffusione del virus HIV. Dal 1981 l’AIDS ha ucciso oltre 25 milioni di persone, diventando una delle epidemie più distruttive che la storia ricordi. Per quanto in tempi recenti l’accesso alle terapie e ai farmaci antiretrovirali sia migliorato in molte regioni del mondo, l’epidemia di AIDS ha mietuto circa 3,1 milioni di vittime nel corso del 2005 (le stime si situano tra 2,9 e 3,3 milioni), oltre la metà delle quali (570.000) erano bambini. Sono stata chiamata ad illustrare le problematiche psicologiche che investono i malati di HIV.Conduce David Pironaci.

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PIRONACI:  nei pazienti sieropositivi si osservano diverse patologie psichiatriche, suddivisibili in patologie secondarie all’infezione da hiv e all’ingresso in aids conclamato e patologie più generiche che possono colpire tutti quanti soffrono di malattie croniche ne parliamo stasera con la dott.ssa Emanuela Scanu Psicologa

 DOTT.SCANU : Con l’introduzione, nel 1996, in Italia, delle nuove terapie antiretrovirali è aumentata la sopravvivenza delle persone che vivono con l’ infezione da HIV ed è diminuito il numero dei decessi correlati all’ AIDS, trasformando così l’ infezione da HIV in una malattia cronica e come tutte le patologie croniche si vedono susseguirsi una serie di problematiche di tipo fisico, ma anche psicologico.

PIRONACI: Di che tipo di patologie possiamo parlare, quali sono i sintomi riscontrati più comunemente?

DOTT.SCANU : Come da te anticipato prima bisogna suddividere una sintomatologia che si presenta con mania, psicosi, delirio o demenza strettamente legate all’infezione HIV o alla AIDS conclamato. In altri casi, in genere al momento della diagnosi, ci possiamo trovare di fronte ad una reazione acuta da stress, a depressione e disturbo di adattamento.

PIRONACI: Appunto il momento della diagnosi un momento drammatico per la persona a cui viene data la notizia. Quali sono le problematiche immediate che la persona e di conseguenza la famiglia si trova ad affrontare?

DOTT.SCANU: Per quanto riguarda la comunicazione della sieropositività, il paziente può  presentare diverse reazioni psicologiche dovute proprio all’effetto shock per la diagnosi ricevuta. Si può manifestare agitazione, collera,  incredulità e pianto. Non di rado si osserva uno stato confusionale che certo non aiuta in un momento in cui è necessaria concentrazione per prendere decisioni importanti rispetto alla propria salute. In genere la confusione e l’agitazione diminuiscono se la diagnosi è ben comunicata con anche l’offerta di un aiuto verso un percorso psicologico. E’ molto importante da parte del medico dare tutte le informazioni in modo chiaro ed onesto senza mai togliere la speranza.

PIRONACI: quando poi il medico spiega il decorso dopo la rabbia, la frustrazione, si aggiunge  la paura per le restrizioni dello stile di vita, a doversi sottoporre sempre alle terapie, per l’incertezza sul futuro, per l’ostilità, il pregiudizio degli altri.

DOTT.SCANU: Si dopo lo shock iniziale si deve fare i conti con la realtà e certo non è facile.  Non di rado compare il il senso di colpa  a volte si arriva ad interpretare  l’accaduto come una sorta di punizione per i comportamenti a rischio avuti a cui si aggiunge anche  la paura di poter infettare gli altri. Naturalmente questo genera ansia verso la prognosi, ai trattamenti, per gli effetti collaterali legati alla malattia, per la paura del rifiuto sessuale, per la perdita della capacità cognitive, fisiche e lavorative. Passare dall’ansia alla depressione con l’idea di dover fare i conti con una malattia cronica, l’impossibilità di guarigione, con i limiti imposti dalla malattia, con un possibile rifiuto sociale non è raro.

PIRONACI: quindi riprendere una vita normale dopo una  diagnosi  di questo tipo è possibile  o crea più problemi di altre malattie ad andamento cronico ?

DOTT.SCANU : A livello emotivo è la stessa cosa.Quando subentra una malattia cronica con tante incertezze per il futuro, l’aspettativa di cure dolorose o fastidiose di non sapere quanto tempo si ha di fronte si vive  un momento di frattura tra la vita prima e quella dopo. Il paziente si trova inevitabilmente a dare dei limiti ai suoi progetti a fare i conti con la vita passata e ad interrogarsi sui valori che hanno formato la sua esistenza fino a quel momento.

La malattia, dunque, rappresenta un tipo particolare di evento di vita stressante che può mettere seriamente alla prova le capacità di adattamento del singolo individuo. Anche se ogni individuo è diverso la reazione alla malattia richiede sempre al paziente un lungo lavoro emotivo e fisico che deve tenere conto anche del tipo e stadio della malattia, eventuale ospedalizzazione o altro tipo di assistenza. Entrano quindi in gioco, a favore o contro, la struttura della personalità , i meccanismi di difesa e la consapevolezza della malattia. l’individuo, divenuto “paziente”, sperimenta l’impatto con le cure. La persona malata inizia quindi a vivere sospesa tra un tempo presente, vissuto come un “non tempo”.

PIRONACI: queste sono reazioni emotive comuni a tutte le patologie croniche, è possibile  essere colpiti da  qualcosa di più specifico relativo proprio alle alterazioni organiche o all’assunzioni di farmaci?

DOTT.SCANU: Nel paziente HIV possono svilupparsi psicosi funzionali, considerate reazioni a infezioni da HIV, collegate all’azione diretta del virus a livello del SNC (diminuite in era HAART). Per ultimo si può manifestare il Delirium e la Demenza Complex, complicazione tardive della malattia. E’ possibile il manifestarsi di insonnia, umore instabile, iperattività , distraibilità e alterazione del giudizio. Se persiste per oltre una settimana si parla di mania secondaria ed in questo caso il trattamento è farmacologico. Il trattamento psicologico e psicoterapico subentra in questo caso con la funzione di gestione dell’intera malattia

Raramente, si possono manifestare disturbi ossessivo compulsivi nella forma di pensieri continui e disturbanti relativi alla morte, il fallimento, la ricerca di nuovi trattamenti, terapisti e medici, controlli ripetuti per sintomi sempre nuovi.

Alcune di queste reazioni possono essere transitorie, altre più durature e potranno andare a caratterizzare l’intera vita con il virus. E’ possibile che la vulnerabilità sia legata anche a precedenti esperienze del paziente riguardo a malattie e traumi. Altre variabili che possono determinare il tipo di reazione sono la personalità, il temperamento, la flessibilità, le risorse sociali, famigliari e occupazionali, il sostegno disponibile.

PIRONACI : Quindi anche per l’infezione da HIV la migliore accettazione e presa di coscienza è importante per l’evoluzione della malattia?

DOTT.SCANU : Si confermo. La letteratura è piena di casistica sulla maggiore longevità e migliore stile di vita quando il paziente prende in carico la sua malattia in modo responsabile. Non voglio parlare di positività ed ottimismo perchè potrebbe risultare riduttivo, ma sicuramente la parola giusta è responsabilità, comprendere cosa fare al meglio con la maggiore lucidità possibile.Posso utilizzare tre diverse tipologie :

I pazienti che utilizzano lo stile evitante hanno livelli in generale più elevati di preoccupazione riguardo alla salute, ai problemi esistenziali, verso gli amici e verso se stessi. Manifestano notevole depressione, autostima bassa e difficilmente ricevono del sostegno psicologico. I pazienti invece che adottano uno stile attivo-cognitivo costruiscono delle difese mentali e fanno affidamento sul pensiero cognitivo e spesso sviluppano pensieri ossessivi e ruminazione.

Infine gli individui che sono capaci di sviluppare uno stile attivo-comportamentale hanno un migliore tono dell’umore, un minor numero di preoccupazioni, una più alta qualità della vita percepita e livelli di autostima più alta.

L’evoluzione psicologica del paziente con infezione da HIV dovrebbe terminare con la fase di accettazione e adattamento che è diversa da persona a persona. Dovrebbe avvenire in modo spontaneo, ma è facilitata anche dall’ambiente , alle caratteristiche di personalità del paziente, le caratteristiche socioculturali del paziente e la presenza di un adeguato supporto sociale e in particolare la presenza di persone affettivamente significative. Questa fase è caratterizzata da un abbassamento del livello di tensione emotiva che consente la modificazione dei comportamenti a rischio e alla corretta applicazione alle norme profilattiche. Non è una condizione stabile e dipende dal decorso della malattia.

PIRONACI. Quindi va sempre effettuata una valutazione psicologica delle persone con infezione da HIV?

DOTT.SCANU:  Certamente! Una valutazione psicologica delle persone con infezione da HIV è fondamentale anche per evitare diagnosi di patologie non presenti, etichettature scorrette, interventi non necessari o risposte standardizzate. C’è una reale difficoltà diagnostica nel valutare l’ansia o la depressione come patologie preesistenti o come causa della malattia o delle terapie per cui in alcuni casi vengono ritardati i percorsi di presa in carico psicologica e psicoterapica. Diventa fondamentale anche nella valutazione del  rischio suicidario. Le  motivazioni possono essere diverse a seconda della fase in cui si trova il paziente. In uno studio con poco meno di 3.000 sieropositivi (Carrico ed al., 2007) si è riscontrato che il 19% di essi ha ideazioni suicidarie.

PIRONACI: I disturbi di donne e uomini sieropositivi si presenta allo stesso modo o ha caratteristiche o rischi differenti?

DOTT.SCANU: Secondo la letteratura internazionale le donne sieropositive risultano essere più a rischio per quanto riguarda i disturbi psichiatrici rispetto agli uomini. E’ stato dimostrato che le donne sieropositive presentano più spesso degli uomini ansia, depressione, eccessiva sensibilità, disturbi paranoidi e somatizzazione eppure si rivolgono ai servizi sociali con meno frequenza rispetto agli uomini. Nei casi di madri con infezione da HIV esistono ulteriori difficoltà che incidono sull’ansia quali la difficoltà di rivelare la propria sieropositività ai figli, la paura di infettarli e la possibilità che la malattia infici la capacità di prendersene cura e di crescerli.

Ad ogni modo con l’avvento degli antiretrovirali ci sono state grandi trasformazioni nella vita delle persone sieropositive. Grazie ai benefici della terapia farmacologica alcune delle persone abituate a convivere con l’incertezza del futuro e con la precarietà della salute e della vita o si preparavano alla morte hanno di fronte la possibilità di iniziare una nuova vita. Migliorano sicuramente i rapporti sentimentali (possibilità di diventare genitori, avere l’aspettativa di rimanere abbastanza in vita per poter crescere un figlio) e l’assunzione di nuovi ruoli sociali.

 

Perchè facciamo quello che facciamo?

Emozioni, bisogni, scopi innescano la nostra propensione a pensare, sentire ed agire. Le ragioni per cui le persone fanno quello che fanno è perchè sta quindi in quello che pensano, provano, desiderano. Ogni individuo pensa ed agisce secondo schemi definiti dalla propria personalità.

Considerando la personalità la possiamo identificare come una architettura con caratteristiche relativamente stabili che assumono rilievo in un particolare contesto sociale e che permettono di distinguere le persone le une dalle altre sia un sistema cosciente di sè, che agisce nel mondo in accordo a giudizi di valore.

Tratti motivi, valori, atteggiamenti, percezioni e valutazioni di sé sono costrutti dei quali ci serviamo per rendere conto di ciò che le persone fanno, sentono, pensano, desiderano e quindi delle varie espressioni fenomeniche della personalità.

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Con essi facciamo riferimento a ipotetiche strutture mentali che verosimilmente rispecchiano il funzionamento di diversi sistemi psichici, esecutivi e valutativi che operano in concerto. Esistono due prospettive per cui è possibile guardare alla personalità. Una la vede come costruzione sociale che caratterizza l’individuo in sistemi di descrizione e classificazioni condivisi e quella che vede la personalità come un sistema capace di autoregolarsi secondo molteplici schemi psicologici e biologici.

La ricerca delle ragioni di ciò che facciamo è  quindi inseparabile dalla personalità. Quali che siano i desideri, i bisogni, gli affetti è sopratutto un sistema personale di attribuzione di valore e di senso che detta le regole del gioco.

L’importanza di una visione positiva della vita

La letteratura psicologica spicciola è piena di libri e libretti che sottolineano l’importanza della positività per gli individui e propone ricette facili per il raggiungimento della felicità. Anche la letteratura scientifica però non esita a tessere le lodi dell’ottimismo e delle illusioni positive.

Ma perchè alcune persone tendono a vedere il bicchiere mezzo pieno ed altre mezzo vuoto? Benchè vi siano delle valide ragioni per associare pessimismo e scetticismo a realismo e ragionevolezza, le persone che stanno bene sono inclini ad una visione positiva della loro esistenza e a sperare che le cose vadano meglio. Anche se consapevoli dei propri limiti le persone tendono ad essere indulgenti con se stesse e a mantenere un’immagine di sè positiva. Volersi e vedersi bene sembra giovare alla salute ed al successo negli affari più di quanto non servano la modestia, la prudenza ed il senso critico.

Le scienze sociali hanno svelato quanto sia illusoria la visione tradizionale dell’uomo razionale capace di percepire oggettivamente se stesso e di operare costantemente un accurato esame di relatà che trascura ciò che è possibile. Oggi numerosi elementi attestano che una certa dose di ottimismo può giovare a sostenere un percorso di vita nel segno del benessere e del successo. Si dice che la fortuna aiuti gli audaci e che comunque il buonumore faccia bene. Alcune persone sono più inclini di altre ad affrontare il futuro con un atteggiamento positivo. Le differenze di tale propensione sono tali da improntare significatamente tutto il corso della vita. Una visione positiva della vita è correlata all’autostima che implica una maggiore soddisfazione di vita, nel lavoro e nelle relazioni ed una maggiore capacità di far fronte alla malattia. Am

Anche l’esperienza ha però il suo ruolo : nel caso in cui si abbia senso di impotenza, di rassegnazione, si abbiano subito privazioni e lutti l’individuo può sentirsi svuotato di ogni fiducia, di volontà e reazione.

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Eppure , e la storia ci riporta tanti esempi di situazioni estreme, basta pensare ai campi di sterminio, alcune persone riescono a non soccombere e a mantenere l’interesse per la vita nonostante le sciagure e le sofferenze.  La differenza tra chi combatte e chi rinuncia sta nella spiegazione che viene data sia negli eventi negativi che positivi. Alcune persone si assumono subito la responsabilità di un fallimento e vedono in ogni sventura la conferma dei loro difetti ed incapacità. Spesso ciò è da attribuire ai modelli genitoriali, alle critiche degli educatori al rifiuto dei compagni.

Una vasta letteratura mette in evidenza i vantaggi del valore adattivo di un modo di porsi nel mondo in rapporto con la realtà valorizzando essenzialmente gli aspetti positivi. Inclinazioni naturali o esperienze di vita , ma anche i processi cognitivi sottostanti sono fondamentali per l’ottimismo. Dal punto di vista sociale gli stereotipi, i pregiudizi contribuiscono a tessere delle spiegazioni degli eventi condivisa che può privilegiare l’una o l’altra parte.

E’ importante tenere conto del fatto che i cambiamenti bisogna volerli e che un pò tutti sono riluttanti a cambiare il proprio modo di pensare se non vengono incoraggiati a farlo e che per alcuni è impossibile cambiare se gli altri non lo consentono.

 

Piacere e compiacere: la dimensione sociale

Nella formazione di una intenzione e nel perseguimento di uno scopo non contano solo le nostre preferenze, ma anche le percezioni di come le nostre scelte verrebbero accolte dalle persone che per noi sono importanti. Prima di tradurre un desiderio in azione passiamo in rassegna tutte le persone che approverebbero la nostra decisione o che ne rimarrebbero deluse. Quasi come avere di fronte una folla pronta a mostrarsi pro e contro il nostro operato.

Questo no accade solo nelle cose importanti della vita, come la scelta del partner o la messa al mondo di un figlio, ma anche per l’acquisto di un’automobile, adesione ad un club o altro. A volte le nostre scelte sono vincenti altre devono fare i conti con le reazioni favorevoli e sfavorevoli da parte di amici e parenti.

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Gli autori Ajzen e Fishbein indicano come norma soggettiva le pressioni che prendono forma di reazioni di approvazione o disapprovazione da persone che consideriamo importanti.

Queste pressioni sociali sono interiorizzate in base alla nostra cultura, al luogo ed al tempo in cui viviamo e nella comunità in cui siamo inseriti. Queste regole soggettive non fanno riferimento ad alcun codice scritto , ma guidano, orientano, dissuadono. Spesso la pressione a conformarsi a quelle che si ritiene siano le aspettative altrui diventa più impellente del rispetto di quelle stesse norme. Si tratta di pressioni che possono esercitare un’influenza notevole rispetto alla mete che vengono perseguite, all’impegno che viene profuso e alle giustificazioni che vengono fornite. Quanto maggiore è l’importanza che attribuiamo all’approvazione altrui tanto minore diventa la nostra libertà di agire. Spesso la pressione sociale diventa un forte elemento di dissuasione. In alcuni casi persone capaci non riescono ad arrivare al raggiungimento di una autonomia ed indipendenza per paura di dispiacere (in genere un familiare), mentre persone con un potenziale più modesto, ma supportate nelle loro scelte, possono raggiungere traguardi importanti.

Le norme soggettive possono risultare per alcuni potenzianti per pura compiacenza, mentre altri si ritraggono dal successo per evitare gelosie ed invidie. Quanto più riusciamo a liberarci di certi condizionamenti e siamo in grado di gestire eventuali insuccessi od incidenti di percorso, quanto più saremo liberi di fare le nostre scelte, di sbagliare ed anche di gioire dei nostri successi.