Separazione: non sempre risolve i problemi

Quando una coppia si separa tutto il nucleo familiare viene coinvolto. Figli, nonni, zii non sono immuni dalle conseguenze, ma la modalità in cui avviene la separazione fa la differenza. Si dice spesso che se una coppia litiga sempre (spesso anche in modo violento) di fronte ai figli è meglio separarsi. Purtroppo la separazione non sempre garantisce la serenità.

L’affidamento dei figli in caso di separazione oggi è disciplinato dalle norme introdotte con la Legge n. 54 dell’8 febbraio 2006 .

Il principio fondamentale affermato dalla norma che, in caso di separazione personale dei genitori, il figlio minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di essi, di ricevere cura, educazione e istruzione da entrambi, e di conservare rapporti significativi con gli ascendenti e con i parenti di ciascun ramo genitoriale.

Per approfondire : http://www.separazionedivorzio.com/separazione_affidamento_figli.php 

Ad oggi tale norma non sempre viene applicata nelle migliori condizioni ed il Ministro Speranza ha messo tra le sue priorità di lavoro la corretta interpretazione e gestione della stessa.

Al di là di tutte le questioni burocratiche il modo in cui i genitori si separano influenzerà moltissimo la possibilità che i figli possano vivere delle problematiche.

Il problema è il conflitto non la separazione in sè

Non esiste un solo modo di separarsi, ma numerosi così come il relativo vissuto sia da parte dei bambini che degli adulti. Mi capita spesso ultimamente di venire contattata da madri o padri che dicono di aver fatto di tutto per non traumatizzare il figlio che invece risulta avere problemi e di non capire in cosa hanno sbagliato. La risposta al quesito però non è così immediata. In genere io cerco di vedere ad un primo incontro tutto il nucleo familiare per valutare le modalità di relazione tra i vari membri. Si guardano negli occhi? si tengono per mano? si insultano? scaricano le colpe uno sull’altro? il figlio ha atteggiamenti aggressivi? Questo mi permette di avere già molte informazioni. Poi in genere faccio un colloquio con i genitori separatamente e a seguire 2-3 incontri con il figlio prima di trovare delle valide strategie. Nella maggior parte dei casi già in questi primi incontri la situazione si fa meno tesa. In altri …esplode.

Da cosa dipende questa enorme differenza? Molto dipende dal contesto sociale ed economico. Chiaramente se le famiglie di origine possono sostenere psicologicamente e spesso anche nella pratica quotidiana la coppia che si separa è un valido aiuto. Se non ci sono problemi economici meglio, ma anche questo non è una garanzia. Spesso quando ci sono ingenti risorse materiali più che una battaglia per l’affido dei figli è una battaglia per non dare gli alimenti.

Le tensioni che derivano da queste situazioni sono le vere responsabili dei disagi dei figli e vanno valutate con accuratezza e gestite al meglio. Generalmente i disagi che colpiscono tutti i membri della famiglia nel giro di un paio di anni scompaiono.

Tutti i figli all’interno di questo lasso di tempo hanno superato le problematiche. Secondo le ricerche di Hetherington,1992 il 70-80% dei bambini con genitori separati non manifesta problemi nel tempo. Quando questi disturbi si manifestano è comunque sempre colpa di una separazione avvenuta MALE. Infatti gli studi di Emery e Forehand,1994 suggeriscono che la modalità con il quale i bambini si adattano alla separazione dei genitori dipende per lo più da come i genitori stessi  la gestiscono.

Quando lo stato di disagio si presenta dopo i due anni significa che la separazione ha aggravato una situazione problematica pre esistente. Esiste una stretta correlazione tra conflitto dei genitori e malessere psicologico dei figli più volte confermato dalle ricerche.

Il conflitto può però essere presente molti anni prima della separazione ed aver creato difficoltà nello sviluppo dei figli e generare problemi di comportamento. In genere nei figli si osserva cambiamento nel comportamento con aggressività o violenza, ma in questo ultimo periodo aggravato dalla pandemia, ho osservato nei giovani anche vari disturbi alimentari.

Il problema nasce dal conflitto non se i genitori stanno insieme o meno.

La conflittualità è la causa del disagio perché provoca tensione ed i litigi rendono la coppia meno disponibile verso i figli che a volte vengono palleggiati tra un coniuge all’altro o usati come scudo. Da parte loro i ragazzi “costringono” i genitori ad osservali innescando comportamenti negativi e quindi entrano anche loro nel circuito già negativo dei rapporti che diventa una ulteriore arma nei confronti del coniuge ( colpa tua se… l’hai abituato male… non gli dai regole….ecc)

Se i genitori mantengono la linea della lite (prima e dopo la separazione) spesso aggravata da rivendicazioni legali o dispetti oltre al dolore ed alla tensione emotiva il figlio imparerà che sia la normalità di rapporti nella coppia e nel tempo tenderà a riprodurre gli stessi comportamenti.

Ne consegue che un clima sereno dopo la separazione genera armonia e di conseguenza i figli la possono vivere al meglio, numerosi studi evidenziano come nella  maggior parte dei casi i figli hanno provato sollievo dopo la separazione dei genitori.

Il fenomeno delle finestre rotte

Ne avrete sicuramente sentito parlare, ma forse non conoscete l’origine di questa frase che nasce nel 1969 quando il prof. Philip Zimbardo (statunitense figlio di immigrati italiani!) portò a termine un esperimento di psicologia sociale in cui si dimostrò che alcune condotte dipendano da specifici contesti. Andando per ordine era idea diffusa che alcuni comportamenti violenti e degradati fossero dovuti a disfunzioni di personalità ed invece l’esperimento portò risultati ben diversi.

Un vetro rotto fa apparire una cosa abbandonata
ed innesca meccanismi di disinteresse e mancanza di regole


Due auto identiche venero lasciate per strada in due posti molto diversi: una nel Bronx, una zona da evitare di notte ed anche di giorno famosa per delinquenza e degrado a New York e l’altra a Palo Alto, zona abitata da persone “rispettabili” e notoriamente ricca in California.

Come ci si aspettava della prima auto in poche ore non rimase quasi nulla, mentre l’altra era rimasta indisturbata nel suo posto. Era colpa della delinquenza dovuta a povertà? sembrava abbastanza scontato, ma l’esperimento non si fermò a questa ovvietà e dopo alcuni giorni alla macchina rimasta intatta gli sperimentatori ruppero un vetro.

A questo punto l’esperimento prese una piega diversa e nel giro di poco tempo l’auto divenne un rottame. Cosa era accaduto? Come è possibile che la presenza di un vetro rotto possa innescare atteggiamenti criminali? Nell’immaginario collettivo una cosa rotta o sporca non è di nessuno e a nessuno interessa quindi non vigono più le regole di rispetto che si devono a qualcosa che è di qualcuno. Infatti se in un vecchio edificio abbandonato c’è una finestra rotta conviene aggiustarla, perchè in caso contrario nel giro di pochi giorni sarà ridotto ad un rottame.

Regole, educazione e rispetto civico sono le alternative.

Come cammelli nel deserto

La foto nell’articolo è considerata una delle migliori foto dell’anno secondo il National Geogragraphic ed è stata scattata al tramonto nel deserto dell’Arabia Saudita da George Steinmetz.

Senz’altro una bellissima foto, ma cosa c’è di davvero strano che al primo sguardo non viene colto? Che la foto dei cammelli che noi vediamo sono solo le ombre, in realtà il cammello è quella righetta bianca subito al di sotto.

In fondo la foto è solo una metafora della vita odierna dove le ombre o illusioni prendono il sopravvento sulla realtà o verità del mondo. Ovvero vediamo la superficie, ma non approfondiamo. Quante volte facciamo lo stesso giudicando una persona o situazione?

Breve storia con morale /settembre

Nan-in, un maestro giapponese dell’era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.

Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.

Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n’entra più!».

«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».

fonte web

Vivere con un depresso: istruzioni per l’uso

Tutti noi abbiamo sperimentato momenti in cui ci “sentivamo giù”, eravamo demotivati e non avevamo voglia di fare nulla e vedere nessuno. Sono momenti: appunto. Situazioni piuttosto diffuse che come arrivano se ne vanno ed hanno in genere una causa esterna: ovvero è accaduto un fatto che ci ha destabilizzato ed abbiamo avuto bisogno di tempo per trovare una soluzione, riprogrammarci e ripartire. Fin qui tutto normale. Eppure già in una situazione transitoria, quante cose ci dicevano gli altri che ci davano fastidio? A volte anche il loro interesse verso di noi. Immaginate quindi quando parliamo di depressione clinica ovvero di un disturbo dell’umore certificato…

I dati sono allarmanti vendono colpite oltre 120 milioni di persone l’anno molte delle quali optano per il suicidio quando la vita diventa insopportabile da vivere. Quindi è molto probabile che intorno a noi possiamo avere qualcuno che soffra di questa patologia e sperimentare ogni giorno quanto sia difficile la convivenza. Ecco quindi qualche “istruzione” per evitare almeno di fare ulteriori danni o avere la sensazione di sentirsi inutili se vogliano aiutare un amico o un familiare.

Innanzitutto chiariamo una cosa: alla persona depressa (intendo depressa sul serio!) non è vero che manca di forza di volontà, che sia debole o pigra. La verità  che non ha proprio la capacità e le risorse per cambiare le sue sorti. E’ cosciente della sua situazione e non gli piace, spesso se ne dispiace, ma gli manca quel qualcosa che dovrebbe scattare, ma non scatta.  

Quindi andare a dire ad una persona depressa TIRATI SU è causa di umiliazione, anche se siete animati da buone intenzioni non otterrà alcun risultato. Ho visto persone anziane far vedere a persone depresse che malgrado l’età e gli acciacchi reagivano e quelle che le guardavano come fossero marziani. Persone ricche (depresse) che dicevano a persone evidentemente in difficoltà beato te! Così tanto per fare un esempio! Essere in condizioni economiche vantaggiose non riduce il rischio perché la perdita di voglia di vivere, va oltre alle situazioni di necessità e le sovrasta.

La persona vive un disagio di dimensioni bibliche indipendentemente dalla realtà e nulla può aiutarlo a combattere quel disagio neanche le buone intenzioni e l’esempio. Queste persone vivono con pensieri negativi, umore negativo e come se nessun altro modo di pensare fosse possibile, come se loro non avessero  nessun controllo su ciò. Ne sono completamente pervasi. Capite quindi che dire tirati su risulta un’offesa.

La tristezza e la depressione camminano di pari passo e la persona depressa tende a catalogare i suoi ricordi sulle esperienze negative o vissute come tali. Eventi negativi sono predominanti nella realtà vissuta e nei ricordi e non importa se nella realtà le cose erano oggettivamente migliori da come la persona le ha vissute. E’ come se le cose spiacevoli avessero un peso specifico maggiore (di molto!) rispetto a quelle piacevoli. Quindi anche in questo caso dire ad una persona CERCA DI ESSERE FELICE non viene interpretata come tale, ma ancora come “affossamento” della sua sensazione (come una critica) con ulteriori ripercussioni sulla sua autostima.

In questa particolare condizione psicologica i pensieri, le emozioni  ed i comportamenti risultano essere disfunzionali e dannosi con l’aggravante che si autoalimentano!

I vissuti negativi avvolgono tutta la rappresentazione di un  Sé  che risulta difettoso e fa percepire il mondo e le persone circostanti come ostili con una visione del futuro inutile e senza speranza. Ogni volta che diciamo c’è chi sta peggio di te o minimizziamo per il depresso è come scendere un altro gradino verso il basso. Con farmaci e terapia psicologica si ottengono ottimi risultati anche se in molti è radicata l’idea che il farmaco crei dipendenza e la terapia faccia bollare come malati mentali e quindi pazienti e parenti spesso passano anni prima di chiedere aiuto e molte volte non lo fanno neanche!

L’unico modo di stare con un depresso è lasciarlo parlare, creare una situazione empatica in cui la persona si senta accolta e non giudicata, ma questo non è facile perché si viene spesso sopraffatti dalla negatività e se sei una persona con una sana voglia di vivere tendi ad allontanarti. Non bisogna rinforzare i suoi vissuti, ma solo “farli uscire” senza prendere posizioni. La persona depressa finisce per sentirsi ed essere sempre più sola proprio per questi motivi. Quindi è giusto cercare di coinvolgere la persona depressa nelle attività quotidiane o meno, ma sicuramente la loro partecipazione sarà solo superficiale e con un niente ritorneranno nel loro mondo di disagio. Non sentitevi in colpa o inadeguati se vi state attivando nei confronti di un vostro genitore, amico o compagno e non ottenete risconto. L’unico sforzo che ha un risultato è avere la pazienza dell’ascolto e non farlo mai sentire solo. Vi avverto sarà davvero faticoso, ma se volte davvero bene a quella persona lo sentirà.

Lo Psicologo: chi, dove, come, quando e perché!

Sempre più persone si rivolgono allo psicologo per problematiche di diversa intensità. La recente situazione creata dalla pandemia ha, almeno in parte, sdoganato i tabù verso la psicologia. Lo psicologo inizia ad essere visto non solo come colui che accoglie in caso di fragilità, ma anche il professionista che aiuta a promuovere le proprie capacità, comprendendole e sostenendole. Insomma un nuovo capitolo della psicologia che è volta sempre più al benessere e allo sviluppo personale in un mondo che cambia molto velocemente.

CHI è lo o psicologo

Rispetto ad altre discipline la storia della psicologia è molto recente e possiamo inquadrarla verso la metà dell’Ottocento. La figura dello psicologo è stata regolamentata nel 1989 con l’Istituzione del relativo Ordine Professionale. Il percorso di studi comprende una laurea quinquennale (3 anni di magistrale e 2 di specialistica) ed un anno di tirocinio pratico a cui segue un esame di stato che permette di esercitare in ambito pubblico o privato. Sono numerose le aree d’intervento (scuola, sport, famiglia, lavoro, clinico ecc.), ma lo scopo comune è quello di favorire il benessere della persona, coppia o gruppo.

Sono numerosi i momenti della vita in cui si può avere necessità di un supporto esterno per gestire difficoltà, ansie e paure: quando ci troviamo ad affrontare momenti di disagio, lutti, controversie familiari ed intergenerazionali, ma anche si vuole comprendere meglio se stessi, gestire e superare situazioni del passato per vivere con maggiore serenità nel futuro.

DOVE e COME: Gli strumenti dello psicologo

Colloquio clinico: si svolge solitamente lo stesso giorno ed alla stessa ora convenuta con cadenza settimanale. Nel primo colloquio, detto incontro conoscitivo, si comprendono le motivazioni ed i bisogni della persona al termine del quale si stabiliscono obiettivi e termini del percorso.

Somministrazione di test, oppure utilizzo di tecniche di rilassamento e/o momenti di psico educazione.

In base alla tipologia del percorso si potranno anche proporre dei “compiti” da fare a casa (compilazione di un diario ecc.) da portare all’incontro successivo.

I tempi “tecnici” dipendono dalla problematica da risolvere e dall’adesione al programma.

Recentemente è possibile utilizzare la tecnologia anche per effettuare interventi a distanza attraverso piattaforme dedicate in video conferenza è così possibile effettuare incontri da remoto, per chi è impossibilitato a raggiungere lo studio del professionista o per chi abita fuori sede.

QUANDO

Non necessariamente bisogna essere vittime di abusi o essere affetti da dipendenze per chiedere l’aiuto di uno psicologo, ma ogni qualvolta ci siano alterazioni del comportamento, sbalzi di umore persistenti, chiusura sociale. Fondamentale per una crescita personale, maggiore consapevolezza dei propri limiti e capacità, migliorare le interazioni sociali nella famiglia e nel lavoro. Liberarsi di ansie, paure o pesi emotivi che a volte si tramandano per generazioni.

PERCHE’

Scegliere di andare dallo psicologo è un atto già di per sé terapeutico, decidere di chiedere aiuto richiede coraggio ed è il primo passo per iniziare a prendersi cura di se stessi. Il tempo di ogni seduta (50/60 minuti) è un investimento per migliorarsi, per imparare a vedere le cose da angolazioni differenti e confrontarsi con un punto di vista alternativo al proprio e a quello del suo ambiente abituale. Fondamentale per raccontarsi, vedere i propri atteggiamenti e vivere le emozioni dandogli un nome.

Storia con morale (giugno)

In un villaggio viveva un vecchio molto povero, ma perfino i re erano gelosi di lui perché aveva un bellissimo cavallo bianco; non si era mai visto un cavallo di una simile bellezza, una forza, una maestosità… i re offrivano prezzi favolosi per quel cavallo, ma l’uomo diceva a tutti: “Questo cavallo non è un animale per me, è come una persona. E come si può vendere una persona, un amico?”. L’uomo era povero, la tentazione era forte, ma non volle mai vendere quel cavallo.

Un mattino scoprì che il cavallo non era più nella stalla. L’intero villaggio accorse e tutti dissero: “Vecchio sciocco! Lo sapevamo che un giorno o l’altro ti avrebbero rubato il cavallo. Sarebbe stato molto meglio venderlo. Potevi ottenere il prezzo che volevi. E adesso il cavallo non c’è più, che disgrazia!”.

Il vecchio disse: “Non correte troppo! Dite semplicemente che il cavallo non è più nella stalla. Il fatto è tutto qui: il resto è solo giudizio. Se sia una disgrazia o meno non lo so, perché questo è solo un frammento. Chissà cosa succederà in seguito?”. Ma la gente rideva, avevano sempre saputo che era un po’ matto.

Dopo quindici giorni, una notte, all’improvviso il cavallo ritornò. Non era stato rubato, era semplicemente fuggito, era andato nelle praterie. Ora non solo era ritornato, ma aveva portato con sé una dozzina di cavalli selvaggi.

La gente di nuovo accorse e disse: “Vecchio, avevi ragione tu! Quella non era una disgrazia. In effetti si è rivelata una fortuna”.

Il vecchio disse: “Di nuovo state correndo troppo. Dite semplicemente che il cavallo è tornato, portando con sé una dozzina di altri cavalli… chissà se è una fortuna oppure no? È solo un frammento. Fino a quando non si conosce tutta la storia, come si fa a dirlo? Voi leggete solo una parola in un’intera frase: come potete giudicare tutto il libro?”.

Questa volta la gente non poteva dire nulla, magari il vecchio aveva ragione di nuovo. Non parlavano, ma nell’intimo sapevano bene che il vecchio aveva torto: dodici bellissimi cavalli, bastava domarli e poi si potevano vendere per una bella somma.

Il vecchio aveva un unico figlio, un giovane che iniziò a domare i cavalli selvaggi. E dopo una sola settimana, cadde da cavallo e si ruppe le gambe. Di nuovo la gente accorse, dicendo: “Hai dimostrato un’altra volta di avere ragione! Non era una fortuna, ma una disgrazia. Il tuo unico figlio ha perso l’uso delle gambe, ed era l’unico sostegno della tua vecchiaia. Ora sei più povero che mai”.

Il vecchio disse: “Sempre a dare giudizi, è un’ossessione. Non correte troppo. Dite solo che mio figlio si è rotto le gambe. Chissà se è una disgrazia o una fortuna?… non lo sa nessuno. È ancora un frammento, non ne sappiamo mai di più…”.

Accadde che qualche settimana dopo il paese entrò in guerra, e tutti i giovani del villaggio furono reclutati a forza. Solo il figlio del vecchio fu lasciato a casa perché era uno storpio. La gente piangeva e si lamentava, da ogni casa tutti i giovani erano stati arruolati a forza, e tutti sapevano che la maggior parte non sarebbe mai più tornata, perché era una guerra persa in partenza, i nemici erano troppo potenti.

Di nuovo, gli abitanti del villaggio andarono dal vecchio e gli dissero: “Avevi ragione, vecchio: la tua è stata una fortuna. Forse tuo figlio rimarrà uno storpio, ma almeno è ancora con te. I nostri figli se ne sono andati, per sempre. Almeno lui è ancora vivo, a poco a poco ricomincerà a camminare, magari solo zoppicando un po’…”.

Il vecchio, di nuovo, disse: “Continuate sempre a giudicare. Dite solo che i vostri figli sono stati obbligati a partire per la guerra, e mio figlio no. Chi lo sa… se è una fortuna o una disgrazia. Nessuno lo può sapere veramente. Solo dio lo sa, solo la totalità lo può sapere”.

Non giudicare, altrimenti non sarai mai unito alla totalità. Sarai ossessionato dai frammenti, vorrai trarre delle conclusioni basandoti solo su dei particolari. Una volta che hai espresso un giudizio, hai smesso di crescere. Di fatto, il viaggio non finisce mai. Un sentiero finisce, e ne inizia un altro. Una porta si chiude, e un’altra se ne apre…

Storia breve con morale (maggio)

Un giorno, un uomo non vedente stava seduto sui gradini di un edificio con un cappello ai suoi piedi ed un cartello recante la scritta:

“Sono cieco, aiutatemi per favore”.


Un pubblicitario che passeggiava lì vicino si fermò e notò che aveva solo pochi centesimi nel suo cappello. Si chinò e versò altre monete. Poi, senza chiedere il permesso dell’uomo, prese il cartello, lo girò e scrisse un’altra frase. Quello stesso pomeriggio il pubblicitario tornò dal non vedente e notò che il suo cappello era pieno di monete e banconote.


Il non vedente riconobbe il passo dell’uomo: chiese se fosse stato lui ad aver riscritto il suo cartello e cosa avesse scritto. Il pubblicitario rispose “Niente che non fosse vero. Ho solo riscritto il tuo in maniera diversa”, sorrise e andò via. Il non vedente non seppe mai che ora sul suo cartello c’è scritto: “Oggi è primavera… ed io non la posso vedere.”

Cambia la tua strategia quando le cose non vanno bene e vedrai che sarà per il meglio. Abbi fede: ogni cambiamento è il meglio per la nostra vita.

Ha ancora senso dedicare un giorno alla Festa della Donna?

In un’epoca in cui le donne sono magistrato, sindaco, astronauta, dirigente, presidente, sostantivi che dovremmo imparare a declinare al femminile e che ci diventa ancora difficile fare, ancora nei confronti della donna ci sono tante, troppe ingiustizie.

Per ogni donna forte c’è n’è una che non crede in sé, che diventa vittima di angherie e soprusi spesso all’interno della propria famiglia. Donne fragili per condizione economica, per etnia e numerosi altri motivi di cui spesso non si è responsabili. Di donne parlano le cronache ogni giorno: violenze, stupri e non di rado morte.

Ad ognuna di queste Donne auguro oggi una giornata lieta in cui fare qualcosa di piacevole almeno una volta per sé stesse, di farsi un piccolo regalo concedendosi, senza sensi di colpa, del tempo prezioso per volersi bene.

Auguro a tutte le altre di imparare la “sorellanza” per aiutarsi e sostenersi invece di mettere in atto invidia e cattiverie spesso gratuite.

 “Non c’è niente di più facile che mettere le donne una contro l’altra” dice il giornalista Aldo Cazzullo nel suo libro Le donne erediteranno la terra edito da Mondadori nel 2016 ed ancora “Gli uomini lo sanno ed esercitano quest’arte da millenni, Negli spogliatoi o nei bar si dice che la conquista più facile è la migliore amica della fidanzata; ma forse sono soltanto vanterie maschili. Di sicuro le donne tendono a perdonare l’amante infedele, mai però la rivale; anche se è stato lui, non lei, a violare il patto d’amore.

Sul lavoro o in politica, spesso funziona allo stesso modo. Invece ci vorrebbe uno spirito di squadra, una vera solidarietà femminile, per far crollare l’ultimo diaframma che separa le donne dalla meritata conquista del potere. Non è popolare dirlo: ma se l’uomo ha potuto soggiogare la donna per millenni, è anche a causa di un certo maschilismo femminile…”

Assurdo che sia un uomo a mettere in evidenza ciò, anche se senz’altro un “uomo illuminato” con ha la giusta considerazione della donna. Se smettessimo di farci la guerra raggiungeremmo più facilmente certi risultati e forse con meno drammi e soddisfazione e comunque…buon 8 marzo a tutte noi, con o senza mimosa, ma con tanta bellezza nel cuore!

My beauty book

Oggi vorrei parlarvi della mia esperienza con il diario alimentare. Vi ho parlato spesso dell’importanza di appuntare quello che si introduce per tenere sotto controllo il cibo, ma è fondamentale anche per comprendere e gestire al meglio le emozioni che accompagnano il mangiare, ma non solo. Con questa testimonianza vorrei sottolineare quanto il diario rappresenti un alleato speciale e quanto anche io conosca per esperienza diretta il suo valore.

Il mio beauty book mi era stato regalato da un’amica nel Natale 2015 rapita dal nome e dal colore l’ho subito iniziato a gennaio 2016. Sebbene fossi appena normopeso, fino all’anno prima ero sottopeso, avevo iniziato a vedere che mantenere il peso non era più così semplice. Nel 2011 avevo subito un importante intervento chirurgico alla schiena e questo mi ha impedito di mantenere i livelli di attività fisica praticata fino a quel momento. Purtroppo gli allenamenti erano discontinui. A mie spese ho capito (mi ci sono voluti anni) che non potevo superare troppo i limiti perché poi invece di avere benefici ero costretta a fermarmi per una settimana o un mese. Ho iniziato ad adeguare l’attività fisica alle mie possibilità, ma certo la costanza è importante e purtroppo quella non c’era più.

Il rapporto tra cibo ingerito e calorie smaltite non teneva più e ho confidato al diario quell’orribile sensazione di un corpo che non rispondeva più come prima. Ma ero ancora normopeso e tutto sommato anche se il corpo non era quello a cui ero abituata ancora poteva andare bene. Ho continuato a scrivere il diario e a tenere sotto controllo i paramenti di peso, circonferenza addome e fianchi. Mi impegnavo a verificare il tempo dell’attività fisica ed in questo modo i parametri sono rimasti nei limiti.

Poi ci sono stati i momenti in cui ho dimenticato il diario e mi sono resa conto quanto gli sgarri, che prima evidentemente arginavo con l’attività fisica ed un corpo più giovane, non erano più arginabili. Poi la consapevolezza che andare a mangiare la pizza il sabato significava avere un kg in più la mattina dopo e che dimenticare di bere adeguatamente o prendere le tisane rallentava l’intestino con sensazione di gonfiore addominale fastidiosissima. Mantenere la costanza del diario mi ha aiutato a riprendere la via.

I problemi sono iniziati quando arrivata a 50 aa gli ormoni hanno iniziato ad impazzire e dalla casella verde sono entrata pericolosamente in quella gialla! Il diario è stato un grande alleato anche a cui raccontare le sensazioni di un corpo che cambiava malgrado dietro ci siano competenze e conoscenze. Penso spesso a quanti kg avrei preso in questa situazione di passaggio se avessi vissuto nel circa quasi e non avessi cercato di controllare dati, sensazioni e comportamenti.

Combatto anche io ogni giorno, anche se sono consapevole che non posso sottrarmi a questo periodo di variazioni ormonali al quale evidentemente sto facendo resistenza, ma so che prima o poi passerà e mi impegno a segnare e scrivere per avere almeno la sensazione di controllare qualcosa. Come ogni passo che riesco a imprimere ogni giorno, da cui attingo l’energia per andare avanti e migliorare. Farlo è faticoso, ma è un enorme aiuto. Vi ho raccontato la mia esperienza per farvi comprendere che conosco le vostre sensazioni e quanto sia difficile controllare il peso. Non sono solo cose che ho imparato sui libri e sull’ esperienza dei mei pazienti. Quindi non arrendetevi all’aumento di peso, ma cercate di arginarlo con una sana routine che contenga anche il tenere un diario e naturalmente tenetemi aggiornata sui vostri progressi.

Puoi leggere questo articolo anche sulla mia rubrica Mind&Food su: