Se vuoi davvero perdere peso quest’anno, smetti di sabotarti

Lo so: stai leggendo queste righe con una speranza silenziosa.
La stessa speranza che da anni accompagna la tua lista dei buoni propositi. Da due, tre, forse quattro anni, la perdita di peso è sempre lì, al primo posto. E ogni volta ti dici: “Quest’anno sarà diverso”. Permettimi di dirtelo con rispetto e sincerità: se continui a fare le stesse cose, continuerai a ottenere gli stessi risultati.

Il problema non è la tua forza di volontà. Non è la tua costanza. E nemmeno il tuo impegno. Il vero ostacolo è il modo in cui hai imparato a guardare te stessa, il tuo corpo e il cambiamento.

Il cambiamento non nasce dal controllo, ma dalla consapevolezza

Sei bravissima a rimandare, a darti consigli duri, a prometterti che “da lunedì” sarai più disciplinata. Sei anche molto abile nel colpevolizzarti quando non riesci a mantenere standard impossibili.
Ma dimagrire non è una battaglia da vincere contro te stessa. È un percorso da costruire con te stessa.

Quest’anno può essere diverso.
Non perché farai di più, ma perché farai meglio.

Cambiamo prospettiva, partendo dagli errori più comuni

❌ “Controllo continuamente il mio peso e le mie misure”
✔️ Nuova prospettiva: il tuo valore non si misura in chili. Il corpo comunica attraverso sensazioni, emozioni, energia, stanchezza. Impara ad ascoltarti davvero. La bilancia non conosce la tua storia.

❌ “Elimino tutte le schifezze da casa”
✔️ Nuova prospettiva: eliminare non è educare. Privarti crea solo desiderio, frustrazione e perdita di controllo. Un rapporto sano con il cibo nasce dall’equilibrio, non dalla paura.

❌ “Aumento l’attività fisica per dimagrire”
✔️ Nuova prospettiva: muoverti non è una punizione per ciò che hai mangiato. È un atto di cura verso il tuo corpo. L’attività fisica serve a portare vitalità, salute e benessere, non solo a consumare calorie.

❌ “Da gennaio dieta restrittiva”
✔️ Nuova prospettiva: le diete rigide promettono risultati rapidi, ma lasciano macerie emotive e fisiche. Il corpo non ha bisogno di essere forzato, ma ascoltato. Ogni eccesso nasce da un bisogno ignorato.

❌ “Non devo sgarrare”
✔️ Nuova prospettiva: il problema non è lo sgarro, ma il senso di colpa che lo accompagna. Impara a comprendere cosa rappresenta per te il cibo. La libertà nasce dalla consapevolezza, non dal controllo ossessivo.

❌ “Devo perdere peso”
✔️ Nuova prospettiva: a volte ciò che pesa di più non sono i chili, ma relazioni, ruoli e aspettative che ti schiacciano. Dimagrire significa anche imparare a lasciar andare ciò che ti appesantisce emotivamente.

Un percorso che parte dall’ascolto, non dalla restrizione

Forse ti sorprende che nel mio metodo non si parli subito di calorie o di divieti.
Il primo obiettivo è riconnetterti a te stessa. Non forzarti quando non sei pronta. Imparare a distinguere tra ciò che scegli consapevolmente e ciò che subisci per abitudine o pressione esterna.

Questo non significa evitare l’impegno.
Il cambiamento vero richiede responsabilità, costanza, strumenti chiari, una programmazione solida e il rispetto di un percorso. Ma tutto questo funziona solo quando è guidato dal rispetto, non dalla punizione.

Dimagrire non è diventare qualcun’altra.
È tornare a casa, nel tuo corpo, con gentilezza e determinazione.

Ora la domanda non è se ce la farai.
La domanda è:
sei pronta a scegliere un cammino diverso, più consapevole, più umano e finalmente efficace?

Primo approccio: il mondo emotivo degli uomini e delle donne

Spesso uomini e donne sono prevenuti uno verso le altre ed hanno aspettative che non esistono nella realtà. Si tratta per lo più di stereotipi eppure sono in grado di imporci comportamenti che non risultano vincenti specialmente ad un primo appuntamento.

“Non voglio un timido! Ho già abbastanza problemi ad avere fiducia in me stessa, non voglio certo trovarmi a dover sorreggere anche un uomo. Voglio qualcuno con un carattere saldo e sicuro di sé.» Opinioni di questo tipo non sono rare, ma bisogna ricordare che gli uomini che danno di se stessi una prima impressione eccitante spesso puntano tutto sull’arte di abbagliare, trascurando qualità più profonde e costanti.

Gli uomini sensibili provano le stesse paure e hanno lo stesso senso di vulnerabilità delle donne, per questo motivo spesso si aprono lentamente. Prima di esporsi allo sguardo altrui devono avvertire che si è stabilito un certo grado di fiducia e confidenza. Le donne di solito sono perfettamente consapevoli della propria sensibilità e delle proprie insicurezze e conoscono il tipo di situazione ideale in cui sentirsi più sicure e libere. Eppure molte donne pensano che le emozioni in gioco per gli uomini siano diverse. Probabilmente non pensano che gli uomini possano sentirsi vulnerabili, per lo meno non quanto le donne. Alcune trovano spiacevole anche solo considerare questa possibilità! Molte donne credono che per gli uomini sia facile e naturale essere estroversi e intraprendenti, e questo semplicemente non è vero. Alcuni uomini hanno bisogno di un’atmosfera in cui sentirsi accettati e aiutati per dare spazio agli aspetti nascosti della loro personalità.

Per ogni donna che da ragazza ha passato ore accanto al telefono aspettando che qualcuno la chiamasse, c’è un uomo che da ragazzo non è riuscito a vincere il tremito delle mani per comporre il numero. Secondo le nostre aspettative culturali tocca all’uomo fare la prima mossa, quella che intimidisce di più perché, rendendo esplicito il desiderio di chi la compie, espone al rifiuto.

Gli uomini che sono riusciti più facilmente ad avere la meglio su questa paura adolescenziale sono quelli che conoscevano meno i propri sentimenti – e quelli degli altri. Quindi gli uomini che sulle prime sembrano più forti, interessanti e attraenti possono anche rivelarsi meno profondi, sensibili e affettuosi di quelli che all’inizio sembrano meno affascinanti. Ci avevi pensato?

Liberamente tratto da Donne Intelligenti/ Scelte Stupide Di COWAN&KINDER

Principi per una corretta alimentazione in pratica

Tante volte siamo entrati nel discorso della corretta alimentazione, ma non sempre è chiaro a cosa ci riferisce. Per evitare i “circa quasi” ecco qualche indicazione che potete copiare su un quaderno e renderlo vostro con uno spazio per le vostre riflessioni.

Dott.ssa Emanuela Scanu

Psicologa e Coach alimentare http://www.emanuelascanupsicologa.com

Principi alimentari di base:

Alimentazione

Con questo termine, intendiamo l’assunzione per via orale degli alimenti e l’insieme dei processi digestivi che si effettuano nella bocca, nello stomaco, nell’intestino allo scopo di trasformare gli alimenti in principi nutritivi. L’alimentazione costituisce per l’individuo una necessità vitale: gli alimenti, infatti, apportano sia il combustibile per la produzione di energia, sia i principi nutritivi in essi contenuti, indispensabili per la crescita, il mantenimento e il rinnovo dei tessuti dell’organismo, per mantenere quindi un equilibrio biologico armonico  che si identifica con uno stato di buona salute.

Per principi nutritivi intendiamo:

1. I CARBOIDRATI O GLUCIDI come apportatori di energia.

2. I GRASSI O LIPIDI come apportatori di energia e materiale di riserva

3. PROTEINE O PROTIDI costituenti della membrana cellulare e dei nostri muscoli

4. VITAMINE come protettori e regolatori

5. SALI MINERALI come costruttori e bio-regolatori.

6. L’ACQUA

Le combinazioni alimentari:

Nell’alimentazione è importante fare attenzione non solo alla quantità dei cibi e alla loro varietà, ma anche al modo in cui li si combina tra loro. Mangiare molti cibi diversi nel corso di uno stesso pasto può infatti provocare problemi digestivi quali acidità di stomaco, gonfiore, senso di pesantezza o eccessiva sonnolenza, e allungare i tempi della digestione.

Se la digestione dura molto a lungo possono aversi conseguenze spiacevoli: il cibo prendea fermentare e imputridirsi, i nutrienti vengono assimilati solo in parte, si producono tossinee l’organismo si affatica (la digestione è infatti la funzione che richiede più energia al tuocorpo).

Mangiando in modo semplice ed evitando di combinare tra loro cibi incompatibili, cibi, cioè, che il nostro organismo digerisca in modo molto diverso.

Le combinazioni di cibi da evitare in uno stesso pasto sono poche e facili da ricordare.

  • Carboidrati e proteine: se puoi, mangia gli uni a pranzo e le altre a cena, o viceversa.
  • Proteine e proteine: evita di mangiare in uno stesso pasto carne e formaggi, oppure uova e legumi.
  • Carboidrati e carboidrati: questa combinazione, seppure non consigliabile, è

           però più tollerabile delle precedenti.

Alcune regole da mettere in pratica da subito per preservare la salute:

1. Bere un bicchiere d’acqua a digiuno (meglio con una spruzzata di limone per

attivare le funzioni digestive o una grattata di radice di zenzero per darvi una

marcia in più!) durante la giornata un litro e mezzo di acqua naturale fuori

pasto per stimolare la diuresi con lo scopo di eliminare le tossine. Ha anche la

funzione di diluire i succhi gastrici per cui blocca il senso di fame.

2. Mangiare 1 yogurt magro, anche alla frutta, al giorno lontano dai pasti per

assicurare un minimo di protezione all’intestino e, nelle donne dopo i 40 anni,

una corretta introduzione di calcio.

3. Mangiare 3 frutti al giorno preferibilmente fuori pasto, come spuntino, o primadel pasto MAI al termine!

4. Due porzioni al giorno di verdura non più di 150/200 gr per pasto alternando

verdura cruda e cotta,e per chi ha problemi di tempo esistono le verdure in

busta già pulite e lavate pronte per la cottura. Eviterei i cibi surgelati o quelli

in scatola che contengono troppi conservanti.

5. Variare i cibi prediligendo la stagionalità e quelli a km o

6. Attenzione ai condimenti si ad olio di oliva extravergine a crudo e spezie, no

a salse e salsine industriali. Attenersi a metodi di cottura semplici: vapore e

piastra. Ogni tanto concedetevi una frittura fatta rispettando tutti i canoni!

7. Non mischiare le proteine ed effettuare le corrette combinazioni: no a uova e

legumi o a carne e legumi ad esempio

8. Non saltare il pranzo né gli spuntini: il rischio è di arrivare a cena affamati

finendo per mangiare molto più del necessario rispetto alle richieste

dell’organismo a fine giornata.

9. Svolgere almeno 30 minuti al giorno di attività fisica moderata che significa

cyclette, tapis roulant o una camminata all’aria aperta a ritmo sostenuto.

L’attività fisica oltre a disperdere calorie serve a tenere alte le endorfine , le

anfetamine naturali, che dandoci una sensazione di benessere diminuiscono

la voglia di mangiare.

10. Mangiare piano masticando bene è un principio fondamentale per evitare i

gonfiori addominali Fondamentale anche per il senso di sazietà: se mangiamo

velocemente rischiamo di mangiare molto di più del necessario.

I miei appunti (scrivi qui le tue nuove abitudini):

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Le relazioni tra Mente, Corpo e Trauma

Negli ultimi decenni, le neuroscienze e la psicologia somatica hanno rivoluzionato il nostro modo di comprendere la mente e il corpo. Non più entità separate, mente e corpo sono oggi riconosciuti come profondamente interconnessi: ogni esperienza psicologica lascia tracce fisiche, e ogni esperienza corporea influisce sul nostro mondo interiore.

Il trauma è un perfetto esempio di questa interdipendenza.

Nella vita siamo sottoposti a numerosi momenti di crisi e a volte anche a traumi di diversa entità. In alcuni casi abbiamo le capacità di attutire il colpo in altre il trauma ci…traumatizza per anni e può coinvolgere molti aspetti della nostra vita. Il trauma possiamo considerarlo non solo come una ferita della mente, ma un’esperienza profonda che entra nel corpo e disconnette la persona da sé stessa e dagli altri.

Il trauma non è definito solo dall’evento traumatico, ma dalla risposta soggettiva dell’organismo a quell’evento. Un’esperienza può essere traumatica se è vissuta come travolgente, senza possibilità di reazione o integrazione. Non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che non è potuto accadere – come l’impossibilità di fuggire, difendersi o ricevere conforto.

Le conseguenze del trauma si manifestano su più livelli:

  • Neurobiologico: alterazioni nel sistema nervoso autonomo, iperattivazione o immobilizzazione cronica.
  • Psicologico: ansia, depressione, dissociazione, attaccamento disorganizzato.
  • Somatico: tensioni croniche, dolori muscolari, disturbi psicosomatici.

 Il trauma rimane impresso nel sistema nervoso, condizionando numerosi aspetti corporei, ma anche le relazioni.

Molti traumi originano nell’ambito delle relazioni, soprattutto nell’infanzia: trascuratezza, abuso, invalidazione emotiva o mancanza di sintonizzazione da parte dei caregiver. Questo viene spesso definito trauma relazionale precoce o trauma dello sviluppo.

A differenza di un trauma acuto (come un incidente o una catastrofe naturale), i traumi relazionali agiscono lentamente, ma in profondità, influenzando la formazione dell’identità, la regolazione emotiva e la capacità di fidarsi degli altri.

Dobbiamo considerare il trauma come un fenomeno integrato: neurologico, corporeo, emotivo, relazionale.

Infatti  il trauma viene “trattenuto” nel corpo e nel sistema nervoso per questo il cammino di “guarigione” è spesso lungo e contorto.

Il trauma dalla mente passa al corpo che manifesta “fisicamente” il problema e quindi diviene necessario agire anche sul piano somatico: le parole a volte non bastano.

Chi ha subito un trauma spesso sperimenta il corpo come un “luogo di pericolo”, e allo stesso tempo può percepire le relazioni come minacciose. Questo doppio livello crea una disconnessione:

  • Il corpo reagisce con sintomi, blocchi o iperattivazione.
  • La mente cerca di controllare, evitare o razionalizzare.
  • Le relazioni attivano vecchie ferite e meccanismi di sopravvivenza.

E’ importante anche ristabilire delle connessioni sicure e promuovere l’integrazione a livello somatico ed emotivo. Per venirne “fiori” è indispensabile creare un ambiente accogliente e non giudicante. Insegnare il non giudizio anche nei confronti di se stessi ed imparare ad accogliere errori o mancanze con indulgenza spesso è un passaggio significativo.

Fortunatamente, se le relazioni possono essere la fonte del trauma, possono anche diventare il luogo della guarigione. Questo avviene attraverso:

  • Relazioni terapeutiche sicure, che offrono sintonizzazione, presenza empatica e regolazione co-affettiva.
  • Relazioni intime consapevoli, in cui si impara gradualmente a fidarsi, comunicare i propri bisogni e ricevere supporto.
  • Pratiche corporee (come yoga, danza-terapia, somatic experiencing) che aiutano a rinegoziare il trauma nel corpo.

Uno degli obiettivi principali nel percorso di guarigione è la regolazione del sistema nervoso. Questo permette di:

  • Sentirsi più presenti nel corpo.
  • Interrompere le risposte automatiche (lotta, fuga o congelamento).
  • Sviluppare nuove modalità di relazione.

Come afferma il prof Bessel van der Kolk che ho avuto modo di conoscere ad un evento a Roma nel 2021 :

“Il corpo accusa il colpo, ma è anche la chiave per la liberazione.”

Vorrei soffermarmi sulle pratiche corporee nella guarigione da trauma poiché sono un grande fattore di aiuto. Quando una persona vive un evento traumatico, il sistema nervoso può restare “bloccato” in uno stato di allerta (ipervigilanza) o di congelamento (dissociazione), anche molto tempo dopo la fine del pericolo.

Principi chiave delle pratiche corporee nel trauma:

  1. Sicurezza – Niente può accadere senza una sensazione di sicurezza.
  2. Lentezza – Il processo è graduale; forzare può essere retraumatizzante.
  3. Consapevolezza del corpo – Tornare a sentire il corpo senza giudizio.
  4. Autonomia – Dare alla persona il controllo sul proprio processo.

Ecco una panoramica delle principali pratiche corporee usate per guarire da esperienze traumatiche:

Somatic Experiencing (SE)

  • Ideato da: Peter Levine
  • Obiettivo: Aiutare il sistema nervoso a completare le risposte di difesa rimaste “in sospeso” (lotta/fuga/congelamento).
  • Tecniche: Portare l’attenzione alle sensazioni fisiche, pendolamento tra sicurezza e attivazione, scarico dell’energia traumatica.

Trauma-Sensitive Yoga (TSY)

  • Sviluppato con: il Trauma Center del Dr. Bessel van der Kolk
  • Caratteristiche: Non direttivo, invita all’ascolto del corpo, senza costringere. Restituisce agency alla persona.
  • Benefici: Aiuta a ritrovare confini corporei, presenza e connessione con sé.

Mindfulness e Meditazione Corporea

  • Pratiche: Body scan, respiro consapevole, grounding.
  • Scopo: Radicarsi nel momento presente, osservare sensazioni senza giudizio, ricostruire un senso di sicurezza.

Tecniche di Grounding

  • Esempi:
    • Sentire i piedi a terra
    • Premere le mani su una superficie
    • Nomina di oggetti nell’ambiente (tecnica 5-4-3-2-1)
  • Funzione: Riportare la mente e il corpo nel “qui e ora”, spezzando dissociazione o flashback.

Dance Movement Therapy (DMT)

  • Uso del movimento per esprimere e rilasciare emozioni represse.
  • Adatta a chi ha difficoltà a verbalizzare il trauma.

Respiro Consapevole e Breathwork

Tecniche come il respiro diaframmatico, il box breathing o il rebirthing possono aiutare a:

  • Ridurre l’ansia
  • Regolare il sistema nervoso autonomo
  • Sciogliere memorie corporee trattenute

Bodywork e Terapie Manuali

  • Esempi: Rolfing, craniosacrale biodinamico, massaggi terapeutici.
  • Nota: Vanno eseguiti solo da operatori formati in trauma-informed care, poiché il tocco può riattivare memorie traumatiche.

Arti marziali dolci (es. Aikido, Tai Chi, Qi Gong)

  • Benefici: Rafforzano senso di centratura, fluidità, confini e presenza corporea in modo non aggressivo.

I segreti del Non Detto

Probabilmente non vi siete mai soffermati su un fatto molto particolare che avviene tra persone: in buona parte, la nostra comunicazione è non verbale. Non è mia intenzione fare un trattato di comunicazione non verbale, ma sicuramente il mio intento è quello di farvi fermare a riflettere. Già la maggior parte delle persone non ascolta cosa ha da dire l’altro, perché o lo interrompe o sta già pensando ad una risposta e quindi presta poca attenzione a quello che l’altro dice. In più spesso non è che ci manchino le parole, ma non riescono a catturare ciò che abbiamo in comune con chi abbiamo di fronte a noi. Spesso non condividiamo genere, etnia, livello di istruzione, classe economica o opportunità, e quindi non abbiamo le stesse parole per descrivere le rispettive vite.

Le parole entrano nell’interazione non verbale, ma non sono al centro. Le parole, inoltre, possono comunicare supposizioni, giudizi e opinioni, lo sappiamo tutti, e gli equivoci sono all’ordine del giorno. È meglio non alzare barriere, a volte è meglio cercare un contatto attraverso gesti sfumati.

Possiamo provare a relazionarci con le persone ascoltando senza parlare, osservando la postura, l’espressione del volto e il tono di voce.

Si tratta di un fenomeno ben noto, documentato in letteratura da psicologi come Albert Mehrabian, che nel suo libro “Nonverbal Communication” ha scritto dell’importanza del tono di voce e dell’espressione facciale, fondamentali nell’interazione sociale. Secondo Mehrabian, «il 55% della comunicazione è linguaggio del corpo, il 38% è il tono di voce e il 7% sono le parole effettivamente pronunciate».

Be’, forse, e non tutte le volte, dipende dall’interlocutore e dalla situazione, ma è difficile non essere d’accordo con il concetto di fondo, ossia che tra le persone passa tantissimo non detto.

Riflessioni liberamente tratte da:  Scott Haas / l’Arte giapponese per vivere felice Newton Compton editori


Peso, risultati e costanza

In questi primi giorni dell’anno i social, forti delle festività natalizie appena terminate piene di tentazioni a cui nessuno ha resistito, sono invasi da richiami intriganti riguardo formule innovative che promettono di far perdere peso in breve tempo, senza sacrifici ed effetti collaterali. Alcuni di questi costano veramente poco, decine di euro, per cui si è tentati di provare anche se una parte di sé è consapevole che sono soldi sprecati, ma si sa…la speranza è dura da far morire!

Sfida dello yoga sulla sedia, lo Yoga ormonale, Ipnosi che non fa sentire il bisogno di mangiare, App per il conteggio delle calorie e dietologa on line. Pastiglie e tecniche contro il cortisolo e lo stress. Cosa hanno in comune? Sono veloci. Non richiedono sacrifici. Si può fare tutto da casa. Costi fattibili. Le recensioni sono fantastiche. Quello che viene letto è convincente. Niente impedisce di provare.

Ognuna di queste offerte ha il suo perché. Ognuno di noi però è unico e complesso. Non basta mangiare di meno o fare attività fisica se questo avviene per breve tempo nella speranza di avere risultati. Gli integratori sono utili, ma ognuno ha esigenze diverse come potrebbero esserci indicazioni diverse a seconda di una patologia o di un farmaco che si sta usando. Lo yoga ha effetti benefici se si patica regolarmente, ma ci vogliono mesi o anni. Probabilmente possono servire più cose contemporaneamente ad integrazione di un progetto di vita più ampio che non sia relegato genericamente alla perdita di peso.

Qui si fa dura perché qualsiasi strada o strade decidiate di percorrere il segreto del successo dipende da un unico fattore: la costanza. Piccoli passi, grandi risultati.

La maggior parte delle persone non vuole aspettare e spesso mette a repentaglio la salute ed il portafogli ascoltando false lusinghe. Finché non si affronta il perché si mangia troppo e male, perché non si dorme, perché non si riesce a portare a termine anche cose semplici della giornata, perché si è sempre stanchi o arrabbiati è impensabile che con un colpo di bacchetta magica può far ottenere risultati e perdipiù duraturi.

Io vado contro corrente e vi dico che c’è solo un modo per far pace con il cibo e se stessi: mettersi in discussione e decidere di cambiare molti aspetti della propria esistenza. Ovvero fare sacrifici!

Non esiste un’unica formula magica, ma un progetto specifico per ognuno di voi. Ognuno ha le sue esigenze, i suoi bisogni, la sua disponibilità di tempo e denaro ed il percorso deve essere fattibile. Quello che è valido per me non è per voi o un vostro amico. Spero che questo sia chiaro. Non è questione di dieta, ma di sane abitudini che devono sostituire abitudini errate e dannose, di un nuovo modo di guardare ed amare sé stessi.

Questo non ha un tempo definito, e non ho ancora creato una App che possa supportare questa mole di lavoro che è anche altamente individuale. Con il mio Metodo Integrato (leggi i volumi 1 e 2 editi da Campi di Carta) non faccio promesse assurde. Prometto aiuto e supporto. La creazione di strategie uniche e le modifiche necessarie per raggiungere i risultati.

La massima che gira a tale proposito sul web dice che:

Servono 3 settimane per avviare un’abitudine.

66 giorni per non abbandonarla. 6 mesi per consolidarla.

1 anno per trasformarla in un comportamento automatico ed altri 2 anni per renderla parte della tua identità.

Sono abbastanza d’accordo poiché nella mia pratica clinica so che ci vogliono 12 settimane (3 mesi!) per identificare e modificare un’abitudine. In questi tre mesi gran parte del lavoro è stato fatto. Con sane abitudini ed un diverso modo di mangiare ed ascoltare le richieste del proprio corpo Francesco (il racconto di suo pugno sul mio libro Taglia XXXL Autostima S edito da Campi di Carta) ha perso 17 kg in tre mesi e non si è mai sentito così libero, pieno di energia e consapevole nella sua vita. Ma non lo ha fatto da solo. Ci aveva provato mille volte e ad ogni imprevisto o difficoltà smetteva riprendendo velocemente i kg persi e sentendosi sempre più sconfitto. Con l’autostima a terra l’unica soddisfazione era mangiare con il risultato di un ulteriore aumento di peso aggravato dai sensi di colpa. In un percorso ci sono passi falsi come nella vita. Bisogna imparare strategie per affrontarli altrimenti il richiamo del cibo diventa automatico e potente. Ripeto da soli si fallisce. Camminare da soli è assolutamente possibile, ma dopo che si sono effettuati alcuni passaggi con successo, altrimenti se si interrompe prima di aver raggiunto quegli obiettivi cadere è facile, ma rialzarsi è difficile.

Quindi riassumendo: i risultati veloci e duraturi non esistono, ma fare piccoli passi e grandi aggiustamenti è possibile. Non si ha bisogno di nuovi buoni propositi. Si ha bisogno di mantenere più a lungo quelli vecchi.

Nei commenti attendo le vostre testimonianze!

Il rispetto per sé stessi, per gli altri e per il mondo che ci circonda: valori superati?

Ogni giorno incontro molte persone diverse tra loro per età, sesso, religione e cultura di appartenenza o ceto sociale e ogni giorno constato, mio malgrado, che cose un tempo scontate sono considerate obsolete. Mi riferisco a quelle pratiche naturali che riguardano educazione e rispetto che forse un tempo proposti in modo molto rigido oggi hanno creato una sorta di rigetto tanto da trovarci spesso in dimensioni opposte. Eppure i “buoni principi” hanno un’origine antica che sta alla base del vivere comune e che guidano i modi di comportarsi e relazionarsi con gli altri. Quando eravamo piccoli se non salutavamo gli adulti o un anziano venivamo sgridati. Oggi i giovani, con gli occhi attaccati ai loro cellulari, non alzano neanche lo sguardo mentre attraversano la strada figuriamoci se entra un insegnante in classe. A pranzo non si parla: genitori e figli a guardare inebetiti la tv o il proprio smartphone. Alcuni ci provano a sottolineare certi comportamenti, ma siccome l’educazione non si apprende perché si dice, ma perché si fa rimangono parole al vento. Credo che queste siano situazioni molto comuni, ma vediamo nel dettaglio cosa evidenziava i buoni principi ieri e come siamo arrivati ad oggi.

Ieri: I Buoni Principi nella Tradizione

Nel passato, i buoni principi erano fortemente radicati in valori tradizionali e religiosi. La famiglia, la comunità, e le istituzioni religiose erano i principali veicoli per trasmettere concetti come:

  • Onestà e integrità: Essere fedeli alla parola data e agire con correttezza erano requisiti imprescindibili per il rispetto sociale.
  • Rispetto per l’autorità: Autorità religiosa, genitori e figure di potere erano visti come depositari del sapere e della guida morale.
  • Solidarietà e spirito di sacrificio: L’individuo era spesso chiamato a sacrificare i propri bisogni personali per il bene della collettività.

Questi principi erano spesso trasmessi attraverso proverbi, racconti popolari e rituali comunitari, e rappresentavano un codice di comportamento condiviso e non negoziabile.

Oggi: I Buoni Principi nella Modernità

Nel contesto contemporaneo, i buoni principi si trovano ad affrontare nuove sfide. Con la globalizzazione, la digitalizzazione e l’evoluzione sociale, alcuni valori tradizionali hanno perso centralità, mentre altri sono stati reinterpretati o sostituiti. Tra i principi più rilevanti oggi troviamo:

  • Inclusività e rispetto delle diversità: Oggi, l’etica sottolinea l’importanza di riconoscere e valorizzare le differenze culturali, di genere e di opinione.
  • Sostenibilità ambientale: La cura per il pianeta e il rispetto per le risorse naturali sono diventati principi fondamentali per le nuove generazioni.
  • Autenticità e libertà personale: Si celebra la libertà di esprimere sé stessi, di vivere secondo la propria identità, rompendo con le convenzioni imposte.

La modernità, però, ha introdotto una maggiore complessità. La rapidità dei cambiamenti e l’esposizione a informazioni spesso contraddittorie rendono più difficile per le persone aderire a un insieme univoco di principi.

Somiglianze e Contrasti

Nonostante le differenze, alcuni valori rimangono universali. L’onestà e il rispetto, per esempio, continuano a essere riconosciuti come fondamenti di ogni società. Tuttavia, il contesto storico e culturale influenza profondamente il modo in cui tali valori sono interpretati e applicati.

Concludendo: I buoni principi, sia ieri che oggi, rappresentano la bussola morale di ogni comunità. La loro evoluzione dimostra che essi non sono statici, ma si adattano alle esigenze dei tempi. Questo adattamento, però, non dovrebbe mai compromettere l’essenza del vivere etico: il rispetto per sé stessi, per gli altri e per il mondo che ci circonda. E’ un argomento complesso che non può essere esaurito in poche righe, ma che mi auguro faccia riflettere. E’ indispensabile spendere un po’ di tempo ed attenzione verso alcuni valori infondo la qualità della società in cui siamo inseriti dipende un pochino anche da ognuno di noi.

Cibo, Nostalgia ed Emozioni

Il cibo ha un potere incredibile: è in grado di riportarci indietro nel tempo, di evocare emozioni profonde e di risvegliare in noi una nostalgia che ci accompagna per tutta la vita. Spesso, basta un assaggio di un piatto particolare per riportarci a un momento specifico della nostra infanzia, a un ricordo felice o a un evento speciale. Ma cosa rende il cibo così strettamente legato alla nostra memoria e alle nostre emozioni? Analizziamo questo concetto affrontando un punto alla volta:

Il Cibo Come “Macchina del Tempo” Emotiva

Quando assaporiamo un cibo legato al passato, il nostro cervello attiva automaticamente un meccanismo di associazione che ci riporta a momenti specifici, come le domeniche in famiglia, i pranzi con i nonni, o le feste tradizionali. Questo accade perché il cibo non stimola solo il senso del gusto, ma coinvolge tutti i sensi: l’odore, il tatto, la vista e perfino il suono. L’odore di una torta appena sfornata può riportarci al tepore della cucina della nonna, mentre la croccantezza di una patatina potrebbe risvegliare i ricordi di momenti passati con gli amici.

Nostalgia e Tradizioni

Ogni famiglia ha le sue tradizioni in fatto di preparazione di piatti ed è facile comprendere come  queste giocano un ruolo fondamentale nella formazione della nostra identità. In molte culture, i piatti tradizionali vengono tramandati di generazione in generazione, e con essi anche i ricordi, le storie e le emozioni che li accompagnano. Preparare una ricetta di famiglia non significa solo replicare un sapore, ma riattivare anche delle emozioni determinate dal legame affettivo con chi ci ha trasmesso quella tradizione.

Un esempio è la preparazione della pasta fatta in casa o la preparazione dei piatti in vista di una festività come il Natale. Questo rituale riunisce spesso tutta la famiglia in cucina, e non si tratta solo di preparare un piatto ma di un vero e proprio momento di unione e di scambio. Anno dopo anno, queste tradizioni diventano radici emotive che ci ancorano al passato e ci danno un senso di appartenenza anche se ad ogni generazione si perdono alcune cose e se ne acquisiscono altre.

Il Cibo Come Conforto Emotivo

La nostalgia per il cibo non riguarda solo il passato, ma anche il presente. Nei momenti di difficoltà, molti di noi cercano conforto in cibi che ricordano momenti felici. Questo fenomeno, conosciuto come comfort food, è legato all’idea che il cibo possa avere un effetto calmante e rassicurante. Una tazza di cioccolata calda in una giornata fredda o una porzione di lasagne durante un periodo stressante sono esempi di come il cibo possa fungere da rifugio emotivo, dando sicurezza e riportando a sensazioni di calore e protezione. Questo aspetto lo abbiamo vissuto in modo molto significativo durante la pandemia durante la quale occuparsi della preparazione di pizza, dolci o pasta era rilassante e teneva viva l’idea di normalità.

Le Emozioni Intrecciate nei Sapori

Non sempre i ricordi legati al cibo sono positivi infatti può succedere che alcuni possono evocare emozioni negative, legate a situazioni difficili o a momenti di perdita. Tuttavia, anche in questi casi, il cibo diventa uno strumento per veicolare le nostre emozioni e per riconnetterci con noi stessi.

Succede anche che l’interesse verso i cibi cambi nel tempo, infatti i gusti mutano nel corso della nostra vita. Crescendo, sviluppiamo gusti diversi e ci apriamo a nuove esperienze culinarie, pur rimanendo legati a determinati piatti. Questo avviene perché il nostro rapporto con il cibo è in continua evoluzione, modellato dalle esperienze che viviamo, ma anche dalle persone che incontriamo.

Cibo e Nostalgia: Uno Strumento di Connessione Interpersonale

Il cibo non ci lega solo al passato, ma anche agli altri. Condividere un pasto con qualcuno significa aprire una parte della nostra storia e delle nostre emozioni, creando un momento di connessione profonda. Spesso, quando invitiamo amici a cena, scegliamo di cucinare piatti che per noi hanno un valore speciale, quasi a voler condividere anche un po’ di noi stessi.

Nei contesti migratori, questo legame diventa ancora più forte: molti immigrati riproducono i sapori della propria terra per sentirsi vicini a casa e, al contempo, per far conoscere la propria cultura agli altri. In questo senso, il cibo è una lingua universale, che permette di comunicare oltre le barriere linguistiche.

Il Potere Delicato del Cibo

Affrontiamo ora l’ultimo punto di questo argomento che ci fa riflettere sul fatto che il cibo è molto più che nutrimento; con questa visione ci rendiamo conto che è una fonte inesauribile di emozioni e di memorie. Ogni piatto, ogni sapore e ogni profumo porta con sé una storia che fa parte di noi. La prossima volta che vi sedete a tavola e vi ritrovate a sorridere al sapore di un piatto amato, ricordate che in quel boccone c’è molto di più: c’è un viaggio nei ricordi, una connessione con il passato e un dialogo intimo con le vostre emozioni.

Quindi, gustate con lentezza e assaporate ogni emozione, perché il cibo è uno dei modi più semplici e potenti per rivivere il passato e celebrare chi siamo.

Conosci la cucina terapeutica?

Oggi voglio porre l’attenzione ad un approccio particolare che vede il cibo non solo come nutrimento, ma come strumento di benessere e terapia per migliorare la salute fisica, mentale ed emotiva:  sto parlando della cucina terapeutica!

Questo concetto si fonda sull’idea che scegliere, preparare e consumare determinati alimenti in maniera consapevole possa influire positivamente su varie condizioni di salute, aiutando le persone a sentirsi meglio sia nel corpo che nella mente.

Conosciamo la cucina terapeutica punto per punto:

1. Cibo come medicina: la base della cucina terapeutica

L’antica tradizione di considerare il cibo come una medicina è alla base della cucina terapeutica. Da secoli, in varie culture, l’alimentazione è stata usata come mezzo per prevenire e curare malattie. L’Ayurveda e la medicina cinese, ad esempio, si basano su principi secondo cui i cibi hanno proprietà specifiche che influenzano l’equilibrio del corpo e della mente. Anche nella dieta mediterranea – oggi riconosciuta come una delle più sane al mondo – sono presenti alimenti che aiutano a combattere le infiammazioni, proteggono il cuore e sostengono il sistema immunitario.

2. Le basi della cucina terapeutica: ingredienti funzionali

La cucina terapeutica si focalizza sull’uso di ingredienti funzionali – alimenti che possiedono composti benefici per la salute – come antiossidanti, fibre, vitamine e minerali. Ecco alcuni esempi di cibi usati in cucina terapeutica:

  • Curcuma: nota per le sue proprietà anti-infiammatorie e antiossidanti, è spesso utilizzata per migliorare le condizioni artritiche e la salute del cervello.
  • Zenzero: ottimo per il sistema digestivo, contribuisce ad alleviare nausea, gonfiore e indigestione, ed è un anti-infiammatorio naturale.
  • Frutti di bosco: ricchi di antiossidanti, proteggono le cellule dai danni ossidativi e favoriscono la salute cardiaca e cerebrale.
  • Legumi: contengono fibre e proteine vegetali che regolano i livelli di zucchero nel sangue e riducono il rischio di malattie cardiovascolari.

3. Cucina terapeutica per la salute mentale

La connessione tra cibo e salute mentale è un campo di ricerca in rapida crescita. Oggi sappiamo che l’alimentazione ha un ruolo chiave nel sostenere la salute mentale. Alcuni nutrienti possono infatti influenzare l’umore, la memoria e la capacità di concentrazione. Ad esempio:

  • Acidi grassi Omega-3: presenti nel pesce azzurro, semi di lino e noci, contribuiscono alla salute del cervello e possono ridurre i sintomi di depressione e ansia.
  • Vitamina D: è associata al miglioramento dell’umore e alla prevenzione della depressione stagionale.
  • Probiotici: questi batteri benefici, presenti in yogurt e altri alimenti fermentati, migliorano la salute intestinale, influenzando positivamente anche la produzione di neurotrasmettitori come la serotonina.

4. Il potere della cucina consapevole

Preparare cibi terapeutici può diventare un atto di consapevolezza e di connessione. La preparazione e il consumo consapevole dei cibi non solo ci aiutano a scegliere ingredienti più sani, ma ci portano anche a essere più presenti nel momento. Questa connessione tra mente e corpo è alla base di molte pratiche olistiche. Si è osservato che chi pratica la cucina consapevole, prestando attenzione ai colori, alle consistenze e ai profumi degli ingredienti, riesce a ridurre lo stress e a migliorare la propria qualità della vita.

5. Cucina terapeutica per disturbi specifici

Alcuni programmi di cucina terapeutica vengono personalizzati per aiutare chi soffre di malattie croniche, come diabete, sindrome metabolica e disturbi gastrointestinali. In questi casi, la cucina terapeutica diventa un mezzo per ridurre l’uso di farmaci o migliorare l’efficacia delle terapie tradizionali. Ad esempio:

  • Diabete di tipo 2: alimenti a basso indice glicemico, come i cereali integrali, le verdure a foglia verde e le proteine magre, possono aiutare a stabilizzare i livelli di zucchero nel sangue.
  • Malattie autoimmuni: si consiglia di limitare alimenti pro-infiammatori, come zuccheri raffinati e grassi saturi, e di favorire cibi ricchi di antiossidanti, vitamine e minerali.
  • Sindrome dell’intestino irritabile (IBS): una dieta ricca di fibre solubili e probiotici, e povera di grassi e alimenti processati, può alleviare i sintomi.

6. Esempio di una giornata di cucina terapeutica

Ecco un esempio di menù di cucina terapeutica pensato per migliorare la salute del corpo e della mente:

  • Colazione: Porridge d’avena con frutti di bosco, semi di chia e un pizzico di cannella.
  • Pranzo: Insalata di quinoa con spinaci, ceci, carote grattugiate, avocado e dressing allo zenzero e limone.
  • Spuntino: Yogurt greco con un cucchiaio di semi di lino e miele.
  • Cena: Salmone al forno con contorno di broccoli e patate dolci arrostite al rosmarino.

7. Il ruolo del professionista della cucina terapeutica

La cucina terapeutica può essere gestita da esperti come nutrizionisti o cuochi specializzati che collaborano con medici per sviluppare piani alimentari personalizzati, in base alle esigenze individuali. Il ruolo del professionista è essenziale per educare le persone a identificare e usare ingredienti funzionali in base alla propria condizione di salute.

Concludendo:

La cucina terapeutica rappresenta un approccio preventivo e curativo, capace di migliorare la qualità della vita attraverso un’alimentazione consapevole e mirata. Integrando i principi di una dieta equilibrata con pratiche di preparazione attente e ingredienti scelti, possiamo non solo nutrire il corpo ma anche supportare la salute mentale e la gestione di disturbi cronici. La cucina diventa così un atto terapeutico, un vero e proprio percorso di benessere da vivere quotidianamente.

Non sai cosa mettere? non è solo una questione di taglia

Ho iniziato a mangiare prima per noia, poi per ansia. L’ansia dovuta a questa continua sensazione di inadeguatezza ed insicurezza. Nel giro di un paio di anni non mi riconoscono più. Ho preso 15 kg e non sono più me stessa quella che andava in ufficio in tailleur ora è diventata quella che indossa vestiti di due taglie di più e camicioni che camuffano un po’.

Non mi sento a mio agio tra la gente. Tutto è stretto e scomodo. Non posso comprare più scarpe e borse e allora mangio. Mi fermo a prendere un pezzo di pizza, poi un altro e quando sono a casa mi dico che farò attenzione, ma finisco in cucina a rovistare nel frigorifero…

Ti ritrovi in queste parole? non sei la sola. Nel mio libro “Taglia XXXL autostima S” edito da Campi di Carta i racconti di chi davanti all’armadio non sa cosa mettere e non è solo una questione di peso!

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