Il silenzio è un vero toccasana per il nostro cervello (più di quanto si pensi)

Recenti studi, non solo psicologici o medici, ma anche riguardanti settori diversi come il marketing sono concordi nell’affermare quanto il cervello necessiti di quiete per lavorare al meglio.

Il mondo con l’avvento della tecnologia sta andando sempre più di corsa. Sta diventando caotico, troppo competitivo e …stressante. Il cervello continuamente bombardato da stimoli visivi ed uditivi sta letteralmente andando in tilt!

Ecco la soluzione cercare quiete e silenzio. Sembra facile, ma non lo è. Non solo perché siamo circondati da rumore, ma anche perché abbiamo difficoltà di rilassarci anche nel momento del relax tanto siamo presi da quello che c’è da fare.

Ecco quindi che alcuni luoghi diventano vere e proprie mete come la Finlandia dove si è svolto recentemente uno studio proprio sulla quiete utilizzando lo slogan : “Silenzio per favore”! Sperimentare il silenzio e la bellezza, curarsi con una passeggiata, respirare con i giusti ritmi di tutto questo ha bisogno il nostro cervello per svilupparsi e lavorare al meglio.

Scienziati hanno scoperto che quando i topi sono stati esposti a due ore di silenzio al giorno, hanno sviluppato nuove cellule nell’ippocampo. Quest’ultimo è una zona del cervello associata con la memoria, l’emozione e l’apprendimento. La formazione di nuove cellule nel cervello non equivale necessariamente a dei benefici per la salute, tuttavia in questo caso, il ricercatore Imke Kirste afferma che le cellule sembravano assumere il funzionamento dei neuroni. E’ stato riscontrato quindi che il silenzio fa bene al cervello e aiuta le nuove cellule generate a differenziarsi in neuroni e integrarsi nel sistema. In questo senso, la quiete può letteralmente aumentare le potenzialità del cervello. (fonte web)

Anche i bambini sono stressati dalle continue stimolazioni ed hanno bisogno di quiete ancora più degli adulti poiché il loro cervello è ancora in fase di sviluppo.

Quando ci troviamo in uno stato di quiete viene favorita la riflessione, si allevia lo stress perché non vengono stimolati quegli ormoni che ne sono responsabili. Sicuramente ne ricaviamo uno stato positivo dal punto di vista psicofisico.

Quindi… “Silenzio, per favore”

Se sei felice si vede!

Nella mia pratica clinica ho potuto appurare che felicità ed autostima vanno di pari passo. Infatti le persone felici sono quelle con un più alto indice di gradimento verso se stesse e sanno fare le scelte giuste. Non sono invidiose e ringraziano per quello che hanno pur volendosi migliorare. Ho fatto una lista, che vi invito ad allungare e condividere, di qualità che rendono migliore la qualità della vita e promuovono l’autostima. Tranquilli: alcune di queste si possono imparare …abbiate fiducia!

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Le persone felici sono consapevoli dei propri valori e impostano la propria vita di conseguenze: sanno esattamente cosa le rende felici e cosa no e strutturano le proprie vite in modo da massimizzare il tempo che impiegano a fare cose che li rende felici e ridurre al minimo il tempo impiegato a fare cose che non li rende felici.

Le persone felici imparano dai propri errori e dalle difficoltà.  Tutti commettono degli errori :  sul lavoro, in amore, economici, e in ogni altro aspetto della vita. Ma le persone felici si assicurano di imparare dai propri errori e dalle difficoltà così da non ripetere gli stessi sbagli mai più.

Le persone felici non badano a quello che gli altri pensano di loro e non si preoccupano di accontentare tutti. Non importa quello che fai, ci sarà sempre qualcuno che non ti apprezza, ti giudica o ti critica. Le persone felici lo capiscono e sanno che preoccuparsene significa sprecare energie preziose che potrebbero essere impiegate altrimenti.

Le persone felici sono grate per quello che hanno. Non si concentrano su ciò che non hanno, ma godono ed amano ciò che posseggono.

Le persone felici non si preoccupano delle cose che sono al di fuori del proprio controllo. Preoccuparsi è una cosa naturale, ma una volta che si impara a non stressarsi per le cose che non dipendono da noi si libera un sacco di energia positiva.

Le persone felici sanno di non essere il centro dell’universo E di conseguenza capiscono che il modo in cui alcune persone si comportano potrebbe anche non dipendere da loro – quindi non se la prendono troppo.

Le persone felici non fanno le vittime A tutti capitano delle cose brutte, ma le persone felici sanno capire che piangersi addosso non li porta da nessuna parte. Quindi affrontano le brutte cose, le risolvono e ripartono da lì, invece di restare con le mani in mano a fare del vittimismo.

Le persone felici si circondano di persone positive. Siamo tutti in qualche modo influenzati dalle persone che abbiamo intorno. Se ci circondiamo di persone positive e stimolanti, finiamo noi stessi per sentirci più positivi ed ispirati. Al contrario, se ci circondiamo di persone negative e cupe anche noi tenderemo a sentirci così.

Le persone felici hanno uno stile di vita sano. La maggior parte delle persone felici mangiano bene, dormono bene e fanno spesso esercizio fisico. È quasi una legge di natura. (SE MANGI BENE VIVI BENE E PENSI BENE!)

Le persone felici sono propositive. Le persone felici non credono che il mondo gli debba qualcosa. Di conseguenza sono propositive e sanno di dovere lavorare per ottenere quello che vogliono dalla vita. Lavorano e s’impegnano, ma sanno apprezzare anche le piccole cose della vita.

 

Rimandare a domani: non è solo pigrizia

Procrprocrastinazioneastinare è il termine corretto che indica l’azione di rimandare a domani compiti che a volte non ci va di eseguire o che ci vengono difficili. Qualche volta questo comportamento abbastanza comune può essere il sintomo di un disturbo psicologico che viene utilizzato come strategia per affrontare (o non affrontare!) i compiti quotidiani.

Alcuni studiosi hanno studiato a fondo questo tema in apparenza superficiale come la dottoressa Monica Ramirez Basco che ha dedicato all’argomento un intero libro dal titolo The Procrastinator’s Guide to Getting Things Done.

 Nel libro vengono indicate alcune tipologie di procrastinatori, a seconda della ragione che li spinge a rinviare qualsiasi cosa a domani vediamone insieme alcune e cerchiamo di capire se apparteniamo a qualcuna di queste!

La categoria più numerosa è quella degli evitanti e si tratta di coloro che rimandano perchè ritengono il compito poco gradevole. Se anche voi avete l’abitudine di sfilare la multa dal tergicristalli e di accartocciarla nel cruscotto probabilmente fate anche voi parte di questa tipologia.

Se invece vi ritrovate a tagliare l’erba del giardino con un casco da minatore in piena notte, siete con buona probabilità dei disorganizzati, incapaci di gestire il vostro tempo e di stimare efficacemente la durata di un compito.

 

Esistono poi i dubitanti, coloro che passano molto tempo a chiedersi se sia il caso di cambiare lavoro visto che ogni mattina preferirebbero morire piuttosto che recarsi in ufficio, ma la cui insicurezza blocca ogni iniziativa concreta.

C’è poi chi utilizza la procrastinazione all’interno delle relazioni con gli altri, il cosidetto procrastinatore interpersonale. Qualche esempio? Un marito che non butta la pattumiera per indispettire la moglie, un bambino che non raccoglie i giochi da terra perchè tanto lo farà mamma o una fidanzata che non cucina le polpette al fidanzato per non sentirsi dire “sono meglio quelle di mamma”.

Il procrastinatore del tipo tutto o niente tende invece ad avere due modalità di affrontare un compito: o al 100% o lascia perdere. A tale atteggiamento si aggiunge spesso una notevole difficoltà a dire “no” alla richieste che gli vengono fatte con la conseguenza di ritrovarsi spesso sommerso da troppe responsabilità.

Infine abbiamo il ricercatore di piacere, un’espressione elegante per definire colui che più comunemente viene indicato come pigro. Questo fannullone rimanda semplicemente perchè non è nell’umore giusto per svolgere alcuna attività.

Volete anche in questo caso degli esempi? Mi dispiace, non ne ho voglia!

Vi siete rispecchiati in qualche categoria?

PS Siate onesti nella risposta!

Ramirez Basco,  M. (2009). The Procrastinator’s Guide to Getting Things Done, New York: Guilford Press

Fonte WEB

 

Imparare a piacersi di più … e quindi anche agli altri!

Una persona sicura è disinvolta, non teme le critiche, impara dagli errori, ma prima di tutto si vuole bene.

La chiave per piacersi di più nasce tutto da queste due semplici paroline: volersi bene! Se ci si vuole bene si ama il proprio corpo e se ne prende cura. Attività fisica e corretta alimentazione sono i capisaldi. Dedicare un po’ di tempo al giorno ad un minimo di attività fisica adatta all’età ed al proprio fisico aumenta le endorfine, oltre che bruciare calorie, con ottimi risultati sull’umore. Mangiare in modo sano permette al corpo e quindi al cervello di lavorare bene. Mangiare sano non significa privarsi di tutto, ma concedersi degli extra una volta a settimana come premio, se lo facciamo tutti i giorni non sono più extra, ma la norma! Molte delle nostre insicurezze nascono da un corpo che non ci piace, ma l’unico modo che abbiamo per migliorarlo è amarlo!

Imparare ad indossare gli abiti con taglio e colore che valorizzano e non solo quelli di moda. Riconoscere eventuali difetti ed evidenziare i pregi con capi adatti al nostro corpo e alla nostra personalità nonché al nostro lavoro!

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Evitare gli eccessi, nel mangiare, nel fare, nel parlare, nel divertirsi, il troppo storpia in ogni caso e se ci vogliamo bene sappiamo anche che non serve stressarci per divertirsi  per forza, il corpo a volte ha bisogno di un ALT ben deciso e la mente ha bisogno di riflettere nel silenzio.

Essere amico di tutti mantenendo la propria personalità. Circondarsi di persone positive con le quali condividere e di persone più brave e capaci per imparare ogni giorno qualcosa di più.

Imparare a ridere, per la precisione prendere con ironia gli incidenti di percorso, una sbadataggine, una parola non gradita. Diventa più semplice affrontare ogni cosa e il mondo appare più leggero.

Essere sinceri paga. Non significa raccontare tutto a tutti, ma raccontare le cose come stanno senza nascondere eventuali errori o mancanze questo evita di stare sempre in ansia e di commettere errori su errori. Si rispetta una persona sincera ed etica e non viene mai messa in dubbio al contrario di chi ha la fama di essere inattendibile.

Shopping : dal piacere alla dipendenza

Fare acquisti, per noi stessi, la nostra casa o per i nostri cari è un modo per svagarci, dimostrare affetto, festeggiare un successo o consolarci per una delusione. Acquisti equilibrati sono il sinonimo del  soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio preciso, ma se l’appagamento non deriva dal possesso dell’oggetto, ma dal gesto del comprare c’è il rischio che diventi una dipendenza.

Lo shopping compulsivo è una vera e propria dipendenza che porta all’acquisto eccessivo ed irrazionale di oggetti dei quali non si ha bisogno o già si posseggono: spesso vengono nascosti, regalati o buttati!

E’ una problematica tipica della società dei consumi favorita anche dalle nuove tecnologie come l’e-commerce che permette di fare acquisti senza uscire da casa spesso con il pigiama addosso! Questa attività provoca serie consegue dal punto di vista economico, relazionale e lavorativo. Non sono rari i casi in cui vengono fatti “scoperti” sul conto bancario, vengono chiesti soldi agli amici e dette menzogne per poter alimentare il comportamento compulsivo.

La dipendenza da shopping riguarda specialmente le donne con picchi tra i 20 ed i 30 anni, periodo che coincide con l’inizio di una certa indipendenza economica. Il rischio è legato ad alcuni tratti di personalità e riguarda sia le persone estroverse e socievoli sia quelle ansiose e depresse. Le scelte ricadono sui prodotti di cura del corpo, vestiti ed accessori raramente riguarda i prodotti tecnologici eccetto che per gli uomini per i quali il trend è in aumento.

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Alcuni stati emozionali suggeriscono un disturbo da acquisto compulsivo primo fra tutti ansia e tensione che nell’atto dell’acquisto sembrano affievolirsi, anzi spesso si può avere soddisfazione ed euforia, ma passato il primo momento si può provare vergogna, con grave rischio per l’autostima, ed il bisogno di compiere l’atto si presenta di nuovo.

Nei casi più gravi si arriva a pianificare ossessivamente quando, dove e cosa comprare. Il tempo dedicato allo shopping distrae dal lavoro, dall’accudimento dei figli, fa rimandare impegni, può portare ad indebitarsi fino ad arrivare a rubare. Quando il desiderio non può essere appagato si può provare grande frustrazione con stress e comportamenti aggressivi.

Tecnicamente non è considerata una sindrome a se stante, ma come sintomo di altre problematiche psicologiche quali depressione, ansia, incapacità a controllare gli impulsi, disturbi dell’alimentazione. Possiamo considerarla come una compensazione di un vuoto affettivo, come bisogno di conferma o appagamento di ambizioni negate.

Come per tutte le dipendenze l’azione fa crescere i livelli di serotonina che provocando uno stato di benessere fa ricadere nella ripetizione dell’azione. Come si affronta il problema? Spesso non viene riconosciuto fino a quando non si viene “scoperti” per i debiti, gli accumuli e le tante bugie dette. Se avete fatto un questionario di autodiagnosi on line vuol dire che avete un dubbio: poiché non sono ufficiali né attendibili sarebbe meglio chiedere un aiuto di tipo psicologico. Se ne occupa anche il SSN presso sportelli delle ASL impegnati in dipendenze proponendo incontri individuali e di gruppo anche per i familiari.

Depressione: perché si cade nel tunnel?

Un termine che spaventa di cui si parla troppo e spesso a sproposito. A sentire in giro sono tutti depressi, ma quando si parla di depressione a cosa ci si riferisce in realtà?

E’ vero che i dati diffusi dall’OMS non sono rassicuranti :  prevedono che  nel giro di pochi anni la depressione sarà, tra le malattie più comuni ed invalidanti, seconda solo alle malattie cardiovascolari come limitazione della vita relazionale/sociale.

La depressione non è una malattia, ma un insieme di sintomi ai quali si giunge da strade diverse tra loro. Le cause sono molto varie:  dal fattore biologico, che rende una persona più predisposta di un’altra a presentare tale sintomatologia, al fattore psicologico che viene influenzato da malattie e perdite, ma anche  da comportamenti appresi nel corso della vita che rende il soggetto più vulnerabile. Anche fattori sociali come la perdita del lavoro o trasferimenti possono incidere.

In generale si cade nel così detto “tunnel” perché si è guidati da schemi  mentali e relazionali che non risultano adattivi.

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Quando alzarsi costa fatica, quando si vorrebbe rimanere a letto tutto il giorno, quando perdura un senso di sconforto e sfiducia negli altri e nel futuro, quando brutti pensieri ed irrequietezza diventano il pane quotidiano è possibile che stiate soffrendo di depressione. Però attenzione! Si parla di depressione solo ed esclusivamente se si ha una alterazione biologica del tono dell’umore che va controllata farmacologicamente. Attenzione quindi alle facili diagnosi e alle relative terapie per  depressione!

La farmacologia, in tutti i casi non compresi dalla causa biologica, può rappresentare solo un sostegno una sorta di pronto soccorso, nel lungo termine, per evitare ricadute o imparare a gestire i sentimenti negativi, è importante affrontare un percorso psicologico per conoscere gli schemi mentali non adattivi.

Cercherò di semplificare con alcuni esempi: se siete persone con poca fiducia in se stesse, che credono di valere poco e temono i giudizi degli altri eviterete tutte quelle occasioni in cui ci si espone finendo per restringere la vita sociale. A poco a poco la vita avrà sempre meno senso, vi sentirete soli ed il passo per un sentimento depressivo è breve. In questo caso sembra chiaro che il lavoro da fare non è sulla depressione, ma sul perché dell’isolamento e della scarsa autostima!

Altre persone hanno la percezione continua di essere abbandonati e che se non fanno ciò che la persona amata richiede finiranno da soli. Se si sentono sole sono perdute , perdono iniziativa e si deprimono. In questo caso la causa da ricercare ovvero la strada che ci ha portato alla depressione sta nel capire il perché questa persona ha sviluppato un disturbo dipendente di personalità prima ancora della depressione!

Potrei continuare con esempi di diverse personalità che portano alla depressione, ma credo sia chiaro che per curare la depressione, o almeno arginarla e rendere la vita della persona più aperta alla vita e alle esperienze accettando il rischio, bisogna studiare il disturbo di personalità che sta alla base. Bisogna avere coraggio e costanza per affrontare il cambiamento,ma è l’unica strada che prevede di evitare le brutte ricadute e che permette di apprezzare e godere la vita al meglio malgrado le sfide che bisogna superare ogni giorno.

La violenza non è amore

Ogni fine anno in tutto il mondo vengono stilati elenchi che riportano le classifiche  di violenza, femminicidi e stalking.  Numeri sempre in aumento sebbene dal 2000 l’Onu ne abbia sottolineato la gravità instaurando una giornata dedicata alla violenza sulle donne fissata il 25 novembre. Un problema culturale? In parte si, ma non solo. Vorrei oggi intraprendere con voi una riflessione sulla coppia e sugli sbilanciamenti che subisce in base al diverso modo di considerare l’amore ed il possesso.

Nessuna coppia è bilanciata:  questo è un fatto. L’altro è che la seduzione, insita nella coppia,  conduce a una psicologia del possesso. Se il possesso può definire la reciproca appartenenza allo steso modo  può divenire l’anticamera della violenza e di ogni forma di sopruso. Perché accade? Perché l’idea di «possesso» può essere intesa in modo erroneo da parte di un partner e la nascita dell’idea di avere dei diritti particolari verso l’altro (che in realtà non ha!)

Quando si crea questo tipo di asimmetria si attua uno sbilanciamento e si mettono in atto dei processi di confronto psicologico che fanno aumentare superiorità e dominio da parte di uno dei partner. Inoltre gli uomini attribuiscono assai di più un significato sessuale ad atteggiamenti e a gesti non verbali (sguardi, sorrisi, trucco, abbigliamento ecc.) della donna per la quale spesso sono privi di  valore, ma  anche questo contribuisce a creare problemi e discussioni con la tendenza a divenire sempre più frequenti ed accesi.

La violenza può essere presente in tutto l’arco di vita della coppia, ma spesso ha il suo avvio già nel corso della seduzione, quando ancora siamo agli inizi della formazione del legame fra i partner.
La violenza assume diverse configurazioni. Può essere psicologica, facendo ricorso a minacce, umiliazioni, critiche, isolamento, insulti, intimidazioni, comportamenti insistenti e ossessionanti di controllo e di sorveglianza (stalking). Può diventare una violenza fisica, quando vi è l’uso della forza con varie forme di coercizione, di abuso e di robotizzazione della partner fino a giungere allo stupro. Può infine assumere il profilo di violenza economica, generando una situazione di forte dipendenza finanziaria.

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La maggior parte delle donne che subiscono violenza sviluppano il disturbo post-traumatico da stress e vanno incontro a pesanti difficoltà psicologiche (dalla vergogna il panico, all’angoscia) e fisiologiche (dall’asma all’HIV). Spesso diventano donne multiproblematiche con diversi pi di disturbo (dall’autolesionismo all’isolamento sociale, alla depressione, all’ideazione suicidaria ecc.).
La violenza va fermata con determinazione il più presto possibile, qualunque sia la sua origine. Se non vi sono altri mezzi, occorre fare ricorso alla denuncia alle autorità pubbliche. In secondo luogo, è indispensabile che la donna in corso di violenza o dopo di essa, abbia l’opportunità di parlare e di condividere le emozioni negative connesse con questa tragica e penosa esperienza. Esistono tante associazioni con figure come assistenti sociali e psicologhe che possono rappresentare un valido aiuto per il superamento di una situazione di questo tipo.