Mindfulness

Non è una tecnica di rilassamento. Non è un modo per entrare in qualche forma di trance, né per svuotare la mente e raggiungere il “vuoto”. Non è una modalità per garantirsi un facile benessere psicofisico (che non esiste…). Non è una sorta di “spa emozionale”. Non è una forma di “buonismo” che ci spinge ad accettare tutto, ad accogliere acriticamente quello che ci accade, ad essere passivi nel nome dell’ “accettazione”.

E’ una parola inglese che vuol dire consapevolezza ma in un senso particolare. Non è facile descriverlo a parole perché si riferisce prima di tutto a un’esperienza diretta. Tra le possibili descrizioni è diventata “classica” quella di Jon Kabat-Zinn, uno dei pionieri di questo approccio. “Mindfulness significa prestare attenzione, ma in un modo particolare:a) con intenzione, b) al momento presente, c) in modo non giudicante”. Si può descriverla anche come di un modo per coltivare una più piena presenza all’esperienza del momento, al qui e ora.

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E’ un atto che parte dall’attenzione e dal modo in cui la usiamo ed è talmente semplice che questa stessa semplicità ne rappresenta la vera difficoltà. Noi facciamo molta fatica ad essere semplici. Da un lato, una capacità progressiva di maggiore presenza al qui e ora ci apre a esperienze inaspettate, alla ricchezza del momento presente, alla pienezza del vivere. Dall’altro, la pienezza dell’esperienza comprende necessariamente anche il suo lato “negativo”: il disagio, la sofferenza, il dolore. E qui si gioca uno degli aspetti più interessanti di questo approccio che ci chiede e ci insegna a non respingere e a non negare questa dimensione ma a farne motivo di crescita e persino di creatività. Questo è l’aspetto cui si riferisce la parola “accettazione/accoglienza”

Il lato negativo della vita non possiamo evitarlo e allora la prospettiva della consapevolezza (mindfulness) ci offre una possibilità a prima vista strana, contro intuitiva, forse assurda: entrare in relazione più diretta con il disagio e la sofferenza, imparare a rivolgere piena attenzione, a fare spazio anche a quello che non ci piace, che non vorremmo o che ci fa soffrire. In questo senso è un lavoro “contro natura”, un andare “controcorrente”, perchè la tendenza automatica, istintiva che abbiamo è fare esattamente l’opposto. Ma se lo sperimentiamo, allora possiamo scoprire che in questa “mossa” apparentemente incomprensibile troviamo una possibilità sorprendente di fare spazio, di lasciar essere e quindi di essere meno condizionati, meno oppressi anche dalle condizioni che ci portano disagio. E, paradossalmente, facendo questo ci mettiamo nelle migliori condizioni possibili per trovare, quando ci sono, le vie e i modi più efficaci per gestire o risolvere le cause di sofferenza. A volte anche attingendo a intuizioni creative.

Fonte: AIM Associazione Italiana per la Mindfulness

Non solo leggi, ma educazione per risolvere il doloroso tema della violenza sulle Donne

Giovedì 27 aprile scorso si è svolto il Convegno “La violenza di genere in Italia”. L’evento fa parte di un ampio progetto itinerante, “Lo Sport contro la violenza sulle Donne…per vincere insieme”, che coinvolge molte realtà, location ed illustri relatori in questa occasione ospitati presso la Casa Internazionale delle Donne nel cuore di Roma: un luogo simbolo per l’emancipazione femminile.

In apertura le parole di ringraziamento ed i saluti dell’organizzatore Carmelo Mandalari, a cui è seguito un intervento della giornalista Manuela Rella che, dopo aver condiviso i tristi dati statistici riguardo la violenza psichica, fisica ed economica, ha sapientemente moderato l’incontro.

L’azione determinante viene svolta dall’educazione all’interno della famiglia ed in sinergia con la scuola: su questo dato sono d’accordo tutti, tra cui la Senatrice Fabiola Anitori, la quale ha sottolineato anche un dato molto importante ovvero che la violenza di genere crea più invalidità permanenti e morti nel mondo rispetto ai tumori, agli incidenti e alla malaria. Considerazioni allarmanti anche da parte dell’On. Fabrizia Giuliani che fa luce sul fatto che la violenza non viene riconosciuta subito e che spesso viene presa per un evento occasionale o addirittura prova d’amore e quindi si rende necessario anche agire sulla consapevolezza di certe dinamiche con le donne. L‘ Avv. Luana Campa ha sollevato un altro terribile problema ovvero la violenza effettuata nelle mura domestiche sotto gli occhi dei figli ed il grande numero di orfani che questa realtà ha prodotto con tutte le conseguenze che si possono immaginare.

Mi sono trovata d’accordo con il Prof. Francesco Bruno che ha “punzecchiato” la platea sul fatto che gli uomini sono partoriti da Donne e che quindi la responsabilità educativa è in gran parte loro. Purtroppo non di rado, durante la mia attività clinica, assisto a diversi metodi educativi applicati dalla stessa madre nei confronti di figli di sesso diverso. Da una bambina si pretende che a 8 anni tenga pulita la camera e rifaccia il letto, mentre dal maschio 14enne no, perchè maschio appunto.

Questo crea un diverso modo di vedere la donna da parte degli uomini, ma anche da parte delle donne. L’azione della madre ha un effetto negativo non solo sul ragazzo che gode di una sorta di superiorità di genere, ma anche nei confronti della ragazza che si sente svalutata come se fosse una cosa normale e scontata.

Tanta strada è stata fatta dall’abolizione della legge sul delitto d’onore, che è solo del 1981, ma ancora tanta ne deve essere fatta in ambito legislativo. Putroppo la legge può poco se alla base non c’è un’educazione equilibrata in cui i diritti per entrambi i sessi diventi una cosa normale.

Durante il convegno tutti gli intervenuti hanno confermato il loro impegno per promuovere azioni positive e durature per risolvere o almeno arginare questa terribile realtà ognuno con le proprie competenze e professionalità: il Senatore Domenico Scilipoti, il Prefetto Francesco Tagliente, il Ministro dello Sport Luca Lotti, l’ Avv. Monica Nassisi, la Dr.ssa Cappelluti Roberta, il Dr. Dario Coppi Vice Presidente AICEM e la Dr.ssa Elena Maglio Presidente della Squadra Calcio Femminile Elena Magnester.

Numerosi gli Ospiti presenti tra cui la Consigliera Regionale Cristiana AVENALI, la Dr.ssa Cristina Chiuso Delegata CONI Lazio, la Dr.ssa Patrizia COTTINI – FIGC – Lega Nazionale Dilettanti Dipartimento Calcio Femminile, la Rappresentativa dell’ Ente di Promozione sportiva AICS, la Dr.ssa Teresa Manes Presidente Ass.ne Italiana Prevenzione Bullismo, il Dr. Francesco Riccardi, la Dr.ssa Merola Daniela, la Dr.ssa Emanuela Scanu Psicologa, la Dr.ssa Federica Elia, la Dr.ssa Linda Rombolà, il Dr. Massimo Mattioli, il Dr.Alessandro G. Mandraffino, la Rappresentativa dei Centri Volontari Difesa Territoriale, dei Blueberetsinternational Corps e i Corpi Sanitari Internazionali.

Malattie di origine psicosomatica: la PSORIASI “Corazza delle emozioni”

La psoriasi è un’infiammazione cronica e recidivante della pelle, non contagiosa e non infettiva. Il meccanismo alla base della psoriasi è immunologico.  La lesione di psoriasi classica presenta un’area di eritema (rossore) a margini netti, sovrapposta da squame di colore bianco madreperla provocate da anormale ispessimento dello strato corneo. Le sedi più colpite da psoriasi sono: gomiti, ginocchia, mani, coccige, cuoio capelluto, piedi.

La psoriasi è una patologia a causa multifattoriale, alla quale concorrono:

fattori genetici: la psoriasi è a predisposizione genetica familiare. I parenti di primo grado di soggetti con psoriasi hanno un rischio 10 volte superiore di sviluppare la malattia

fattori ambientali: psicogeni ed emotivi (lutti, incidenti), fisici (ferite, traumi, lesioni), farmaci (fans, betabloccanti, litio), infettivi (episodi febbrili, faringite streptococcica nei bambini).
La psoriasi è una patologia della pelle molto complessa da trattare. Le diverse terapie si propongono di ridurre l’infiltrato infiammatorio e l’iperproliferazione dei cheratinociti.

psoriasi-prurito

In un’ottica psicosomatica la psoriasi rappresenta la difficoltà di comunicare le proprie emozioni; nelle zone colpite del corpo, infatti, la cute si presenta ispessita e ricoperta da squame che non consentono alla pelle di effettuare scambi con l’esterno. Sul piano simbolico questa manifestazione ha un preciso significato: la persona ha delle parti di sé molto fragili e su queste mette una sorta di “corazza” per difendersi dagli scambi emotivi con il mondo esterno poichè percepiti come troppo pericolosi. Ciclicamente la corazza si riduce e lascia spazio ad un eritema che brucia e prude e che, sul piano psicologico, rappresenta la forza dell’emozione che tenta di farsi strada fra le difese che la persona ha messo tra sé e il mondo. In alcuni casi, dopo un’attenta consultazione medica, risulta efficace nonché consigliata una terapia psicologica.

 

Hic et Nunc : vivere nel presente

Sembra così scontato eppure non lo è per la maggior parte di noi. Vivere nel presente è difficile poichè Ora è un momento eterno ed inafferrabile.  Eppure il nostro vero essere è proprio qui nel presente. Riusciamo ad essere attori, registi e spettatori della nostra vita tutto in un’unico istante eppure non ci si accorge di ciò.

Viviamo in una dimensione in cui si dà grande importanza alla mente, questa è sempre proiettata nel passato o nel futuro e se ci si identifica con essa si sperimentano emozioni di paura (legate al passato) e ansia (legate al futuro).

Concetto_spaziale__attese__1966__LUCIO FONTANA

Più ci concentriamo sul passato e sul futuro e più sfuggiamo l’Adesso che è la cosa più preziosa che esista. La nostra vita è fatta di un’infinità di attimi a cui non si dà importanza e valore e così perdiamo tante cose belle.

Ogni giorno possiamo sperimentare il potere di adesso ed imparare a vivere nel presente rimanendo presenti a noi stessi. Quindi impariamo a non compiere in modo ripetitivo tante azioni quotidiane, ma cerchiamo di  porgere attenzione e dare valore ad ogni cosa che facciamo cercando di non darla per scontato.

Ecco alcuni consigli per vivere al meglio il presente:

Prestare attenzione al  respiro ed imparare ad ascoltare il proprio corpo, utilizzare tutti i sensi, mettere da parte chi sei, l’immagine che hai di te o la tua situazione attuale di vita, lasciarsi andare eliminando le resistenze della  mente.

 Nella foto “Concetto spaziale-Attese” di Lucio Fontana del 1966

Noi, il presente ed il nostro spazio interno

Nel saggio “Sulla felicità e sul dolore” Arthur Schopenhauer scriveva testualmente:

“C’è in noi una saggezza che va al di là del cervello. Nei grandi momenti, nelle scelte Più importanti della vita, noi non agiamo secondo una chiara consapevolezza di ciò che è giusto, ma in virtù di un impulso interno…proveniente dalle più intime profondità del nostro essere…”

Ognuno di noi è unico, ognuno possiede uno spazio interno anch’esso unico di cui  dimentichiamo di prenderci cura. Ogni giorno la vita ci offre qualcosa di nuovo, ma se siamo sempre impegnati  a dare giudizi, parlare della nostra infelicità, fare confronti non ci si accorge del nostro spazio interno. Non è necessario stare a lamentarsi del passato e fare previsioni e programmi per il futuro. Nella vita non è necessario cambiare per forza qualcosa, ma sicuramente accorgersi di avere un’ interiorità con i suoi desideri e segreti.

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Ogni giorno le nostre immagini mentali, ciò che diciamo e come ci vediamo ci “costruiscono” e creano l’immagine che abbiamo di noi.  Se questa immagine è ferma nel passato o troppo proiettata nel futuro non ci permette di vivere appieno nel presente impedendoci di comprendere e vedere le cose che la vita ci offre ogni giorno.

Se perdiamo il nostro spazio interno abbiamo l’impressione di allontanarci dalla vita. Viviamo nella superfice, nell’apparenza di noi stessi. Succede quando perdiamo la magia del mondo infanile e diventiamo troppo razionali . La vita non ci appartiene più e ci perdiamo nella mente e nei suoi labirinti.

Vale la pena fermarsi e assaporare l’attimo.

 

La Play Therapy: le potenzialità del gioco con i bambini problematici

Il gioco è naturale per i bambini ed è un ottimo strumento per comunicare con loro ed aiutarli anche nelle situazioni problematiche. La Play Therapy diventa quindi uno strumento indispensabile per aiutare i bambini a risolvere problemi, gestire i conflitti e raggiungere obiettivi per il suo alto valore terapeutico ed educativo.

Naturalmente non tutte le interazioni di gioco tra adulti e bambini possono essere considerate Play Therapy anche se gli effetti sono in genere positivi. Gli approcci sono  numerosi e provengono da diversi orientamenti psicologici, ma in tutti si preferisce utilizzare il gioco invece che la parola poichè per i bambini è più naturale. Specie per bambini molto piccoli mantenere l’attenzione, stare fermi e seguire un discorso o spiegare i propri vissuti può risultare davvero complesso e faticoso.  Si sfrutta quindi il gioco poichè è il linguaggio naturale dell’infanzia.

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Si parla di  Play Therapy quando il gioco è utilizzato come processo terapeutico, nel senso che attraverso di esso si individuano prima difficoltà e obiettivi e poi si intraprende un processo attraverso il quale il bambino sarà aiutato a superare le proprie difficoltà.
Rispetto ad un’ampia varietà di problematiche, la Play Therapy rappresenta una scelta ideale in quanto coinvolge e diverte consentendo di superare resistenze e difese. Può essere applicato facilmente in diversi contesti ed è efficace di fronte ad una grande varietà di problemi sia per l’acquisizione di specifici comportamenti ed abilità.

Nella pratica possiamo intervenire con una Play Therapy non direttiva in cui, dopo una attenta selezione dei giocattoli,  si lascia il bambino libero di esprimersi ed il terapeuta segue e si unice alle attività del bambino anche nei processi di finzione ed immaginazione. Si parla di Play Therapy direttiva quando il terapeuta propone le attività di gioco in base al piano terapeutico che ha formulato con regole ed obiettivi. Nella Play Therapy Familiare viene coinvolta  l’intera famiglia nelle attività ludiche.

 

Il comportamento aggressivo nei bambini

Fin dalla più tenera età il bambino è in grado di manifestare il suo disappunto come reazione alla mancanza ed alla frustrazione attraverso agitazione e grida. Le prime condotte direttamente aggressive intervengono tra il secondo ed il terzo anno con atteggiamento oppositivo e collerico. Graffia, tira i capelli, morde altri bambini. Dopo i quattro anni il bambino esprime la sua aggressività verbalmente e non più con le azioni.Se nella maggior parte dei casi  le condotte aggressive scompaiono, alcuni bambini continuano a dimostrarsi violenti, picchiano i loro compagni, rompono oggetti. Il fattore  educativo ricopre un ruolo preponderante.

bambini che litigano

Gli autori ipotizzano diversi fattori che possono influire sul mantenimento di questi atteggiamenti tra quelli predominanti abbiamo : le caratteristiche del bambino stesso (livello di attività, capacità di concentrazione, controllo degli impulsi, emotività, socievolezza, capacità di risposta agli stimoli, propensione ad assumere le abitudini, eventuali peculiarità nelle caratteristiche fisiche, abilità di sviluppo) insieme a quello che definisce la storia di apprendimento del bambino. Per apprendimento del bambino intende tutto quello che ha appreso nella sua vita dentro e fuori casa, in famiglia, a scuola, con gli amici, alla televisione, ecc. , comprendendo tutte quelle cose che i genitori non avrebbero certo desiderato che imparasse.