“Mettersi nei panni dell’altro”: il significato di Empatia

L’empatia è la capacità di “mettersi nei panni dell’altro” percependo, in questo modo, emozioni e pensieri. E’ un termine che deriva dal greco, en-pathos “sentire dentro”, e consiste nel riconoscere le emozioni degli altri come se fossero proprie, calandosi nella realtà altrui per comprenderne punti di vista, pensieri, sentimenti, emozioni e “pathos”.

L’empatia è un’importante competenza emotiva grazie alla quale è possibile entrare più facilmente in sintonia con la persona con la quale si interagisce.

L’empatia è un’abilità sociale di fondamentale importanza e rappresenta uno degli strumenti di base di una comunicazione interpersonale efficace e gratificante. Nelle relazioni interpersonali l’empatia è una delle principali porte d’accesso agli stati d’animo e in generale al mondo dell’altro. Grazie a essa si può non solo afferrare il senso di ciò che asserisce l’interlocutore, ma si coglie anche il significato più recondito psico-emotivo. Questo ci consente di espandere la valenza del messaggio, cogliendone elementi che spesso vanno al là del contenuto semantico della frase, esplicitandone la metacomunicazione, cioè quella parte veramente significativa del messaggio, espressa dal linguaggio del corpo, che è possibile decodificare proprio grazie all’ascolto empatico.

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Agli inizi del Novecento, Lipps introduce la dimensione dell’empatia in psicologia, parlando di partecipazione profonda all’esperienza di un altro essere, introducendo così il tema dell’alterità, che verrà poi ripreso dalla scuola fenomenologica. Per Lipps l’osservazione dei movimenti altrui suscita in noi lo stesso stato d’animo che è alla base del movimento osservato, tuttavia questo stato non viene percepito come una propria esperienza, ma viene proiettato sull’altro e legato al suo movimento (non ci si perde nell’altro); si tratta di empatia come partecipazione o imitazione interiore.

Freud (1921) afferma che è solo per mezzo dell’empatia che noi possiamo conoscere l’esistenza di una vita psichica diversa dalla nostra: non considera l’empatia come un metodo terapeutico, solo Kohut farà questo passaggio molti anni dopo.  Kohut, infatti, considera l’empatia non solo come uno strumento di conoscenza, ma anche come un importante strumento terapeutico: l’esposizione ripetuta a esperienze di comprensione empatica, da parte dell’analista, serve a riparare i “difetti del Sé” del paziente. Nel 1934 Mead aggiunge al costrutto di empatia una componente cognitiva.

Secondo la teoria dei neuroni specchio, elaborata dal gruppo di Rizzolatti, l’empatia nasce da un processo di simulazione incarnata (Gallese, 2006) che precede l’elaborazione cognitiva.

Fassino(2009) evidenzia poi come nell’attivazione dell’empatia si realizzi: un processamento delle emozioni dal basso verso l’alto, nell’esperienza di condivisione delle emozioni altrui, e un processamento delle emozioni dall’alto verso il basso, attraverso il controllo delle funzioni esecutive, che permette di regolare e modulare l’esperienza di condivisione.

 

Fonte web

 

L’impossibilità di NON comunicare

Vorrei oggi soffermare l’attenzione su una proprietà del comportamento umano in apparenza ovvio e quindi trascurato: il comportamento non ha un suo opposto. Per dirla in parole semplici non esiste un “non comportamento” quindi non è possibile NON avere un comportamento.

Se consideriamo il comportamento all’interno di una interazione si comprende che acquista il valore di messaggio ovvero il comportamento è comunicazione, quindi per quanto possiamo sforzarci è impossibile non comunicare. Le parole o il silenzio, l’attività o il suo contrario tutto ha valore di messaggio di conseguenza creano influenza sull’altro che a sua volta non può non rispondere. L’uomo che guarda fisso davanti a sé mentre fa colazione in un bar o quello che sta seduto in treno con gli occhi chiusi entrambi comunicano che non vogliono essere disturbati, che non vogliono che qualcuno gli rivolga la parola. In genere chi è vicino “risponde” al messaggio non coinvolgendolo in chiacchiere o attività. Non possiamo dire che questa non sia comunicazione al pari di uno scambio animato di idee.

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Non si può neanche asserire che sia comunicazione solo quella intenzionale, conscia ed efficace, quando c’è comprensione reciproca. Infatti sul problema della comunicazione fraintesa si sono scritti volumi in quanto la comunicazione contiene proprietà formali e a volte ci troviamo di fronte a  problematiche indipendentemente da quello che erano le intenzioni o motivazioni dei comunicanti.

Ciò riveste particolare importanza nella patologia in quanto le assurdità, il silenzio, il ritrarsi, l’immobilità ed ogni forma di diniego sono anch’essi comunicazione che può essere interpretata come evitamento della comunicazione, ma che diventa immancabilmente una forma di comunicazione essa stessa.

Da:

Pragmatica della comunicazione umana

ed. L’astrolabio

Non è quello che volevo dire…

Sarà capitato a tutti di aver avuto l’impressione di aver parlato chiaro, ma dalla risposta che ricevete vi rendete conto che non è così. Un commento innocente scambiato per un’offesa, un’offerta di aiuto respinta in malo modo. Capita a tutti di venire fraintesi, ma si verifica anche il contrario!

La comunicazione umana è qualcosa di molto complesso non è ha un’ interpretazione fissa per ogni simbolo come nel codice Morse. E’ quindi impossibile non associare un significato a ciò che vediamo, udiamo o percepiamo. Siamo da una parte comunicatori ,ma anche ascoltatori. Il malinteso è il prezzo che paghiamo per la nostra capacità di trasmettere e ricevere. A pensarci bene considerando le infinite variabili è quasi un miracolo che riusciamo a capirci.

Quando si comunica lo scopo è quello di trasmettere un significato,ma come possiamo essere sicuri di esserci riusciti? Il significato della comunicazione sta nella risposta che ricevete!

Riuscire ad eveitare malintesi è possibile prestando molta attenzione alla risposta del nostro interlocutore. Solo così possiamo cogliere un eventuale errore e correre ai ripari. Fondamentale negli affari, ma indispensabile per ogni tipo di relazione.

Quante volte le stesse incomprensioni con amici e familiari si ripresentano? Cosa dovreste cambiare per ottenere il risultato voluto? Vediamo di capire cosa possiamo fare per volgere al meglio la nostra comunicazione.

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Pensate ad una comunicazione efficace che ha dato i risultati sperati e pensate non solo a quello che avete detto e fatto, ma anche a quello che pensavate. Quando accade che si dica una cosa e viene interpretata diversamente in realtà non ha torto nessuno. Evitate di biasimare voi stessi o gli altri ed imparate a provare il senso di meraviglia per acquisire una maggiore capacità di tollerare l’ambiguità. Viviamo male in un mondo così imprevedilbile e questo ci rende ansiosi fino a risposte che contengano significati certi come un sì o un no, ma questo non è sempre possibile. Il cambiamento è l’unica cosa di cui si è sicuri. Cosa significa agire in modo che ciò che diciamo ottenga la risposta che vogliamo? Per prima cosa prestare attenzione a noi stessi alle risposte che vengono dal corpo, dai sentimenti e dalle intuizioni. Se riusciamo a “sentirci” possiamo modificarci e “modularci” sull’altro in modo ottimale. Un modo è quello di vedere se stessi e l’interlocutore come su un palcoscenico in questo modo sarete anche spettatori ed è il miglio modo per cogliere eventuali errori. Non dimenticate che quando comunicate avete uno scopo e cercate di influenzare un’altra persona quindi cercate di essere chiari sul vostro obiettivo e cercate di perseguirlo.