PSICOLOGIA DEL CONSUMO e nuove dipendenze: attenzione a come si usa lo smartphone può rivelare la vostra intelligenza!

Da recenti ricerche sembra che l’utilizzo dello smartphone può trasformarsi in dipendenza esattamente come una droga e allo stesso modo può deteriorare  i processi di pensiero. L’uso dello strumento in questione è destinato ad aumentare nei prossimi anni. Vediamo quali effetti produce sulle nostre menti e come viene influenzata la nostra esistenza.

*La Smartphone Dipendenza  secondo un nuovo studio di psicologia, è stata collegata al pensiero pigro e ad un rallentamento delle funzioni cognitive. In questi anni la ricerca che riguarda cellulari e psicologia del consumatore  si è fatta sempre più serrata per definire le nuove interazioni tra cervello e tecnologia. La ricerca psicologica ha trovato che le persone più intelligenti tendono ad utilizzare la funzione di ricerca sul loro smartphone meno spesso.

I pensatori intuitivi, però, che tendono ad essere meno intelligenti, sono più inclini a ricercare le informazioni sullo smartphone. Quindi utilizzare in maniera differente il nostro pensiero significa utilizzare la tecnologia in maniera diversa? Ecco cosa dicono gli studiosi:

Gordon Pennycook, che ha co-condotto lo studio, ha detto:“I pensatori intuitivi, possono cercare informazioni che in realtà sanno o potrebbero facilmente imparare, ma non sono disposti in realtà a fare lo sforzo di pensare.”Al contrario, i pensatori analitici, che sono generalmente più intelligenti, secondo la ricerca, sono meno propensi alla funzione “cerca” del loro cellulare.

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Dr Nathaniel Barr, che ha co-condotto lo studio, ha detto: “Decenni di ricerca hanno rivelato che gli esseri umani sono sempre propensi a evitare sforzi e spendere energie cerebrali per trovare soluzioni, quando la risoluzione dei problemi poi è a portata di dito, questi utilizzano i loro smartphone come se fosse l’estensione della loro mente.”

La ricerca ha chiesto a 660 persone di mettere alla prova la loro smartphone dipendenza.Le loro abilità verbali e di alfabetizzazione sono state valutate, assieme al loro stile di pensiero.I risultati hanno mostrato che le persone con più capacità di pensiero analitico usano la funzione di ricerca sul proprio smartphone molto meno. Lo studio è pubblicato sulla rivista  Computers in Human Behavior  Barr 2015.

Mr Pennycook ha detto:“La nostra ricerca fornisce le prove che ci sia un’associazione importante tra l’uso continuo dello smartphone e l’abbassamento dell’intelligenza. Che gli smartphone in realtà diminuiscano l’intelligenza è ancora una questione aperta che richiede ulteriori ricerche.”

Detto questo, è possibile che una smartphone dipendenza crei nelle persone un indebolimento della capacità di pensiero.

Dr Barr ha continuato:“La nostra smartphone dipendenza e la dipendenza ad altri dispositivi probabilmente continuerà ad aumentare.E’ importante capire come gli smartphone influenzino e interferiscano con la psicologia umana prima che queste tecnologie siano talmente radicate da non poter più ricordare come era la vita senza di loro.

E forse potremmo già trovarci a quel punto.”

  • Fonte web

https://www.psicosocial.it/psicologia-del-consumatore/

Da una visione “ego”centrica del mondo ad una “eco”centrica : la psicologia diventa Green

Stress e depressione sono malattie specifiche dei nostri giorni dovute ai ritmi che manteniamo a ciò che mangiamo ed anche a come pensiamo. I nostri pensieri sono notevolmente condizionati dalle  immagini che vediamo ogni giorno nella realtà o attraverso la tv o il web.  Tifoni dai nomi epici, crolli di ponti che trasformano una giornata qualunque in una tragedia, incendi, maltrattamenti degli animali e l’elenco potrebbe essere infinito.

Sentirsi annichiliti davanti a tanto orrore è il minimo. Vivere sensazioni di disagio , oppressione ed impotenza molto comuni. In città il contatto con la natura è abbastanza limitato e quando succedono quei fatti eclatanti che la cronaca riporta in tempo reale può creare un disagio fino a vere e proprie forme depressive.

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Dall’unione di due discipline, l’ecologia e la psicologia, è nata la Eco-psicologia  che  ha lo scopo di favorire  la persona a riprendere contatto con la natura al fine di creare energie positive , mentali e fisiche. Che la vita a contatto con la natura porti a benefici immensi è confermata da tantissimi studi che hanno portato alla nascita di terapie alternative/complementari anche attraverso il contatto e la cura degli animali come la Pet Terapy o  la Hippoterapia e tante altre.

Malati o carcerati che hanno la possibilità di vivere spazi verdi hanno un recupero più veloce nel primo caso e sono meno aggressivi nel secondo. Nella nostra quotidianità imparare a vivere nella natura , nel rispetto dell’ambiente, praticare il riciclo, evitare gli sprechi, piantare un albero o coltivare una pianta di basilico sono attività che ci portano a contatto con la natura ce la fanno apprezzare. Ci restituisce, gioia, benessere, serenità e soddisfazione.

Che non risulti essere una moda passeggera, ma una vera e propria presa di coscienza da parte di operatori e  pazienti è importante ; per il futuro dell’ambiente come per la nostra salute mentale. In una intervista ad AdnKronos la Dott.ssa Marcella Danon che dirige la prima Scuola di Ecopsicologia in Italia in provincia di Lecco ha dichiarato:  La visione del mondo che coltiviamo e che ha sostituito la bellezza e la salubrità con la bruttezza e l’inquinamento – spiega – è una visione che può portare alla depressione. È necessario invece recuperare il contatto con la natura e le sue leggi, ricordare sempre che ogni cosa ha una sua storia. Un ciclo vitale che dobbiamo tenere presente nella sua interezza per contrastare la tendenza contemporanea a vivere solo il presente rendendoci incapaci, nei momenti di difficoltà, di vedere il bello che c’è stato prima e quello che verrà poi.

 

Riflessioni sul viaggio e viaggiare

Hai mai pensato a che tipo di viaggiatore sei? Potresti scoprire tante cose di te!

Estate. Da piccoli significa vacanza. Significa più tempo con gli amici,  niente scuola. Da grandi significa riprendere ritmi più idonei alla propria personalità significa meno vincoli di orario oppure un periodo fuori dalla routine del quotidiano, spesso significa viaggio.

Che la meta sia un’isola lontana , un paese esotico o il paesello dei nonni poco importa. Quel che importa davvero è uscire dal solito tram tram e affrontare qualcosa di nuovo. Avere un progetto leggero (per la testa) che ci faccia sognare, organizzare e pregustare. Mare, monti o città d’arte la parola d’ordine è cambiare gli schemi,respirare aria nuova fare  cose nuove e provare cibi nuovi.

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Non per tutti il viaggio ha però questa trama affascinante per qualcuno significa uscire dalla zona di confort significa affrontare l’ignoto (anche se a pochi passi da casa) significa perdere i propri riferimenti. Non per tutti il viaggio è felicità. Per alcuni vuol dire paura, imprevedibilità  e preferiscono rimanere tra le proprie quattro mura ritenute rassicuranti e continuare a fare la spesa nello stesso posto, incontrare gli amici nello stesso locale.

Per il viaggiatore ogni istante è crescita personale: incontri, informazioni anche gli incidenti di percorso. Il viaggio diventa il mezzo per confrontarsi,  in qualche modo ricrearsi. Prende energia dal viaggio e contemporaneamente ne immette in un flusso continuo. E tutto quello che ne viene rimarrà custodito nella memoria insieme alle foto, agli oggetti comprati o trovati nel cammino. Non dimentica la vita di tutti i giorni, semplicemente la mette in stand-by per dare sfogo a quella parte che non può essere vissuta giornalmente.

Per qualcuno chiudere la porta di casa è causa d’angoscia. Per qualcuno più di altri. In generale anche se nella vita si sono affrontati tanti viaggi una piccola parte di timore c’è poiché per ogni inizio c’è inevitabilmente una fine ed in fondo affrontare l’ignoto ci lascia sempre un po’ guardinghi anche se poi in corso d’opera finiamo per essere affascinati proprio dall’ebrezza dell’inaspettato che ci si presenterà.

Il Counselor NON è uno Psicologo

Cari amici e spettabili pazienti/clienti ai fini della vostra tutela rendo noto un comunicato inviato dall’Ordine Degli Psicologi del Lazio relativo all’esercizio abusivo della professione di Psicologo da parte dei cosiddetti Counselor

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 Cosa succede dentro gli studi dei counselor?

Un’inchiesta giornalistica di Luca Bertazzoni ha aperto le porte di alcuni studi di counselor, svelando i possibili rischi per la salute dei cittadini.

È preoccupante vedere come, pur in presenza di casi che esprimono chiaramente una domanda psicologica, nessuno dei counselor ripresi riconosca i limiti della propria competenza, invitando il cliente a rivolgersi ad uno psicologo per ricevere un adeguato supporto psicologico. Con il risultato di fornirgli indicazioni sbagliate quando non estremamente dannose.

 

Clicca qui per l’inchiesta giornalistica completa, ripresa anche dal portale Repubblica.it.

 

L’esercizio abusivo della professione di psicologo rappresenta un fenomeno di elevato allarme sociale, non soltanto perché mette a serio rischio la qualità e l’affidabilità delle prestazioni tutelate dagli Ordini professionali, ma perché lesivo del diritto alla salute della cittadinanza.

 

Nonostante la sentenza n.13020/2015 pronunciata dal Tar del Lazio abbia ricondotto il trattamento sanitario di ogni disagio psicologico, anche lieve, all’esclusiva competenza dello psicologo, l’esercizio abusivo della professione di psicologo continua a rappresentare un rischio per il diritto alla salute della cittadinanza.

 

Riconoscere un caso di esercizio abusivo della professione non è semplice e può accompagnarsi a interrogativi e perplessità, in particolar modo per chi è privo degli strumenti necessari o si trova in una situazione di fragilità emotiva.

Per aiutare chi volesse denunciare per danni alla salute presunti professionisti non abilitati alla professione di psicologo, abbiamo istituito due ulteriori risorse:

  1. la guida Tuteliamo la nostra professione. Come riconoscere un esercizio abusivo della professione e come segnalarlo, che aiuta a definire quando si è in presenza di un esercizio abusivo della professione di psicologo e come fare per segnalarlo;
  2. lo Sportello legale per le vittime di esercizio abusivo della professione di psicologo, che offre un sostegno legale per affrontare il percorso di tutela salute e risarcimento danni.

La realtà dell’apparenza dal mondo dei social alla realtà virtuale

Se volessimo caratterizzare la società del nostro tempo, almeno in minima parte, potremmo affermare che essa è vissuta dagli attori sociali che vivono al suo interno come un’immersione dentro mondi ubiqui: da un lato quello della realtà, dall’altro quello delle immagini. Questi mondi sembrano sempre più confondersi , nella loro continua e quotidiana intersecazione e tendono sempre più a confondersi e a distaccarsi allo stesso tempo, comportando una difficoltà di percezione inerente la definizione di realtà che soggettivamente dobbiamo avere, per poter agire in modo consapevole ed appropriato.

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In questa società fenomeni che sembravano acquisiti nella loro concretezza tendono a sfumare, a confondersi. Ciò porta gli attori sociali a ri-costruire le proprie visioni del mondo,  nella consapevolezza  però che esse saranno, comunque passeggere, relative ai diversi contesti in cui si vive ed agisce, in cui il passato vive con il presente formando catene elastiche. Ciò non riguarda solo i singoli individui, ma anche i gruppi sociali, dove il continuo movimento indotto dalle fusioni e dalle stabilizzazioni percepite e codificate porta  ad una strutturazione a cui segue una de-strutturazione in un sistema non lineare. In questo contesto la conoscenza non può che essere dinamica, mutante, ma anche stabile, dove i punti di riferimento cambiano continuamente.

Viviamo in una società caratterizzata dalla propria moderna liquidità che si concretizza sempre più in apparenza diventando paradossalmente sempre più materiale, dove oggetti, cose, situazioni che sembrano esistere solo per immagine una volta entrate nel nostro essere sociale mediante la visione si caratterizzano come reali. Sembra che non tutti siano in grado di captarle criticamente poiché mancano strumenti utili per questo tipo di conoscenza. Nel mondo virtuale le immagini vengono manipolate, costruite e trasmesse. La nostra immersione nel mondo delle apparenze le fa sembrare reali creando a volte delle spaccature, dei corti circuiti nell’apparato intellettivo personale e sociale.

 

Fonte: la realtà dell’apparenza edizioni Kappa 2015

 

Il ruolo della figura paterna nello sviluppo psicologico del bambino oggi

In occasione della festa del papà propongo una riflessione sulla figura paterna che dal dopo guerra in poi è cambiata notevolmente. Nella società attuale i ruoli tradizionali  sono saltati a favore della donna che oltre alla funzione di accoglimento all’interno della famiglia acquisisce anche ruoli sociali riconosciuti : lavora e fa carriera. Contribuisce quindi al mantenimento economico e alle decisioni riguardo casa e figli. Maggiori responsabilità alla donna/mamma a discapito dell’uomo/ padre che perde terreno.

Sembra quasi che la società si stia ribellando al vecchio modello di figura paterna e stia cercando una nuova identità . Non un modello intoccabile  legato all’informalità e alla distanza , ma di un padre con dei sentimenti e responsabilità funzionali per esser considerato una colonna portante delle relazioni familiari al pari della madre.

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“La domanda da porsi a questo punto è: in una società che ha influenzato particolarmente la cultura dell’essere maschio ed esser padre, che ha accettato la differenziazione dei ruoli come un dato quasi divino e che ha fortemente concentrato l’attenzione sulla donna/ madre come figura di attaccamento per eccellenza, dovuto a un legato definito “naturale” o “biologico, c’è ancora spazio per revisionare o meglio ancora ritrovare l’importanza della figura paterna, emotivamente partecipante allo sviluppo psico-fisico del figlio, compagno di viaggio, un alleato fedele?”*

Sebbene si registrino un aumento di padri che ritengano meravigliosa l’esperienza e nuove opportunità come il sostegno alla famiglia ed il congedo obbligatorio per il padre, in realtà questa trasformazione dei padri è puramente virtuale e teorica.

La presenza di un padre all’interno della famiglia è essenziale in tutte le fasi della crescita del figlio per la costruzione della sua identità. Sebbene siano diverse le modalità di rapporto con la femmina e con il maschio ,  l’assenza della figura paterna produce una ferita relazionale in una figlia ed una ferita d’identità in un figlio. Questo perché il padre contribuisce a creare stabilità, affettività e sicurezza.

Quindi è indispensabile che il “padre” venga ritrovato non solo dal contesto sociale e familiare ma anche dai mass media e dalle istituzioni, sottolineando quelle trasformazioni già in atto nelle famiglie e convenendo sul fatto che il padre è una risorsa oltre che un elemento peculiare nella gerarchia familiare.

 

 

 

*FONTE WEB (riflessioni)

“AIDS: problematiche psicologiche” – il mio intervento a Radio Fregene

Anche Radio Fregene ha celebrato la giornata mondiale contro l’AIDS, indetta ogni anno il 1º dicembre, è dedicata ad accrescere la coscienza della epidemia mondiale di AIDS dovuta alla diffusione del virus HIV. Dal 1981 l’AIDS ha ucciso oltre 25 milioni di persone, diventando una delle epidemie più distruttive che la storia ricordi. Per quanto in tempi recenti l’accesso alle terapie e ai farmaci antiretrovirali sia migliorato in molte regioni del mondo, l’epidemia di AIDS ha mietuto circa 3,1 milioni di vittime nel corso del 2005 (le stime si situano tra 2,9 e 3,3 milioni), oltre la metà delle quali (570.000) erano bambini. Sono stata chiamata ad illustrare le problematiche psicologiche che investono i malati di HIV.Conduce David Pironaci.

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PIRONACI:  nei pazienti sieropositivi si osservano diverse patologie psichiatriche, suddivisibili in patologie secondarie all’infezione da hiv e all’ingresso in aids conclamato e patologie più generiche che possono colpire tutti quanti soffrono di malattie croniche ne parliamo stasera con la dott.ssa Emanuela Scanu Psicologa

 DOTT.SCANU : Con l’introduzione, nel 1996, in Italia, delle nuove terapie antiretrovirali è aumentata la sopravvivenza delle persone che vivono con l’ infezione da HIV ed è diminuito il numero dei decessi correlati all’ AIDS, trasformando così l’ infezione da HIV in una malattia cronica e come tutte le patologie croniche si vedono susseguirsi una serie di problematiche di tipo fisico, ma anche psicologico.

PIRONACI: Di che tipo di patologie possiamo parlare, quali sono i sintomi riscontrati più comunemente?

DOTT.SCANU : Come da te anticipato prima bisogna suddividere una sintomatologia che si presenta con mania, psicosi, delirio o demenza strettamente legate all’infezione HIV o alla AIDS conclamato. In altri casi, in genere al momento della diagnosi, ci possiamo trovare di fronte ad una reazione acuta da stress, a depressione e disturbo di adattamento.

PIRONACI: Appunto il momento della diagnosi un momento drammatico per la persona a cui viene data la notizia. Quali sono le problematiche immediate che la persona e di conseguenza la famiglia si trova ad affrontare?

DOTT.SCANU: Per quanto riguarda la comunicazione della sieropositività, il paziente può  presentare diverse reazioni psicologiche dovute proprio all’effetto shock per la diagnosi ricevuta. Si può manifestare agitazione, collera,  incredulità e pianto. Non di rado si osserva uno stato confusionale che certo non aiuta in un momento in cui è necessaria concentrazione per prendere decisioni importanti rispetto alla propria salute. In genere la confusione e l’agitazione diminuiscono se la diagnosi è ben comunicata con anche l’offerta di un aiuto verso un percorso psicologico. E’ molto importante da parte del medico dare tutte le informazioni in modo chiaro ed onesto senza mai togliere la speranza.

PIRONACI: quando poi il medico spiega il decorso dopo la rabbia, la frustrazione, si aggiunge  la paura per le restrizioni dello stile di vita, a doversi sottoporre sempre alle terapie, per l’incertezza sul futuro, per l’ostilità, il pregiudizio degli altri.

DOTT.SCANU: Si dopo lo shock iniziale si deve fare i conti con la realtà e certo non è facile.  Non di rado compare il il senso di colpa  a volte si arriva ad interpretare  l’accaduto come una sorta di punizione per i comportamenti a rischio avuti a cui si aggiunge anche  la paura di poter infettare gli altri. Naturalmente questo genera ansia verso la prognosi, ai trattamenti, per gli effetti collaterali legati alla malattia, per la paura del rifiuto sessuale, per la perdita della capacità cognitive, fisiche e lavorative. Passare dall’ansia alla depressione con l’idea di dover fare i conti con una malattia cronica, l’impossibilità di guarigione, con i limiti imposti dalla malattia, con un possibile rifiuto sociale non è raro.

PIRONACI: quindi riprendere una vita normale dopo una  diagnosi  di questo tipo è possibile  o crea più problemi di altre malattie ad andamento cronico ?

DOTT.SCANU : A livello emotivo è la stessa cosa.Quando subentra una malattia cronica con tante incertezze per il futuro, l’aspettativa di cure dolorose o fastidiose di non sapere quanto tempo si ha di fronte si vive  un momento di frattura tra la vita prima e quella dopo. Il paziente si trova inevitabilmente a dare dei limiti ai suoi progetti a fare i conti con la vita passata e ad interrogarsi sui valori che hanno formato la sua esistenza fino a quel momento.

La malattia, dunque, rappresenta un tipo particolare di evento di vita stressante che può mettere seriamente alla prova le capacità di adattamento del singolo individuo. Anche se ogni individuo è diverso la reazione alla malattia richiede sempre al paziente un lungo lavoro emotivo e fisico che deve tenere conto anche del tipo e stadio della malattia, eventuale ospedalizzazione o altro tipo di assistenza. Entrano quindi in gioco, a favore o contro, la struttura della personalità , i meccanismi di difesa e la consapevolezza della malattia. l’individuo, divenuto “paziente”, sperimenta l’impatto con le cure. La persona malata inizia quindi a vivere sospesa tra un tempo presente, vissuto come un “non tempo”.

PIRONACI: queste sono reazioni emotive comuni a tutte le patologie croniche, è possibile  essere colpiti da  qualcosa di più specifico relativo proprio alle alterazioni organiche o all’assunzioni di farmaci?

DOTT.SCANU: Nel paziente HIV possono svilupparsi psicosi funzionali, considerate reazioni a infezioni da HIV, collegate all’azione diretta del virus a livello del SNC (diminuite in era HAART). Per ultimo si può manifestare il Delirium e la Demenza Complex, complicazione tardive della malattia. E’ possibile il manifestarsi di insonnia, umore instabile, iperattività , distraibilità e alterazione del giudizio. Se persiste per oltre una settimana si parla di mania secondaria ed in questo caso il trattamento è farmacologico. Il trattamento psicologico e psicoterapico subentra in questo caso con la funzione di gestione dell’intera malattia

Raramente, si possono manifestare disturbi ossessivo compulsivi nella forma di pensieri continui e disturbanti relativi alla morte, il fallimento, la ricerca di nuovi trattamenti, terapisti e medici, controlli ripetuti per sintomi sempre nuovi.

Alcune di queste reazioni possono essere transitorie, altre più durature e potranno andare a caratterizzare l’intera vita con il virus. E’ possibile che la vulnerabilità sia legata anche a precedenti esperienze del paziente riguardo a malattie e traumi. Altre variabili che possono determinare il tipo di reazione sono la personalità, il temperamento, la flessibilità, le risorse sociali, famigliari e occupazionali, il sostegno disponibile.

PIRONACI : Quindi anche per l’infezione da HIV la migliore accettazione e presa di coscienza è importante per l’evoluzione della malattia?

DOTT.SCANU : Si confermo. La letteratura è piena di casistica sulla maggiore longevità e migliore stile di vita quando il paziente prende in carico la sua malattia in modo responsabile. Non voglio parlare di positività ed ottimismo perchè potrebbe risultare riduttivo, ma sicuramente la parola giusta è responsabilità, comprendere cosa fare al meglio con la maggiore lucidità possibile.Posso utilizzare tre diverse tipologie :

I pazienti che utilizzano lo stile evitante hanno livelli in generale più elevati di preoccupazione riguardo alla salute, ai problemi esistenziali, verso gli amici e verso se stessi. Manifestano notevole depressione, autostima bassa e difficilmente ricevono del sostegno psicologico. I pazienti invece che adottano uno stile attivo-cognitivo costruiscono delle difese mentali e fanno affidamento sul pensiero cognitivo e spesso sviluppano pensieri ossessivi e ruminazione.

Infine gli individui che sono capaci di sviluppare uno stile attivo-comportamentale hanno un migliore tono dell’umore, un minor numero di preoccupazioni, una più alta qualità della vita percepita e livelli di autostima più alta.

L’evoluzione psicologica del paziente con infezione da HIV dovrebbe terminare con la fase di accettazione e adattamento che è diversa da persona a persona. Dovrebbe avvenire in modo spontaneo, ma è facilitata anche dall’ambiente , alle caratteristiche di personalità del paziente, le caratteristiche socioculturali del paziente e la presenza di un adeguato supporto sociale e in particolare la presenza di persone affettivamente significative. Questa fase è caratterizzata da un abbassamento del livello di tensione emotiva che consente la modificazione dei comportamenti a rischio e alla corretta applicazione alle norme profilattiche. Non è una condizione stabile e dipende dal decorso della malattia.

PIRONACI. Quindi va sempre effettuata una valutazione psicologica delle persone con infezione da HIV?

DOTT.SCANU:  Certamente! Una valutazione psicologica delle persone con infezione da HIV è fondamentale anche per evitare diagnosi di patologie non presenti, etichettature scorrette, interventi non necessari o risposte standardizzate. C’è una reale difficoltà diagnostica nel valutare l’ansia o la depressione come patologie preesistenti o come causa della malattia o delle terapie per cui in alcuni casi vengono ritardati i percorsi di presa in carico psicologica e psicoterapica. Diventa fondamentale anche nella valutazione del  rischio suicidario. Le  motivazioni possono essere diverse a seconda della fase in cui si trova il paziente. In uno studio con poco meno di 3.000 sieropositivi (Carrico ed al., 2007) si è riscontrato che il 19% di essi ha ideazioni suicidarie.

PIRONACI: I disturbi di donne e uomini sieropositivi si presenta allo stesso modo o ha caratteristiche o rischi differenti?

DOTT.SCANU: Secondo la letteratura internazionale le donne sieropositive risultano essere più a rischio per quanto riguarda i disturbi psichiatrici rispetto agli uomini. E’ stato dimostrato che le donne sieropositive presentano più spesso degli uomini ansia, depressione, eccessiva sensibilità, disturbi paranoidi e somatizzazione eppure si rivolgono ai servizi sociali con meno frequenza rispetto agli uomini. Nei casi di madri con infezione da HIV esistono ulteriori difficoltà che incidono sull’ansia quali la difficoltà di rivelare la propria sieropositività ai figli, la paura di infettarli e la possibilità che la malattia infici la capacità di prendersene cura e di crescerli.

Ad ogni modo con l’avvento degli antiretrovirali ci sono state grandi trasformazioni nella vita delle persone sieropositive. Grazie ai benefici della terapia farmacologica alcune delle persone abituate a convivere con l’incertezza del futuro e con la precarietà della salute e della vita o si preparavano alla morte hanno di fronte la possibilità di iniziare una nuova vita. Migliorano sicuramente i rapporti sentimentali (possibilità di diventare genitori, avere l’aspettativa di rimanere abbastanza in vita per poter crescere un figlio) e l’assunzione di nuovi ruoli sociali.