I Kg in più non sono “il problema”

Sì è una provocazione… non ho detto che non è UN problema,ma che non è Il problema… per capire perché continuate a leggere!

Molti di voi avranno appurato che nel 90% dei casi la dieta è un fallimento. In alcune rare occasioni i benefici della perdita di peso sono molto brevi con un aumento della ripresa del peso molto rapida e con successiva difficoltà ad una nuova perdita. Perché accade questo? Perché di fatto la dieta non è la risposta all’aumento di peso o per lo meno lo è solo parzialmente, di fatto quando ci troviamo con molti o pochi kg in più ciò è determinato dagli  effetti del  mangiare oltre i reali fabbisogni. Il conseguente aumento del peso è da attribuirsi alle motivazioni psicologiche che stanno alla base del comportamento alimentare, quindi l’aumento di peso non è il problema che va affrontato, ma il sintomo. Quindi se noi ogni volta che rispondiamo all’aumento del peso esclusivamente con una dieta è come se somministrassimo Tachipirina al presentarsi di ogni tipologia di febbre. In realtà sappiamo bene che con la Tachipirina la febbre passa, ma è molto diverso se abbiamo preso qualche linea di febbre per una freddata, se abbiamo una cistite o una polmonite quindi sì dobbiamo fare scendere la febbre, ma dobbiamo rimuovere la causa che l’ha provocata.

io

La stessa cosa accade con l’aumento di peso:  certo la dieta è indicata, ma sarà sempre una frustrazione e non darà mai i risultati che vogliamo ottenere se non eliminiamo la causa o le cause del perché si mangia di più dando vita all’aumento di peso. Quindi vi invito a vedere il problema sotto una luce diversa. L’aumento di peso è il SINTOMO non la MALATTIA quindi come sintomo va trattato. Non si possono dare risposte “casarecce”, risposte alla buona, fare tentativi, ricorrere a diete fai da te (o peggio!). Non esistono rimedi infallibili e risultati rapidi garantiti chiunque vi proponga questo vi propone scorciatoie che non vanno a rimuovere la causa del vostro comportamento alimentare quindi vi invito a vedere il vostro problema su questa prospettiva prima di inficiare ulteriormente la vostra autostima con altre diete che daranno sempre lo stesso risultato.

Da una visione “ego”centrica del mondo ad una “eco”centrica : la psicologia diventa Green

Stress e depressione sono malattie specifiche dei nostri giorni dovute ai ritmi che manteniamo a ciò che mangiamo ed anche a come pensiamo. I nostri pensieri sono notevolmente condizionati dalle  immagini che vediamo ogni giorno nella realtà o attraverso la tv o il web.  Tifoni dai nomi epici, crolli di ponti che trasformano una giornata qualunque in una tragedia, incendi, maltrattamenti degli animali e l’elenco potrebbe essere infinito.

Sentirsi annichiliti davanti a tanto orrore è il minimo. Vivere sensazioni di disagio , oppressione ed impotenza molto comuni. In città il contatto con la natura è abbastanza limitato e quando succedono quei fatti eclatanti che la cronaca riporta in tempo reale può creare un disagio fino a vere e proprie forme depressive.

Dall’unione di due discipline, l’ecologia e la psicologia, è nata la Eco-psicologia  che  ha lo scopo di favorire  la persona a riprendere contatto con la natura al fine di creare energie positive , mentali e fisiche. Che la vita a contatto con la natura porti a benefici immensi è confermata da tantissimi studi che hanno portato alla nascita di terapie alternative/complementari anche attraverso il contatto e la cura degli animali come la Pet Terapy o  la Hippoterapia e tante altre.

Malati o carcerati che hanno la possibilità di vivere spazi verdi hanno un recupero più veloce nel primo caso e sono meno aggressivi nel secondo. Nella nostra quotidianità imparare a vivere nella natura , nel rispetto dell’ambiente, praticare il riciclo, evitare gli sprechi, piantare un albero o coltivare una pianta di basilico sono attività che ci portano a contatto con la natura ce la fanno apprezzare. Ci restituisce, gioia, benessere, serenità e soddisfazione.

Che non risulti essere una moda passeggera, ma una vera e propria presa di coscienza da parte di operatori e  pazienti è importante ; per il futuro dell’ambiente come per la nostra salute mentale. In una intervista ad AdnKronos la Dott.ssa Marcella Danon che dirige la prima Scuola di Ecopsicologia in Italia in provincia di Lecco ha dichiarato:  La visione del mondo che coltiviamo e che ha sostituito la bellezza e la salubrità con la bruttezza e l’inquinamento – spiega – è una visione che può portare alla depressione. È necessario invece recuperare il contatto con la natura e le sue leggi, ricordare sempre che ogni cosa ha una sua storia. Un ciclo vitale che dobbiamo tenere presente nella sua interezza per contrastare la tendenza contemporanea a vivere solo il presente rendendoci incapaci, nei momenti di difficoltà, di vedere il bello che c’è stato prima e quello che verrà poi.

Imparare ad essere felici

“La felicità non è uno stato d’animo continuo ed eterno, è piuttosto un numero infinito di momenti che compongono il quotidiano. Non possiamo parlare di ore, minuti e neanche secondi. Spesso sono solo attimi che se non siamo attenti a cogliere  rischiamo di perdere per sempre.

Siamo talmente indaffarati, e spesso arrabbiati, che perdiamo i numerosi momenti in cui bisognerebbe fermare il tempo per poterci osservare e vedere i nostri occhi illuminarsi ed il nostro sorriso accendersi.

Credete in un solo giorno possono essere tanti i momenti di felicità assoluta. Non aspettatevi grandi cose, ma tantissimi attimi che se riconosciuti cambiano davvero il corso della giornata”.

Queste le parole che ho scritto in un articolo qualche anno fa e che oggi  rimangono intatte nel loro valore.

Si può conquistare la felicità? Si può apprendere? Non esiste un’unica ricetta e l’idea di una persona SEMPRE felice è abbastanza ipotetica e direi anche alquanto infantile. La vita ci mette di fronte a continui cambiamenti e prove e non sempre riusciamo ad adattarci, spesso siamo perduti. . E’ vero ci sono persone più inclini al pessimismo che all’ottimismo e sicuramente la felicità bisogna avere occhi per vederla. Quello che si può imparare a fare però è imparare a vedere ogni cosa che ci capita da più punti di vista, cambiare prospettiva a volte è una soluzione.

Imparare ad apprezzare e dare valore a ciò che si ha è molto importante evitando di concentrarci esclusivamente su ciò che non si possiede. Il senso di insoddisfazione che spesso si prova deriva dal non avere abbastanza, ma se guardiamo veramente dentro di noi ci accorgeremo che  di queste mancanze molte non sono indispensabili  (oggetti ) e magari quelle vere (affetti) sono lì a portata di mano, ma poiché ci sono sempre non vengono riconosciuti come tali.

La felicità è nel presente non è qualcosa che deve arrivare. Evitare il presente idealizzando il domani significa rimandare la nostra felicità poiché al nostro domani mancherà sempre qualcosa per essere felici. Non possiamo illuderci che un biglietto della lotteria, una eredità inaspettata possano cambiare la nostra esistenza  (specie se non abbiamo neanche comprato il biglietto e non abbiamo parenti molto ricchi!!) . Non esistono forze magiche che possano cambiare il nostro destino. Solo noi possiamo farlo. Imparare ad essere felici è uno stile di vita, un lavoro costante che mette in primo piano i propri valori ed atteggiamenti.

Un esercizio molto facile è quello di prendere un quaderno ed appuntare i vari momenti della giornata in cui avete vissuto un momento di leggerezza, vi è scappato un sorriso, avete sentito la vostra canzone preferita alla radio …e nei momenti in cui siete giù andate a rileggere quelle note e cercate di riprovare quelle sensazioni. Piano piano diventerà un’abitudine e saprete riconoscere e godere di quei momenti di felicità assoluta di cui la vita è piena!

Chiedere aiuto: il primo passo per volersi bene

Dedico questo scritto  a tutte le donne che vivono nel “frullatore” che non riescono a staccare la spina e per le quali chiedere aiuto è un tabù.

Quante volte in una settimana vi capita di essere stanche? Quante scoraggiate o deluse? Se la risposta è più di 3 mi spiace dirlo, ma state sbagliando qualcosa. Se la risposta è tutti i giorni ne state sbagliando più di una. E’ il momento di fermarsi, cambiare prospettiva, rivedere le priorità.

Non mi venite a dire non posso, non ce la faccio o peggio chi mi le fa le cose? Se lavare i piatti è più importante che passare del tempo con i figli o dedicarvi a voi stesse forse dovete rivedere la vostra scala dei valori. FARE è diventato più importante di ESSERE. Segnare i figli  a nuoto, clarinetto, catechismo e poi correre da una parte e l’altra della città come forsennate. Mangiare o sgranocchiando qualcosa in macchina  e vivere sempre in ansia con i minuti contati per via di ritardi e traffico.  Infine non ascoltare le loro vere esigenze  e rispondete che state seguendo le loro passioni? In tanti anni di carriera non mi è mai capitato di conoscere un bambino di 10 anni che preferisse passare il pomeriggio a suonare il fagotto piuttosto che tirare calci ad un pallone.

Non è cara mamma che ti stai realizzando attraverso i tuoi figli? (questo è un altro discorso che ri-prenderemo in un’altra occasione…).

A volte (spesso) le donne e ancor più le mamme si mettono all’ultimo posto nella soddisfazione dei bisogni anche primari quali mangiare e riposarsi come fosse una colpa essere stanchi o aver bisogno di “sconnettersi”. Quando vi accorgete di essere più nervose o di dormire e mangiare male cercate di fermarvi e prendetevi del tempo per ricaricarvi. Si come il cellulare..anche lui si scarica , ma non si sente in colpa se ha bisogno di nuova energia. Se si ha una nonna o una zia, una cara amica, il figlio più grande o il compagno è giusto condividere o suddividere i compiti , o almeno delegare qualche incombenza NON solo PER FARE ALTRE COSE, ma proprio per riposarsi andare dal parrucchiere o non fare nulla.

Una mamma piena di energia (ricaricata) è più soddisfatta di una stressata e sarà più disponibile proprio verso marito e figli …provare per credere!

Riflessioni sul viaggio e viaggiare

Hai mai pensato a che tipo di viaggiatore sei? Potresti scoprire tante cose di te!

Estate. Da piccoli significa vacanza. Significa più tempo con gli amici,  niente scuola. Da grandi significa riprendere ritmi più idonei alla propria personalità significa meno vincoli di orario oppure un periodo fuori dalla routine del quotidiano, spesso significa viaggio.

Che la meta sia un’isola lontana , un paese esotico o il paesello dei nonni poco importa. Quel che importa davvero è uscire dal solito tram tram e affrontare qualcosa di nuovo. Avere un progetto leggero (per la testa) che ci faccia sognare, organizzare e pregustare. Mare, monti o città d’arte la parola d’ordine è cambiare gli schemi,respirare aria nuova fare  cose nuove e provare cibi nuovi.

Non per tutti il viaggio ha però questa trama affascinante per qualcuno significa uscire dalla zona di confort significa affrontare l’ignoto (anche se a pochi passi da casa) significa perdere i propri riferimenti. Non per tutti il viaggio è felicità. Per alcuni vuol dire paura, imprevedibilità  e preferiscono rimanere tra le proprie quattro mura ritenute rassicuranti e continuare a fare la spesa nello stesso posto, incontrare gli amici nello stesso locale.

Per il viaggiatore ogni istante è crescita personale: incontri, informazioni anche gli incidenti di percorso. Il viaggio diventa il mezzo per confrontarsi,  in qualche modo ricrearsi. Prende energia dal viaggio e contemporaneamente ne immette in un flusso continuo. E tutto quello che ne viene rimarrà custodito nella memoria insieme alle foto, agli oggetti comprati o trovati nel cammino. Non dimentica la vita di tutti i giorni, semplicemente la mette in stand-by per dare sfogo a quella parte che non può essere vissuta giornalmente.

Per qualcuno chiudere la porta di casa è causa d’angoscia. Per qualcuno più di altri. In generale anche se nella vita si sono affrontati tanti viaggi una piccola parte di timore c’è poiché per ogni inizio c’è inevitabilmente una fine ed in fondo affrontare l’ignoto ci lascia sempre un po’ guardinghi anche se poi in corso d’opera finiamo per essere affascinati proprio dall’ebrezza dell’inaspettato che ci si presenterà.

L’impossibilità di NON comunicare

Vorrei oggi soffermare l’attenzione su una proprietà del comportamento umano in apparenza ovvio e quindi trascurato: il comportamento non ha un suo opposto. Per dirla in parole semplici non esiste un “non comportamento” quindi non è possibile NON avere un comportamento.

Se consideriamo il comportamento all’interno di una interazione si comprende che acquista il valore di messaggio ovvero il comportamento è comunicazione, quindi per quanto possiamo sforzarci è impossibile non comunicare. Le parole o il silenzio, l’attività o il suo contrario tutto ha valore di messaggio di conseguenza creano influenza sull’altro che a sua volta non può non rispondere. L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in un bar o quello che sta seduto in treno con gli occhi chiusi entrambi comunicano che non vogliono essere disturbati, che non vogliono che qualcuno gli rivolga la parola. In genere chi è vicino “risponde” al messaggio non coinvolgendolo in chiacchiere o attività. Non possiamo dire che questa non sia comunicazione al pari di uno scambio animato di idee.

Non si può neanche asserire che sia comunicazione solo quella intenzionale, conscia ed efficace, quando c’è comprensione reciproca. Infatti sul problema della comunicazione fraintesa si sono scritti volumi in quanto la comunicazione contiene proprietà formali e a volte ci troviamo di fronte a  problematiche indipendentemente da quello che erano le intenzioni o motivazioni dei comunicanti.

Ciò riveste particolare importanza nella patologia in quanto le assurdità, il silenzio, il ritrarsi, l’immobilità ed ogni forma di diniego sono anch’essi comunicazione che può essere interpretata come evitamento della comunicazione, ma che diventa immancabilmente una forma di comunicazione essa stessa.

Da:

Pragmatica della comunicazione umana

ed. L’astrolabio

Il Counselor NON è uno Psicologo

Cari amici e spettabili pazienti/clienti ai fini della vostra tutela rendo noto un comunicato inviato dall’Ordine Degli Psicologi del Lazio relativo all’esercizio abusivo della professione di Psicologo da parte dei cosiddetti Counselor

logo ordine

 Cosa succede dentro gli studi dei counselor?

Un’inchiesta giornalistica di Luca Bertazzoni ha aperto le porte di alcuni studi di counselor, svelando i possibili rischi per la salute dei cittadini.

È preoccupante vedere come, pur in presenza di casi che esprimono chiaramente una domanda psicologica, nessuno dei counselor ripresi riconosca i limiti della propria competenza, invitando il cliente a rivolgersi ad uno psicologo per ricevere un adeguato supporto psicologico. Con il risultato di fornirgli indicazioni sbagliate quando non estremamente dannose.

 

Clicca qui per l’inchiesta giornalistica completa, ripresa anche dal portale Repubblica.it.

 

L’esercizio abusivo della professione di psicologo rappresenta un fenomeno di elevato allarme sociale, non soltanto perché mette a serio rischio la qualità e l’affidabilità delle prestazioni tutelate dagli Ordini professionali, ma perché lesivo del diritto alla salute della cittadinanza.

 

Nonostante la sentenza n.13020/2015 pronunciata dal Tar del Lazio abbia ricondotto il trattamento sanitario di ogni disagio psicologico, anche lieve, all’esclusiva competenza dello psicologo, l’esercizio abusivo della professione di psicologo continua a rappresentare un rischio per il diritto alla salute della cittadinanza.

 

Riconoscere un caso di esercizio abusivo della professione non è semplice e può accompagnarsi a interrogativi e perplessità, in particolar modo per chi è privo degli strumenti necessari o si trova in una situazione di fragilità emotiva.

Per aiutare chi volesse denunciare per danni alla salute presunti professionisti non abilitati alla professione di psicologo, abbiamo istituito due ulteriori risorse:

  1. la guida Tuteliamo la nostra professione. Come riconoscere un esercizio abusivo della professione e come segnalarlo, che aiuta a definire quando si è in presenza di un esercizio abusivo della professione di psicologo e come fare per segnalarlo;
  2. lo Sportello legale per le vittime di esercizio abusivo della professione di psicologo, che offre un sostegno legale per affrontare il percorso di tutela salute e risarcimento danni.

Parola d’ordine ottimismo!

Ottimismo bella parola! Secondo Wikipedia l’ottimismo è un atteggiamento che si manifesta nel modo di sentire, pensare e di vivere contraddistinto dalla positività o quantomeno dal suo prevalere sulla negatività. Gli ottimisti tendono dunque a guardare “il lato positivo delle cose” e ad assumere la buona fede nelle persone.

Nel vivere comune parliamo di persona positiva raffigurabile con il tipico quesito del bicchiere mezzo pieno in contrapposizione al pessimista che vede sempre il bicchiere mezzo vuoto. Esistono tante scuole di pensiero che invitano alla positività, ad una visione ottimistica della vita, ma ci sono giornate in cui tutto sembra andare storto , ci sono individui  ai quali accadono un’infinità di momenti negativi come si fa a dire a quelle persone prendila con filosofia , sii positivo?

Eppure anche i contrattempi possono diventare una sfida grazie al pensiero laterale positivo. Sarebbe un peccato non cercare di applicarlo nella vita di tutti i giorni poiché può anche aumentare la nostra salute fisica e mentale quindi perché non provarci? Tante ricerche confermano  la relazione positiva tra la qualità della vita e l’ottimismo. Riuscire a vedere il lato positivo delle cose rende l’aspetto negativo meno importante e ci aiuta a trovare soluzioni cambiando punto di vista.  Non solo la vita famigliare e personale migliora, ma anche le questioni di cuore e la carriera. Molti studi condotti su donne operate di cancro al seno confermano che il vissuto di malattia e la guarigione sono strettamente correlati ad un atteggiamento positivo. Anche l’anzianità e la disabilità che inesorabilmente aumenta con l’età sono migliorati da un atteggiamento positivo.  Riuscire a dare meno peso agli eventi stressanti permette maggiori performance ed un più alto raggiungimento degli obiettivi.  Per  evitare il pessimismo è necessario coltivare l’abitudine al pensiero positivo. Non basta farlo ogni tanto in modo isolato, ma ogni giorno cercando di vedere ogni cosa con occhi nuovi tralasciando vecchi pensieri ed impostazioni mentali

Verosimilmente per alcuni risulta un tratto di personalità innato, ma molti psicologi ritengono che la positività si possa imparare anche valorizzando se stessi. Io sono una di quelle e credo che valga la pena di provare (almeno per non rovinarsi la vita da soli!)

La capacità di ascolto e la società odierna

Lo scrittore e oratore J. Krishnamurti riteneva che “Ascoltare è un atto di  silenzio” “. In effetti saper ascoltare è molto più difficile di quanto si pensi. Parlare con qualcuno impone ascolto attento e silenzio. Per farlo è necessario prestare attenzione e rispetto. Rispetto significa non sovrapporre le proprie parole a quelle dell’altro. Significa riflettere prima di rispondere. Significa capire esattamente quello che l’altro vuole dirci mostrandoci empatici ovvero cercando di comprendere i sentimenti che animano la persona che parla con noi. Se noi blocchiamo il nostro interlocutore prima che abbia finito di parlare il dialogo  subisce malformazioni. Se abbiamo interrotto pensando di aver capito quello che dice l’altro, se stiamo interpretando le sue parole, se giudichiamo, se parliamo di noi… quella comunicazione ha preso una brutta strada. Oggi c’è tanto bisogno di comunicare, ma pochi hanno la voglia o la capacità o la pazienza di ascoltare l’altro.  C’è però un’altra verità : disagi, malcontenti, ma anche vittorie vengono continuamente “vomitate addosso” all’ascoltatore che quindi passa dall’ascoltare al sentire perdendo in breve tempo l’interesse e quindi l’attenzione. Fretta, superficialità,  non ascolto sono la causa di questa situazione.

Spesso si è presi dall’urgenza di rispondere qualcosa che si finisce per non sentire neanche ciò che si dice finendo per risultare fuori contesto. Quando poi tutti vogliono parlare nello stesso momento non esiste un dialogo, ma monologhi che si sovrappongono.

Ascoltare significa cercare di dirigere l’attenzione al nostro interlocutore entrare nel suo mondo, nelle sue emozioni. Implica uno sforzo per captare il messaggio che va oltre le parole. Lo sforzo inteso anche a bloccare quel dialogo interiore che ci porta a non ascoltare l’altro nella fretta di dire la nostra. Però è difficile avere un dibattito interessante se non si è posta la giusta attenzione a chi abbiamo davanti, se non abbiamo aperto cuore e mente e non solo orecchie. Solo in questo modo la persona sentirà che è stato accolto che gli è stata data importanza e questo creerà un clima di rispetto e fiducia. In fondo un buon dialogo è il risultato del giusto equilibrio tra il saper ascoltare e il saper parlare.

Il mio augurio per una buona qualità della vita:  Sviluppate la vostra abilità di saper ascoltare!

La realtà dell’apparenza dal mondo dei social alla realtà virtuale

Se volessimo caratterizzare la società del nostro tempo, almeno in minima parte, potremmo affermare che essa è vissuta dagli attori sociali che vivono al suo interno come un’immersione dentro mondi ubiqui: da un lato quello della realtà, dall’altro quello delle immagini. Questi mondi sembrano sempre più confondersi , nella loro continua e quotidiana intersecazione e tendono sempre più a confondersi e a distaccarsi allo stesso tempo, comportando una difficoltà di percezione inerente la definizione di realtà che soggettivamente dobbiamo avere, per poter agire in modo consapevole ed appropriato.

In questa società fenomeni che sembravano acquisiti nella loro concretezza tendono a sfumare, a confondersi. Ciò porta gli attori sociali a ri-costruire le proprie visioni del mondo,  nella consapevolezza  però che esse saranno, comunque passeggere, relative ai diversi contesti in cui si vive ed agisce, in cui il passato vive con il presente formando catene elastiche. Ciò non riguarda solo i singoli individui, ma anche i gruppi sociali, dove il continuo movimento indotto dalle fusioni e dalle stabilizzazioni percepite e codificate porta  ad una strutturazione a cui segue una de-strutturazione in un sistema non lineare. In questo contesto la conoscenza non può che essere dinamica, mutante, ma anche stabile, dove i punti di riferimento cambiano continuamente.

Viviamo in una società caratterizzata dalla propria moderna liquidità che si concretizza sempre più in apparenza diventando paradossalmente sempre più materiale, dove oggetti, cose, situazioni che sembrano esistere solo per immagine una volta entrate nel nostro essere sociale mediante la visione si caratterizzano come reali. Sembra che non tutti siano in grado di captarle criticamente poiché mancano strumenti utili per questo tipo di conoscenza. Nel mondo virtuale le immagini vengono manipolate, costruite e trasmesse. La nostra immersione nel mondo delle apparenze le fa sembrare reali creando a volte delle spaccature, dei corti circuiti nell’apparato intellettivo personale e sociale.

Fonte: la realtà dell’apparenza edizioni Kappa 2015