Nessuno è immune alla violenza sulle donne: la prevenzione come responsabilità collettiva

La violenza sulle donne non è un fenomeno lontano, raro o limitato a determinati contesti sociali. È una realtà diffusa, complessa e spesso invisibile che attraversa culture, classi sociali, livelli di istruzione e generazioni. Dal punto di vista della psicologia, una delle verità più difficili ma necessarie da accettare è che nessuno è completamente immune: né le potenziali vittime né le persone che, in determinate circostanze, possono diventare autori di comportamenti violenti. Proprio per questo la prevenzione rappresenta lo strumento più potente per contrastare questo fenomeno.

Comprendere le radici psicologiche della violenza

La violenza di genere non nasce improvvisamente. Spesso è il risultato di dinamiche psicologiche, culturali e relazionali che si sviluppano nel tempo. Tra i fattori più studiati dalla psicologia troviamo il bisogno di controllo, la difficoltà nella gestione delle emozioni, modelli relazionali appresi durante l’infanzia e stereotipi culturali profondamente radicati.

Molti uomini che agiscono comportamenti violenti non si percepiscono inizialmente come aggressori. La violenza può iniziare con atteggiamenti di controllo, gelosia, svalutazione o isolamento della partner. Questi segnali, spesso minimizzati o normalizzati, rappresentano invece indicatori precoci di una relazione disfunzionale.

Il mito dell’immunità

Una delle credenze più pericolose è l’idea che “a me non succederà” o che la violenza riguardi solo determinate categorie di persone. Questo mito dell’immunità impedisce di riconoscere i segnali di rischio e ritarda la richiesta di aiuto.

Dal punto di vista psicologico, chiunque può trovarsi coinvolto in una dinamica violenta, sia come vittima sia come persona che sviluppa comportamenti aggressivi, soprattutto in presenza di stress, difficoltà emotive non elaborate o modelli relazionali disfunzionali. Riconoscere questa vulnerabilità comune non significa giustificare la violenza, ma comprenderne la complessità per poterla prevenire.

La prevenzione: educazione emotiva e relazionale

La prevenzione della violenza sulle donne deve iniziare molto prima che il problema si manifesti. Uno degli strumenti più efficaci è l’educazione emotiva e affettiva, soprattutto nelle scuole. Imparare a riconoscere le proprie emozioni, gestire la rabbia, comunicare in modo rispettoso e costruire relazioni basate sull’uguaglianza sono competenze fondamentali per la salute psicologica e sociale.

Educare al rispetto e alla parità significa anche mettere in discussione stereotipi di genere che associano la mascolinità al dominio e la femminilità alla sottomissione. Questi modelli, spesso trasmessi inconsapevolmente dalla famiglia, dai media o dal contesto culturale, possono contribuire a normalizzare comportamenti di controllo o possesso.

Il ruolo della comunità

La prevenzione non è solo una responsabilità individuale ma collettiva. Amici, familiari, colleghi e istituzioni possono svolgere un ruolo fondamentale nel riconoscere segnali di disagio o situazioni potenzialmente pericolose.

Intervenire non significa necessariamente confrontarsi direttamente con chi agisce violenza, ma offrire ascolto, supporto e informazioni a chi potrebbe trovarsi in difficoltà. Spesso le vittime di violenza sperimentano isolamento, senso di colpa o paura di non essere credute; un ambiente sociale attento e non giudicante può fare la differenza.

Verso una cultura della responsabilità

Affrontare la violenza sulle donne richiede un cambiamento culturale profondo. La psicologia ci insegna che le relazioni sane si basano su empatia, rispetto reciproco e capacità di gestire i conflitti senza ricorrere alla sopraffazione.

Riconoscere che nessuno è completamente immune significa assumersi una responsabilità: osservare i propri comportamenti, mettere in discussione modelli relazionali dannosi e promuovere una cultura del rispetto.

La prevenzione non è solo un insieme di strategie, ma un processo culturale e psicologico che coinvolge l’intera società. Solo attraverso consapevolezza, educazione e responsabilità condivisa sarà possibile ridurre realmente la violenza di genere e costruire relazioni più sane e sicure per tutti.

Lascia andare il controllo e recupera energia: dalla teoria alla pratica

Ti capita di voler controllare tutto? Le situazioni, le persone, le conversazioni, persino ciò che potrebbe accadere domani.
All’inizio sembra una strategia utile: controllare significa prevenire problemi, evitare errori, proteggersi. Ma spesso accade il contrario. Più provi a controllare, più ti senti stanco, teso e frustrato, e le relazioni iniziano a risentirne.

Secondo lo psicologo svizzero Carl Gustav Jung, il bisogno di controllo nasce spesso dalla paura. Non è una vera forza psicologica, ma un tentativo di evitare l’ansia legata all’incertezza.

Quando interpreti continuamente ciò che fanno gli altri, insisti perché le cose vadano in un certo modo o cerchi di anticipare ogni possibile scenario, in realtà non stai controllando la tua vita: stai cercando di evitare la paura di non sapere come andrà a finire.

Il paradosso è proprio questo: finché cerchi di controllare tutto, sei tu a essere controllato.
Le situazioni che provi a forzare finiscono per governare le tue emozioni.


Il paradosso della resa

Jung parlava di “paradosso della resa”. È un concetto semplice da comprendere a parole, ma molto difficile da integrare davvero a livello psicologico. Lasciar andare il controllo non significa arrendersi o diventare passivi. Significa interrompere quel meccanismo mentale che ti mantiene costantemente in tensione e iper-vigilanza.

In altre parole:

  • non lasci andare la tua volontà
  • lasci andare la rigidità con cui cerchi di forzare la realtà

Quando smetti di stringere la presa, succede qualcosa di sorprendente:
la tua energia mentale torna disponibile. La mente si rilassa, la percezione si chiarisce e inizi a vedere soluzioni che prima non riuscivi a cogliere perché eri troppo concentrato a controllare ogni dettaglio.


Esempio nelle relazioni

Immagina una relazione in cui una persona sente il bisogno di controllare continuamente l’altro. Controlla i messaggi, analizza ogni parola, interpreta i silenzi, cerca rassicurazioni costanti.

Il risultato?

  • aumenta la tensione
  • cresce la diffidenza
  • la relazione diventa soffocante

Quando invece quella persona prova a lasciare spazio all’incertezza, smettendo di monitorare ogni segnale, spesso accade qualcosa di diverso: la relazione respira, la fiducia può svilupparsi e l’ansia diminuisce.


Esempio sul lavoro

Pensiamo anche al lavoro.

Una persona molto controllante tende a:

  • ricontrollare tutto dieci volte
  • non delegare
  • anticipare ogni possibile problema

Questo atteggiamento porta facilmente a stress e burnout.

Quando invece si accetta che non tutto può essere previsto o gestito, diventa più facile:

  • delegare
  • collaborare
  • prendere decisioni più lucide

Paradossalmente, si diventa più efficaci proprio quando si smette di voler controllare ogni cosa.


Esempio nella vita quotidiana

Un esempio semplice riguarda l’ansia per il futuro.

Molte persone passano ore a immaginare scenari:

  • “E se succede questo?”
  • “E se va male?”
  • “E se non sono pronto?”

Questo continuo tentativo di anticipare il futuro crea tensione mentale e prosciuga energia.

Quando invece si accetta una verità fondamentale — il futuro non è completamente controllabile — la mente può tornare al presente. E proprio nel presente diventano più visibili le azioni concrete da fare.


La vera forza psicologica

La vera forza psicologica non sta nel controllare tutto.
Sta nella capacità di restare presenti anche quando non possiamo controllare ogni dettaglio.

Questo richiede fiducia:

  • fiducia nelle proprie risorse
  • fiducia nella capacità di adattarsi
  • fiducia nel fatto che non tutto deve essere perfetto per funzionare

Quando smetti di trattenere e di forzare, succede qualcosa di importante: recuperi energia e potere su te stesso.


Un piccolo esercizio

Prova a portare questo principio in diversi ambiti della tua vita:

  • nelle relazioni, lasciando più spazio all’altro
  • nel lavoro, accettando che non tutto dipende da te
  • in famiglia, evitando di voler gestire ogni dinamica

Chiediti semplicemente:
“Sto agendo davvero o sto solo cercando di controllare ciò che mi spaventa?”

A volte il passo più potente non è fare di più.
È allentare la presa.

Perché spesso è proprio quando smetti di controllare tutto che inizi davvero a ritrovare te stesso.

“Come combattere lo stress. Prevenzione e benessere per una vita longeva e felice”

«Lo stress non è un nemico, è un messaggio» è il primo concetto che ci arriva durante il seminario svoltosi ieri a Milano nella Sala Pirelli di Regione Lombardia. Un momento di confronto prezioso e necessario a cui ha dato l’avvio il Consigliere Nicolas Gallizzi, con un augurio che ha fatto da cornice all’intera mattinata:


Costruire una cultura della salute che nasce prima di tutto dalla prevenzione e dall’ascolto di sé.

A guidare l’incontro è stata Gabriella Chiarappa, in qualità di moderatrice attenta e sensibile. La sua introduzione ha tracciato la direzione del dialogo:

«Lo stress non si combatte “contro” il corpo: si impara a riconoscerlo, leggerlo e trasformarlo.»

Una frase che ha aperto lo spazio all’ascolto, creando un terreno condiviso tra i relatori e il pubblico.

Uno sguardo condiviso da discipline diverse

La sala ha seguito con grande attenzione interventi che, pur provenendo da aree differenti, hanno incontrato un punto comune:

lo stress non è un nemico, ma una comunicazione del corpo.

Il Dott. Massimo Sartori ha mostrato come lo stress lasci tracce visibili nella postura, nel respiro, nella pelle.
Ogni tensione è un messaggio.
Il corpo, prima di cedere, parla.

La Dott.ssa Michela Squeo ha accompagnato il pubblico a riconoscere lo stress cronico come un processo graduale:
stanchezza, insonnia, irritabilità, disturbi digestivi non sono sintomi isolati, ma richiami di un organismo che chiede attenzione.

Il Dott. Vittorio Iorno ha offerto una nuova prospettiva: l’ossigeno come terapia rigenerativa.
Non solo sostegno, ma ripristino delle capacità vitali.

Gilberto Malerba di RE-COMP, con parole chiare e essenziali, ha riportato tutto al corpo in movimento:
non allenarsi di più, ma allenarsi meglio.
Quando il movimento è consapevole, la mente si alleggerisce.

Infine, Pablo Ardizzone ha toccato la dimensione più sottile e umana: l’immagine come luogo di riconoscimento.
La bellezza come gesto di cura.
Come dire al proprio corpo:
“Ti vedo. Ti rispetto.”

La conclusione: la cura è un percorso, non un atto

La parte conclusiva del seminario ha visto l’intervento del Gruppo Dimensione Salute, presentato da Barbara Neglia.
Una realtà che unisce:

  • Nutraceutica di qualità
  • Bio-cosmesi avanzata
  • Integrazione scientificamente mirata
  • Prodotti 100% biologici

con l’intento di portare benessere nella vita quotidiana, non solo nella teoria.

A seguire, il contributo del Gruppo Mac Clinic, rappresentato da Michelle Gao, che ha ricordato il valore delle strutture in cui la persona è accolta nella sua interezza:
corpo, mente, storia e quotidianetà.

Un messaggio che resta

Ogni intervento, ogni parola, ogni silenzio in sala ha riportato a una verità semplice e potente:

Il corpo non sbaglia. Ci parla.
A noi la responsabilità — e il privilegio — di ascoltarlo.

E ascoltarlo è già cura.
È già prevenzione.
È già benessere.

crediti fotografici: Silvia Menegon

L’ Autunno secondo Jung: temi simbolici ed emotivi

In questi giorni il giardino sta cambiando colore, tante foglie accartocciate sono a terra, l’aria del mattino e della sera è decisamente più fresca. Siamo in autunno una stagione che in psicologia viene spesso associata a temi simbolici ed emotivi precisi, più che a un significato clinico vero e proprio. E’ probabile che vi sentiate in una fase di cambiamento o più tristi e malinconici del solito vediamo insieme cosa succede dentro di noi mentre la stagione avanza.

Ecco i principali filoni con cui la stagione autunnale viene interpretata o utilizzata:

Transizione e cambiamento

L’autunno è una stagione di passaggio. I segni del cambiamento come abbiamo già detto sono evidenti: la natura cambia colore, le giornate si accorciano, le temperature calano. In psicologia questo viene metaforicamente associato ai momenti di trasformazione della vita ovvero le fasi in cui si lascia andare qualcosa per fare spazio al nuovo.

Il “lasciare andare”

La caduta delle foglie è spesso usata come simbolo di: elaborazione del lutto o di una perdita, distacco da abitudini o relazioni, chiusura di un ciclo emotivo.

In psicoterapia, l’autunno può rappresentare il momento interno in cui si accetta di non poter trattenere tutto.

Umore e Seasonal Affective Disorder (SAD) : Per alcune persone l’autunno coincide con: calo dell’energia, malinconia, peggioramento dell’umore.

Questo può anticipare o manifestare forme lievi o moderate di disturbo affettivo stagionale, dovuto alla riduzione della luce solare. Ho avuto pazienti molto sensibili alla diminuzione di luce diurna che venivano sopraffatti da emozioni negative e che vedevo solo durante la stagione autunnale. Una sorta di “accompagnamento” fino al ritorno della primavera con giornate più lunghe e luminose. La sensibilità personale può essere molto diversa, ma se sentite che avete sentimenti negativi in questa stagione chiedete aiuto. Con il rallentamento dell’attività esterna, molte persone sperimentano una maggiore introspezione. L’autunno viene percepito come un periodo adatto a fare bilanci, riflettere su sé stessi, ridefinire priorità. A volte le emozioni ed i pensieri si accumulano e creano caos ed immobilità in altre situazioni al contrario si può generare un aumento di creatività. I colori caldi, l’atmosfera più raccolta e la dimensione contemplativa possono favorire il pensiero simbolico, i ricordi, nuove idee.

Naturalmente la dimensione culturale e personale in relazione alla stagione autunnale varia molto il significato psicologico per alcuni è serenità e bellezza, per altri solitudine, per altri ancora è l’inizio “vero” dell’anno dopo l’estate.

Personalmente il primo settembre, non è ancora effettivamente autunno, ma le vacanze sono spesso solo un ricordo,  è il vero inizio dell’anno.  E’ il momento in cui partono progetti ed idee in cui metto entusiasmo ed energia. La mia formazione è Junghiana ed il simbolismo di questa stagione è davvero interessante che condivido con voi.

Nel simbolismo junghiano, l’autunno è una stagione ricchissima di significati psicologici e archetipici. Jung e gli autori post-junghiani non ne parlano in modo sistematico come “stagione” in senso meteorologico, ma utilizzano l’autunno come immagine del ciclo vitale, del processo di individuazione e del rapporto con l’inconscio. Ecco i nuclei principali:

La fase discendente della vita psichica

L’autunno rappresenta il momento in cui l’energia dell’Io, dopo l’espansione primaverile-estiva (giovinezza e affermazione nel mondo), comincia un movimento verso l’interno. È collegato alla maturità e alla mezza età — fase cruciale nel pensiero junghiano perché invita alla trasformazione interiore e non più solo all’adattamento esterno.

Legami simbolici: Crisi di senso, Individuazione, Integrazione delle parti ombra, Preparazione al ritiro, non come declino ma come approfondimento

Il lasciare andare: morte simbolica e trasformazione

Le foglie che cadono sono un’immagine naturale del processo psichico di rimozione dell’identificazione con vecchi ruoli e maschere (Persona). L’autunno richiama l’archetipo della morte-rinascita, tipico dell’alchimia, tanto cara a Jung.

Connesso a: Nigredo alchemica (fase di decomposizione),  Distacco dall’Io inflazionato, Accettazione del limite e della caducità

Il mondo interiore e l’oscurità creativa

Con la riduzione della luce, l’autunno simboleggia l’avvicinamento all’inconscio, che ha un valore generativo, non solo distruttivo. È un invito a “scendere” dentro di sé.

Temi junghiani collegati: Ombra, Anima/Animus,  Immaginazione attiva, Ritiro ritmico dell’energia psichica

Raccolta e semina per il futuro

In autunno si raccolgono i frutti e si conservano i semi. Questo corrisponde alla fase di interiorizzazione dei contenuti psichici e alla preparazione di una nuova identità come : Integrazione delle esperienze, Bilancio della prima parte della vita, Gestazione di nuove possibilità inconsce.

Jung riconosce alcuni archetipi che riecheggiano l’autunno, ma prima di introdurli devo accenare cosa sono gli archetipi per questo autore.

Gli archetipi per Jung sono strutture psichiche universali e innate, comuni a tutta l’umanità. Non sono immagini già formate, ma schemi originari che organizzano le esperienze emotive, simboliche e mitiche. Vivono nell’inconscio collettivo, cioè il livello della psiche che trascende la storia personale. Ecco un breve elenco che si intreccia con le emozioni di stagione.

  • Il Vecchio Saggio: introspezione, visione, discernimento
  • La Grande Madre nella forma Terribile o Oscura: nutrimento e dissoluzione
  • Il Trickster/trasformatore: caos creativo che prepara al nuovo
  • Il Re morente: caduta dell’ordine precedente che apre al cambiamento

Jung vedeva nelle emozioni autunnali (melanconiche, contemplative) un ponte verso la profondità dell’Anima. Non sono segnali di debolezza, ma di contatto con la vita simbolica. L’autunno, nel simbolismo junghiano, è il tempo psichico: della discesa interiore, della metamorfosi, della morte simbolica dell’Io, della integrazione dell’Ombra, della preparazione al rinnovamento. È un invito a rallentare, raccogliere, lasciar cadere il superfluo e incontrare ciò che vive nel profondo.

Voi come vivete questa stagione? Me lo volete raccontare nei commenti o in privato? Sarò pronta ad accogliervi.

Smettiamola con questa prova costume!!

Facciamo sì che l’estate possa rappresentare un momento di gioia e spensieratezza invece che ansia e preoccupazione.

La famigerata prova costume ormai è arrivata con tutti i sensi di sconforto ed inadeguatezza di chi non corrisponde ai canoni prestabiliti dai social che vuole vedere tutti magri e tonici, ma anche belli e ricchi, ma questo è un altro problema!

Chi non rientra in questi standard tossici vive malamente questa stagione ed è un vero peccato, perché è quella in cui si rallenta e sembra si riesca a vivere con più intensità complici giornate più lunghe e serate fresche. Allora perché non godersela?

Ovunque si guardi (nella realtà virtuale e non in quella reale fateci attenzione!) siamo invasi da corpi magri e tonici fossero tutti modelli! Ciò genera non solo invidia, che comunque è un sentimento negativo, ma anche sensazione di inadeguatezza. Ci sono casi che sfociano nella depressione con manovre di evitamento atte a non mostrarsi in pubblico negandosi di andare in spiaggia, prendere un aperitivo o andare ad una festa.

Sembra necessario sottolineare che per vivere bene l’estate non è necessario essere magri e che le diete dell’ultimo momento sono deleterie per il corpo e per l’autostima.

 Imparate a volervi bene sempre imparando ad accettare il vostro corpo, ma imparando anche che l’attività fisica è utile per mantenere un corpo tonico, ma anche per rilassarsi e disperdere energie negative e che è giusto introdurre alimenti sani che ci fanno bene e non schifezze commerciali che ci riempiono di tossine che oltre a farci sentire gonfi ci rallentano e non ci fanno “ragionare” bene!

OVERTHINKING: quando pensi troppo…

Overthinking è il termine che indica l’attitudine a pensare troppo. Sembra che le donne ne siano affette più degli uomini, ma questi ultimi non ne sono certo immuni! Pensare troppo a ciò che si è fatto o si deve fare, ripensare fino all’eccesso ogni punto di un progetto o solo di un’idea è a dir poco stressante. Pensare troppo crea disagio e ha conseguenze negative nel quotidiano.

Esaminare minuziosamente ogni aspetto di una situazione cercando di prendere in considerazione tutti i pro e i contro (spesso con pessimismo) finendo poi al punto di partenza con la sensazione di disagio di essersi persi. Bloccati incredibilmente proprio da quel desiderio di capire, fare al meglio e tenere tutto sotto controllo. Un loop dal quale spesso è difficile uscire!

Questo spreco di energia fa sentire svuotati ed incapaci di raggiungere decisioni con grosse conseguenze sull’autostima, ma anche ricadute a livello fisico come tensioni muscolari ed emicrania. Il non riuscire a prendere una decisione porta anche a grossi livelli di ansia che risulta anch’essa paralizzante in un circuito infinito che porta allo sfinimento.

Uno dei segreti è cercare di dividere un progetto in più parti e non pesare di dover far tutto contemporaneamente. Fare un passo alla volta permette un migliore risultato, correggere eventuali errori e porta più facilmente al risultato. Non guardate il picco della montagna, ma partendo dalle pendici proseguire con grado fermandosi quando serve. A volte mettere per iscritto i vari passaggi e segnando quelli già compiuti aiuta a mettere ordine anche nella testa.

Esistono comunque varie tecniche per contrastare l’overthinking che hanno lo scopo di distogliere la mente dai pensieri ossessivi. Uno molto efficace è il Training autogeno che si base sulla respirazione profonda, ma ha i suoi tempi tecnici per apprenderlo.

#)In un libro appena uscito Smetti di pensare troppo, Edizioni Lswr, Nick Trenton, psicologo americano e celebre “mental coach” negli USA, propone tecniche che possono aiutarci a ridurre l’ansia e a uscire dall’overthinking. Ecco quella del  5-4-3-2-1 che innesca una distrazione, perché il cervello viene impegnato attraverso i cinque sensi e non si perde più seguendo i pensieri. Proprio le diverse sensazioni aiutano a immergersi totalmente nel presente.

5)Guardarsi attorno e individuare cinque cose che possiamo vedere: un quadro, una lampada, le nostre stesse mani, un libro, una matita… Osservarne i colori e le forme.

4)Trovare nella stanza quattro cose che possiamo toccare: un indumento morbido, un bicchiere freddo, la sedia rigida sotto di noi, la superficie liscia della scrivania…

3)Trovare tre cose che possiamo ascoltare: il nostro respiro, il rumore del traffico in sottofondo, il canto di un uccello…

2)Trovare due cose che si possono odorare.Il profumo del sapone sulla nostra pelle, la carta del libro appena acquistato…

1)Trovare qualcosa da assaggiare: un caffè o un cioccolatino o una mentina…

#)fonte Silhouette giugno 2022

I segreti del Non Detto

Probabilmente non vi siete mai soffermati su un fatto molto particolare che avviene tra persone: in buona parte, la nostra comunicazione è non verbale. Non è mia intenzione fare un trattato di comunicazione non verbale, ma sicuramente il mio intento è quello di farvi fermare a riflettere. Già la maggior parte delle persone non ascolta cosa ha da dire l’altro, perché o lo interrompe o sta già pensando ad una risposta e quindi presta poca attenzione a quello che l’altro dice. In più spesso non è che ci manchino le parole, ma non riescono a catturare ciò che abbiamo in comune con chi abbiamo di fronte a noi. Spesso non condividiamo genere, etnia, livello di istruzione, classe economica o opportunità, e quindi non abbiamo le stesse parole per descrivere le rispettive vite.

Le parole entrano nell’interazione non verbale, ma non sono al centro. Le parole, inoltre, possono comunicare supposizioni, giudizi e opinioni, lo sappiamo tutti, e gli equivoci sono all’ordine del giorno. È meglio non alzare barriere, a volte è meglio cercare un contatto attraverso gesti sfumati.

Possiamo provare a relazionarci con le persone ascoltando senza parlare, osservando la postura, l’espressione del volto e il tono di voce.

Si tratta di un fenomeno ben noto, documentato in letteratura da psicologi come Albert Mehrabian, che nel suo libro “Nonverbal Communication” ha scritto dell’importanza del tono di voce e dell’espressione facciale, fondamentali nell’interazione sociale. Secondo Mehrabian, «il 55% della comunicazione è linguaggio del corpo, il 38% è il tono di voce e il 7% sono le parole effettivamente pronunciate».

Be’, forse, e non tutte le volte, dipende dall’interlocutore e dalla situazione, ma è difficile non essere d’accordo con il concetto di fondo, ossia che tra le persone passa tantissimo non detto.

Riflessioni liberamente tratte da:  Scott Haas / l’Arte giapponese per vivere felice Newton Compton editori


La bellezza dell’ESSERE

Breve Abstract del mio intervento a “Bellezza autentica riscoprire il corpo con fiducia ed orgoglio” a cura di Young Fidapa BPW Italy Sezione Roma nel giorno della Festa della Donna presso Real Sporting Village.

Intervistata da Sarah Nappini

Intervistata da Sarah Nappini

SN Viviamo in un contesto sociale nel quale possiamo affermare come il prototipo di bellezza sia sempre più standardizzato e omologato. Dietro tutto questo quali ritieni siano le maggiori paure e fragilità che ne fanno da specchio e quali sono le soluzioni per poter valorizzare se stesse a fronte di tale standardizzazione?

ES Una domanda complessa ci si potrebbe scrivere un trattato! Penso che mi toccherà dividerla in tre parti

Allora analizziamo il Concetto di standard di bellezza poiché non c’è un unico prototipo e non esiste una definizione univoca di bellezza. Ogni cultura ha i suoi canoni e gli standard cambiano continuamente. Nelle varie epoche storiche abbiamo assistito a numerose variazioni come ci hanno tramandato le varie opere d’arte. Dalle raffigurazioni degli antichi Egizi, fino ai vasi decorati di Pompei la donna e il concetto di bellezza hanno subito varie declinazioni. Se consideriamo un epoca più vicina a noi come quella degli anni “50 ovvero quella delle nostre nonne e delle nostre mamme il concetto di bellezza femminile è evidentemente molto diversa da quella di oggi. I canoni di bellezza non cambiano solo nella storia, ma anche attraverso i gruppi di appartenenza Vi faccio un esempio pratico dalla mia esperienza. Vi faccio un esempio pratico dal mio vissuto. Quando andavo a prendere mia figlia a scuola osservavo le ragazzine all’uscita tutte uguali quasi fatte con uno stampo: jeans, magliettina, unghie rifatte, capelli piastrati. Ci sta è importante per un adolescente essere parte di un gruppo e quindi aderire alla sua “divisa”. I ragazzi si trovano in quel momento dello sviluppo in cui iniziano a fare esperienza a capire chi sono e cosa vogliono, ma nel passaggio sono rassicurati dal gruppo in cui si identificano. Sempre in tema scuola ricordo che, qualche anno prima, mia figlia avrà fatto le elementari o le medie, e andavo a prenderla c’era il gruppo delle Mamme IN: borsa Gucci o Burberry, occhiali da sole, capelli con colpi di sole.  

Perché questo accostamento? Ragazze in fase di sviluppo e mamme? perché hanno in comune una cosa importante il bisogno di appartenenza.

Abbiamo visto come per i giovani, specie alle soglie dell’adolescenza, essere accettati dal gruppo è importante. Non si sa chi si è, la personalità ed i gusti sono in divenire, così come il corpo anche la mente sta crescendo e cerca confronti e punti di riferimento. Essere parte del gruppo è importante. Piano piano ognuno con le proprie esperienze troverà il suo spazio nel mondo e comprenderà quali sono i suoi canoni di riferimento.

la locandina dell’evento

Due gruppi due standard di bellezza molto diversi. Allora le mamme tutte uguali? Anche loro sono in cerca di identità in realtà. Professioniste o “figlie” di cercano di mantenere il loro status anche con una certa “divisa” che le distingue dalle altre madri “sfigate” questo penso voi lo vediate anche al lavoro.  Propongono un modello di bellezza? Anche le mamme hanno bisogno di appartenere a qualcosa?

Ciò mi porta all’altro pezzo della domanda quali fragilità?

Mentre per i giovani esistono delle fragilità naturali cosa accade alle mamme? Anche le mamme che sono donne devono, per essere al passo con i tempi, essere rispettate ed ammirate e sempre in tiro, malgrado lavoro, casa e famiglia e ciò avviene con grande fatica non solo fisica, ma anche psicologica. Perché ci si senta parte del gruppo si cerca di non uscire dai canoni prestabiliti e ci si adatta ed in qualche modo negano a se stesse la propria individualità perché altrimenti si è fuori.

Per terminare di rispondere alla domanda ovvero quali sono le soluzioni direisicuramente NON imitare gli altri! La propria avvenenza non si sviluppa attraverso una divisa, ma attraverso la propria individualità. E’ molto importante imparare a conoscersi e comprendere come esprimere la propria unicità. Non è questione solo di abito, ma di come si vive se stessi, gli altri ed il mondo. Tutto si riduce alla fiducia in se stessi. Se non la avete non sarete notate.

Vi faccio due esempi di donne assolutamente non belle, ma talmente sicure di sé e con personalità particolari che oggi sono considerate icone: Frida Kahlo e Iris Apfel. Due storie molto diverse. Una pittrice che ha fatto della sua vita un vero capolavoro anche se non sempre felice. Anche per l’epoca le ciglia folte ed i baffetti non erano certo nei canoni di bellezza, eppure quella piccola e fortissima donna si è imposta nel mercato dell’arte dell’epoca esponendo la sua sofferenza in contrasto con il suo abbigliamento colorato  ed originale, Una donna testarda che ha amato molto a cominciare da se stessa.

Considerato il merchandising che ne è venuto fuori come non possiamo considerarla una bellezza?

Ognuno di noi ha un oggetto: una borsa, una trousse, degli orecchini, una candela che la rappresentano. Perché le compriamo? Perché acquistando un oggetto che raffigura Frida ognuno di noi ha l’impressione di acquistare la sua forza, il suo coraggio e l’originalità!

Con l’amica Antonietta Di Vizia Giornalista RAI

Parlando di originalità come non parlare di Iris Apfel scomparsa lo scorso anno a 102 anni? Un vero vulcano. Una vita avventurosa, ha viaggiato per vari paesi con entusiasmo e creatività tornando arricchita interiormente da ogni paese. Su di lei ho appena terminato una biografia dove sono inserite anche delle sue foto. Vi assicuro che non è mai stata una bellezza. Denti distanti, un brutto naso eppure ha fatto campagne pubblicitarie, è stata testimonial ultranovantenne di case di moda ed accessori. Stravagante? Eccentrica? Probabilmente, ma una vera icona! Cosa unisce i due esempi? La continua ricerca di se stessi, la fiducia, la conoscenza, il sapere ed è questo che di conseguenza diventa la scelta dell’abito. In questi casi l’abito corrisponde alla personalità e lì incontriamo la bellezza. Se non racconta nulla di chi siamo la bellezza non serve. La bellezza è negli occhi di chi guarda, ma soprattutto nella nostra testa.(le ultime frasi sono tratte dalla biografia di Iris!)

SN Cosa significa per te imparare ad andare oltre le apparenze?

ES Essere se stessi, essere persone autentiche. E’ un percorso difficile e che non si insegna. Si può apprendere dalla osservazione della nostra famiglia e dal suo esempio, ma non sempre è fattibile.

Per aiutarvi nel vostro vi propongo un gioco:

Prendete un foglio e state tranquilli in un posto piacevole e poi provate a scrivere i nomi di almeno 5 persone reali o immaginarie (possono essere anche protagonisti di un film o di una serie tv) o persone che non conoscete personalmente e cercate di comprendere cosa vi piace di ogni personaggio.

Alcune caratteristiche risuoneranno in voi e quindi molte di quelle caratteristiche le possedete già, ma ce ne saranno altre che invece vi piacciono e vorreste avere. Ok impegnatevi in quelle. In quelle parti belle in cui vorreste risplendere. Andare oltre le apparenze non sta nel fare (tutti siamo capaci ad andare dal parrucchiere, dall’estetista o comprare begli abiti, cambia solo la disponibilità economica) il difficile sta nell’ESSERE che rappresenta invece la nostra reale bellezza è su quella che bisogna lavorare.

Con tutte le protagoniste al termine dell’evento per le foto di rito

Peso, risultati e costanza

In questi primi giorni dell’anno i social, forti delle festività natalizie appena terminate piene di tentazioni a cui nessuno ha resistito, sono invasi da richiami intriganti riguardo formule innovative che promettono di far perdere peso in breve tempo, senza sacrifici ed effetti collaterali. Alcuni di questi costano veramente poco, decine di euro, per cui si è tentati di provare anche se una parte di sé è consapevole che sono soldi sprecati, ma si sa…la speranza è dura da far morire!

Sfida dello yoga sulla sedia, lo Yoga ormonale, Ipnosi che non fa sentire il bisogno di mangiare, App per il conteggio delle calorie e dietologa on line. Pastiglie e tecniche contro il cortisolo e lo stress. Cosa hanno in comune? Sono veloci. Non richiedono sacrifici. Si può fare tutto da casa. Costi fattibili. Le recensioni sono fantastiche. Quello che viene letto è convincente. Niente impedisce di provare.

Ognuna di queste offerte ha il suo perché. Ognuno di noi però è unico e complesso. Non basta mangiare di meno o fare attività fisica se questo avviene per breve tempo nella speranza di avere risultati. Gli integratori sono utili, ma ognuno ha esigenze diverse come potrebbero esserci indicazioni diverse a seconda di una patologia o di un farmaco che si sta usando. Lo yoga ha effetti benefici se si patica regolarmente, ma ci vogliono mesi o anni. Probabilmente possono servire più cose contemporaneamente ad integrazione di un progetto di vita più ampio che non sia relegato genericamente alla perdita di peso.

Qui si fa dura perché qualsiasi strada o strade decidiate di percorrere il segreto del successo dipende da un unico fattore: la costanza. Piccoli passi, grandi risultati.

La maggior parte delle persone non vuole aspettare e spesso mette a repentaglio la salute ed il portafogli ascoltando false lusinghe. Finché non si affronta il perché si mangia troppo e male, perché non si dorme, perché non si riesce a portare a termine anche cose semplici della giornata, perché si è sempre stanchi o arrabbiati è impensabile che con un colpo di bacchetta magica può far ottenere risultati e perdipiù duraturi.

Io vado contro corrente e vi dico che c’è solo un modo per far pace con il cibo e se stessi: mettersi in discussione e decidere di cambiare molti aspetti della propria esistenza. Ovvero fare sacrifici!

Non esiste un’unica formula magica, ma un progetto specifico per ognuno di voi. Ognuno ha le sue esigenze, i suoi bisogni, la sua disponibilità di tempo e denaro ed il percorso deve essere fattibile. Quello che è valido per me non è per voi o un vostro amico. Spero che questo sia chiaro. Non è questione di dieta, ma di sane abitudini che devono sostituire abitudini errate e dannose, di un nuovo modo di guardare ed amare sé stessi.

Questo non ha un tempo definito, e non ho ancora creato una App che possa supportare questa mole di lavoro che è anche altamente individuale. Con il mio Metodo Integrato (leggi i volumi 1 e 2 editi da Campi di Carta) non faccio promesse assurde. Prometto aiuto e supporto. La creazione di strategie uniche e le modifiche necessarie per raggiungere i risultati.

La massima che gira a tale proposito sul web dice che:

Servono 3 settimane per avviare un’abitudine.

66 giorni per non abbandonarla. 6 mesi per consolidarla.

1 anno per trasformarla in un comportamento automatico ed altri 2 anni per renderla parte della tua identità.

Sono abbastanza d’accordo poiché nella mia pratica clinica so che ci vogliono 12 settimane (3 mesi!) per identificare e modificare un’abitudine. In questi tre mesi gran parte del lavoro è stato fatto. Con sane abitudini ed un diverso modo di mangiare ed ascoltare le richieste del proprio corpo Francesco (il racconto di suo pugno sul mio libro Taglia XXXL Autostima S edito da Campi di Carta) ha perso 17 kg in tre mesi e non si è mai sentito così libero, pieno di energia e consapevole nella sua vita. Ma non lo ha fatto da solo. Ci aveva provato mille volte e ad ogni imprevisto o difficoltà smetteva riprendendo velocemente i kg persi e sentendosi sempre più sconfitto. Con l’autostima a terra l’unica soddisfazione era mangiare con il risultato di un ulteriore aumento di peso aggravato dai sensi di colpa. In un percorso ci sono passi falsi come nella vita. Bisogna imparare strategie per affrontarli altrimenti il richiamo del cibo diventa automatico e potente. Ripeto da soli si fallisce. Camminare da soli è assolutamente possibile, ma dopo che si sono effettuati alcuni passaggi con successo, altrimenti se si interrompe prima di aver raggiunto quegli obiettivi cadere è facile, ma rialzarsi è difficile.

Quindi riassumendo: i risultati veloci e duraturi non esistono, ma fare piccoli passi e grandi aggiustamenti è possibile. Non si ha bisogno di nuovi buoni propositi. Si ha bisogno di mantenere più a lungo quelli vecchi.

Nei commenti attendo le vostre testimonianze!

Cibo, Nostalgia ed Emozioni

Il cibo ha un potere incredibile: è in grado di riportarci indietro nel tempo, di evocare emozioni profonde e di risvegliare in noi una nostalgia che ci accompagna per tutta la vita. Spesso, basta un assaggio di un piatto particolare per riportarci a un momento specifico della nostra infanzia, a un ricordo felice o a un evento speciale. Ma cosa rende il cibo così strettamente legato alla nostra memoria e alle nostre emozioni? Analizziamo questo concetto affrontando un punto alla volta:

Il Cibo Come “Macchina del Tempo” Emotiva

Quando assaporiamo un cibo legato al passato, il nostro cervello attiva automaticamente un meccanismo di associazione che ci riporta a momenti specifici, come le domeniche in famiglia, i pranzi con i nonni, o le feste tradizionali. Questo accade perché il cibo non stimola solo il senso del gusto, ma coinvolge tutti i sensi: l’odore, il tatto, la vista e perfino il suono. L’odore di una torta appena sfornata può riportarci al tepore della cucina della nonna, mentre la croccantezza di una patatina potrebbe risvegliare i ricordi di momenti passati con gli amici.

Nostalgia e Tradizioni

Ogni famiglia ha le sue tradizioni in fatto di preparazione di piatti ed è facile comprendere come  queste giocano un ruolo fondamentale nella formazione della nostra identità. In molte culture, i piatti tradizionali vengono tramandati di generazione in generazione, e con essi anche i ricordi, le storie e le emozioni che li accompagnano. Preparare una ricetta di famiglia non significa solo replicare un sapore, ma riattivare anche delle emozioni determinate dal legame affettivo con chi ci ha trasmesso quella tradizione.

Un esempio è la preparazione della pasta fatta in casa o la preparazione dei piatti in vista di una festività come il Natale. Questo rituale riunisce spesso tutta la famiglia in cucina, e non si tratta solo di preparare un piatto ma di un vero e proprio momento di unione e di scambio. Anno dopo anno, queste tradizioni diventano radici emotive che ci ancorano al passato e ci danno un senso di appartenenza anche se ad ogni generazione si perdono alcune cose e se ne acquisiscono altre.

Il Cibo Come Conforto Emotivo

La nostalgia per il cibo non riguarda solo il passato, ma anche il presente. Nei momenti di difficoltà, molti di noi cercano conforto in cibi che ricordano momenti felici. Questo fenomeno, conosciuto come comfort food, è legato all’idea che il cibo possa avere un effetto calmante e rassicurante. Una tazza di cioccolata calda in una giornata fredda o una porzione di lasagne durante un periodo stressante sono esempi di come il cibo possa fungere da rifugio emotivo, dando sicurezza e riportando a sensazioni di calore e protezione. Questo aspetto lo abbiamo vissuto in modo molto significativo durante la pandemia durante la quale occuparsi della preparazione di pizza, dolci o pasta era rilassante e teneva viva l’idea di normalità.

Le Emozioni Intrecciate nei Sapori

Non sempre i ricordi legati al cibo sono positivi infatti può succedere che alcuni possono evocare emozioni negative, legate a situazioni difficili o a momenti di perdita. Tuttavia, anche in questi casi, il cibo diventa uno strumento per veicolare le nostre emozioni e per riconnetterci con noi stessi.

Succede anche che l’interesse verso i cibi cambi nel tempo, infatti i gusti mutano nel corso della nostra vita. Crescendo, sviluppiamo gusti diversi e ci apriamo a nuove esperienze culinarie, pur rimanendo legati a determinati piatti. Questo avviene perché il nostro rapporto con il cibo è in continua evoluzione, modellato dalle esperienze che viviamo, ma anche dalle persone che incontriamo.

Cibo e Nostalgia: Uno Strumento di Connessione Interpersonale

Il cibo non ci lega solo al passato, ma anche agli altri. Condividere un pasto con qualcuno significa aprire una parte della nostra storia e delle nostre emozioni, creando un momento di connessione profonda. Spesso, quando invitiamo amici a cena, scegliamo di cucinare piatti che per noi hanno un valore speciale, quasi a voler condividere anche un po’ di noi stessi.

Nei contesti migratori, questo legame diventa ancora più forte: molti immigrati riproducono i sapori della propria terra per sentirsi vicini a casa e, al contempo, per far conoscere la propria cultura agli altri. In questo senso, il cibo è una lingua universale, che permette di comunicare oltre le barriere linguistiche.

Il Potere Delicato del Cibo

Affrontiamo ora l’ultimo punto di questo argomento che ci fa riflettere sul fatto che il cibo è molto più che nutrimento; con questa visione ci rendiamo conto che è una fonte inesauribile di emozioni e di memorie. Ogni piatto, ogni sapore e ogni profumo porta con sé una storia che fa parte di noi. La prossima volta che vi sedete a tavola e vi ritrovate a sorridere al sapore di un piatto amato, ricordate che in quel boccone c’è molto di più: c’è un viaggio nei ricordi, una connessione con il passato e un dialogo intimo con le vostre emozioni.

Quindi, gustate con lentezza e assaporate ogni emozione, perché il cibo è uno dei modi più semplici e potenti per rivivere il passato e celebrare chi siamo.