Incertezze emotive e focolai di guerra nel mondo: una prospettiva psicologica

Un argomento di cui non avrei voluto parlare. Eppure giornalmente vedo nei miei pazienti, specie i più giovani, più esposti alle notizie e meno strutturati per analizzarle,un’ansia crescente, una difficoltà ad affrontare e programmare la vita in modo positivo, ciò mi ha portato a fare questo articolo nella speranza di poter dare qualche senso alle emozioni altalenanti che albergano in ognuno di noi in questo momento storico. Negli ultimi anni, l’instabilità geopolitica e l’aumento dei conflitti armati hanno generato un clima globale di incertezza e vulnerabilità emotiva. Guerre come quelle in Ucraina, in Medio Oriente e in altre aree del pianeta non colpiscono soltanto i territori direttamente coinvolti, ma lasciano un’impronta profonda anche nella psiche collettiva, alimentando ansie, paure e sentimenti di impotenza.

In questo contesto, la psicologia diventa uno strumento fondamentale per comprendere le dinamiche emotive che emergono in tempi di crisi e per promuovere strategie di resilienza individuale e sociale.

L’incertezza emotiva come reazione collettiva

L’incertezza emotiva rappresenta una risposta naturale di fronte a situazioni percepite come imprevedibili e minacciose. Le guerre, anche quando lontane, attivano nel pubblico globale una sensazione di instabilità: l’immagine di un mondo sicuro e controllabile viene scossa, generando stress, insicurezza e disorientamento.
Le notizie di bombardamenti, crisi umanitarie e tensioni internazionali diventano fattori di attivazione emotiva continua, amplificata dai social media, che riducono la distanza psicologica tra spettatore e vittima. In questo periodo principalmente i giovani vivono sulla propria pelle questa incertezza facendo fatica a fare progetti per il loro futuro e creando una serie di problematiche che a seguire cercherò di elencare:

Sul piano individuale, l’esposizione prolungata a immagini e notizie di guerra può favorire:

  • Ansia generalizzata e paura del futuro, legate alla percezione di un mondo instabile.
  • Empatia traumatica: un vissuto di sofferenza vicaria dovuto all’identificazione con le vittime.
  • Sensazione di impotenza appresa, quando la persona percepisce di non avere alcun controllo sugli eventi globali.
  • Disconnessione emotiva, come meccanismo difensivo per proteggersi dall’eccessiva stimolazione emotiva.

A livello collettivo, tali effetti possono tradursi in polarizzazione sociale, aumento della diffidenza verso l’altro e rafforzamento di narrative di paura ed anche qui i social al di là di informare spesso creano ulteriori danni con informazioni spesso fuorvianti. Infatti il ruolo dei media e della comunicazione è molto importante.

La continua esposizione a immagini di violenza e distruzione contribuisce a mantenere attivo uno stato di allerta psicologica. La psicologia dei media mostra che, di fronte a una crisi, la mente tende a cercare informazioni nel tentativo di ristabilire un senso di controllo. Tuttavia, l’eccesso di notizie può generare un effetto opposto, accrescendo l’angoscia e la percezione di insicurezza.
È dunque fondamentale promuovere un consumo mediatico consapevole, alternando informazione e momenti di distacco emotivo.

Resilienza e risposta psicologica adattiva

Nonostante il contesto di incertezza, l’essere umano possiede una notevole capacità di adattamento. Le strategie psicologiche di resilienza includono:

  • Coltivare relazioni significative, che fungano da contenitore emotivo e fonte di supporto.
  • Praticare la mindfulness e la regolazione emotiva, per ridurre l’impatto dello stress.
  • Partecipare ad azioni solidali o comunitarie, che restituiscono un senso di agency e connessione.
  • Educazione emotiva, soprattutto nelle scuole, per insegnare ai più giovani a gestire le paure globali in modo costruttivo.

L’epoca dei focolai di guerra diffusi è anche un’epoca di fragilità psicologica collettiva. Tuttavia, la consapevolezza delle proprie emozioni e la capacità di costruire reti di sostegno possono trasformare l’incertezza in una forza di coesione e crescita. La psicologia, in questo senso, non è soltanto una disciplina di analisi, ma un veicolo di speranza e di ricostruzione interiore in un mondo ferito.

Affrontare paure e incertezze legate alle guerre richiede un approccio psicologico concreto e gentile con sé stessi.

A seguire una serie di consigli pratici, validati da studi di psicologia dello stress, resilienza e regolazione emotiva.

1. Riconosci e accetta le tue emozioni

Non negare la paura, l’ansia o la tristezza. Sono reazioni naturali a situazioni di minaccia e instabilità.
👉 Pratica utile: dedica ogni giorno 5 minuti per chiederti “Cosa sto provando in questo momento?” e dare un nome alle emozioni (es. paura, rabbia, impotenza). Dare un nome alle emozioni riduce la loro intensità.

2. Limita l’esposizione alle notizie

L’informazione continua alimenta lo stress e la sensazione di pericolo costante.
👉 Pratica utile: scegli un momento preciso della giornata per aggiornarti (es. 20 minuti al mattino) e evita di controllare le notizie prima di dormire.
👉 Segui fonti affidabili e evita contenuti sensazionalistici o social tossici.

3. Coltiva la sicurezza nel tuo “qui e ora”

Le guerre ci fanno percepire un mondo instabile, ma è importante radicarsi nel presente.
👉 Pratica utile: osserva ciò che ti circonda, il respiro, gli oggetti che ti fanno sentire al sicuro.
👉 Esercizio di grounding: elenca 5 cose che puoi vedere, 4 che puoi toccare, 3 che puoi sentire, 2 che puoi annusare e 1 che puoi gustare.

4. Trasforma l’impotenza in azione

Agire riduce la sensazione di vulnerabilità.
👉 Dona, partecipa a iniziative umanitarie, scrivi, educa o sensibilizza. Anche un piccolo gesto (una lettera di solidarietà, una donazione, una conversazione) restituisce senso di efficacia e connessione.

5. Mantieni relazioni e sostegno sociale

Le emozioni condivise diventano più leggere.
👉 Parla delle tue preoccupazioni con amici, familiari o un terapeuta.
👉 Se vivi l’ansia in solitudine, unisciti a gruppi di sostegno (anche online) o partecipa ad attività di comunità. La connessione riduce la paura.

6. Sviluppa pratiche di calma interiore

La mente tende a rimuginare su ciò che non può controllare. Le tecniche di rilassamento aiutano a interrompere questo ciclo.
👉 Mindfulness o respirazione profonda: inspira per 4 secondi, trattieni per 4, espira per 6. Ripeti 5 volte.
👉 Attività creative o fisiche: disegno, yoga, camminate, musica. Aiutano a liberare l’energia emotiva.

7. Riscopri il senso di speranza

Anche nei momenti più bui, coltivare speranza è un atto di resistenza psicologica.
👉 Ricorda che l’umanità ha sempre attraversato crisi e trovato vie di ricostruzione.
👉 Leggi storie di solidarietà, innovazione e pace: nutrire l’immaginario positivo rafforza la resilienza.

8. Quando chiedere aiuto professionale

Se l’ansia, la tristezza o il senso di paura diventano persistenti e interferiscono con la vita quotidiana, è importante rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta.
👉 La terapia può offrire strumenti pratici di gestione dello stress e aiutare a rielaborare l’incertezza in modo sano.

Concludendo: Non possiamo controllare gli eventi globali, ma possiamo scegliere come gestire il nostro spazio interiore.
Affrontare la paura non significa eliminarla, ma imparare a conviverci con consapevolezza e gentilezza verso se stessi e gli altri.
Ogni piccolo gesto di calma, empatia o solidarietà è già una forma di pace.

Le mie dieci riflessioni su “Genitori si cresce” il libro del filosofo femminista Lorenzo Gasparrini

Una delle presentazioni più interessanti e coinvolgenti dell’ultimo periodo. Gasparrini con le rappresentanti delle associazioni Città che legge e Amore è rispetto hanno saputo interagire magistralmente con il pubblico presente nelle magnifiche sale di Palazzo Altieri che ospitava l’evento.

Alcuni momenti della presentazione di GENITORI SI CRESCE di Lorenzo Gasbarrini edito da Super et opera viva

L’annoso problema: genitori e figli, modalità di relazione, disagi e comunicazione. Condivido con voi alcuni punti che ritengo particolarmente interessanti:

  • Il concetto di MODELLO ed ESEMPIO

Noi tutti per i giovani (anche per chi non ha figli!!!) dovremmo essere esempi virtuosi. Con il nostro comportamento permettiamo loro di apprendere dalla realtà, da qualcosa di reale e concreto anche se imperfetto. Un modello invece, proprio perché è tale, è irraggiungibile nella sua perfezione e quindi causa di frustrazione. Cerchiamo di essere esempi e non modelli per le generazioni future!

  • La FAMIGLIA sta cambiando

La tipologia di famiglia come l’abbiamo conosciuta noi nati tra gli anni “50 e “70 , ovvero composta da mamma, papà e almeno due figli, rappresenta oggi solo il 20% delle famiglie in Italia. Giusto o sbagliato? Non è importante bisogna però rendersi conto che siamo di fronte ad un cambiamento culturale e che, anche per la nostra costituzione è famiglia quando si vive sotto lo stesso tetto e ci si prende cura uno dell’altro. Da qui anche la definizione di Inverno demografico. Non si fanno più figli. In una società improntata sullo sviluppo personale non si è disposti a fare “sacrifici” a fare rinunce per i figli. Non ci sono politiche che sostengano la famiglia e spesso anche conquiste come i congedi parentali non vengono utilizzati per paura di ritorsioni sul lavoro.

  • Maternità e paternità

Non solo la legge, ma a partire dai Corsi pre-parto c’è poca attenzione verso la figura dei papà. I papà vengono esclusi in tantissime attività e riconoscimenti. Non possiamo poi lamentarci che i papà risultano assenti o poco presenti nel 70% dei casi, poiché spesso non vengono coinvolti e nessuno parla mai dei vissuti dell’uomo quando diventa padre o in altri momenti della vita dei figli. Anche a livello lavorativo un uomo che chiede un permesso parentale è visto come un alieno  spesso viene deriso o osteggiato in azienda. Non deve meravigliare che rimangano ai margini. Vanno coinvolti non solo fisicamente, ma anche emotivamente in ogni passaggio del divenire genitori.

  • Apprendere con l’esempio

“Ma io aiuto”. “Non è vero che non faccio nulla”. Due brevi frasi spesso dette da padri e figli come se la cura della casa fosse di assoluto appannaggio della mamma alla quale si concede “un aiuto” come un privilegio. Bisogna insegnare ai bambini a tenere in ordine la propria camera, a tenere bene gli oggetti di casa e custodirli, bisogna coinvolgerli nella preparazione del cibo a cominciare dalla spesa. La cura della famiglia è di tutti. Tutti partecipano, tutti danno, tutti ricevono. La cura è la capacità umana più importante si impara non lo abbiamo d’istinto come molti studi dimostrano.

  • Le PAROLACCE

Sono parole potenti. I bambini anche piccoli se ne rendono conto. Evitiamole poiché la potenza della parola è distruttiva. I bambini non comprendono il significato della parolaccia, ma si rendono conto dell’effetto che ottiene. Emette tante emozioni negative come rabbia e scherno. Non daremmo mai un’arma o un oggetto in mano ad un bambino che non è in grado di usare. Facciamo lo stesso con le parole. Bisogna insegnare loro le parole che fanno bene. Quelle piccole parole come grazie, prego, scusa, posso? Che si sentono sempre così di rado anche nelle così dette famiglie perbene!

  • La SICUREZZA dei figli

Dipende esclusivamente dal rispetto dei genitori verso i figli e viceversa e si ottiene con genitori sicuri ed accoglienti. Persone coerenti tra ciò che dicono e ciò che fanno. Un buon esempio che non si aspetta qualcosa in cambio dal figlio come “risarcimento” per l’investimento emotivo ed economico che ha avuto, ma che ama e cura. Che insegna ad amare e curare. Il genitore non può essere un amico, il rapporto non è paritario. Se siamo “pari” non possiamo insegnare più nulla a nostro figlio vuol dire che non siamo un valore aggiunto per lui siamo al pari dei suoi coetanei   questo non funziona!

  • Genitore di un genitore

Qualcosa che non avevo mai preso in considerazione, ma che probabilmente vivrò nel giro di pochi anni. Quando tuo figlio diventa genitore a sua volta e quindi diventi nonno cosa succede? Può essere un divertente triangolo di responsabilità. Dove i nonni sono complici con i nipoti, ma possono far passare tanti valori che dal genitore magari non si accettano. I nonni sono importantissimi e con le modalità di vita di oggi sono figure da riconsiderare non solo come “baby sitter”, ma per l’esperienza e la maturità.

  • Giovani, MORTE ED ONNIPOTENZA

I giovani , per fortuna, non hanno il concetto di morte. Nel momento in cui la vita esplode in loro l’idea della morte non è affatto considerata per questo si mettono spesso in situazioni limite. Non si rendono conto dei pericoli poiché non li prendono in considerazione. Correre in macchina, fare scherzi stupidi sono solo “divertimento” non considerano affatto le conseguenze di queste azioni e spesso trovano o provocano morte. Per questo sono necessari i “paletti” da parte dei genitori. I giovani non possono essere “buttati” nel mondo. Specie in questo mondo dove attraverso la tecnologia tutto è accessibile ed inaccessibile allo stesso tempo. I giovani hanno bisogno di guide sicure e le devono trovare nei genitori, ma anche nella scuola e nella società. Invece oggi i giovani sono lasciati alla deriva senza regole e senza indicazioni dove chi ha più da guadagnare spinge scelte inconsapevoli dei giovani solo perché le sentono condivise da altri. Basta un influencer da 100000 follower ad avere più autorevolezza di un genitore! Da qui nascono le challenge spesso rischiose che diventano un modo per superare i propri limiti e dimostrare di essere capaci ed in gamba, ma che possono avere risvolti drammatici che un giovane non sa prvedere.

  • Alla ricerca della NORMALITA’

Ricordate che per un giovane tutto è bianco o nero. Un giovane non conosce le sfumature per questo è così lapidario nei giudizi anche nei confronti dei coetanei. I giovani cercano la normalità. Ma cosa è normale? Ogni epoca storica ed ogni cultura ha una sua normalità quindi non è un valore universale. I giovani non lo sanno, lo impareranno con il tempo. I genitori hanno il compito di far vedere le differenze e far comprendere che possono essere un valore aggiunto e non oggetto di esclusione e di odio. Da qui nasce il fenomeno del bullismo dove il diverso, basta essere più basso di statura, o più in carne o vestito in modo diverso dalla massa, diviene oggetto di attenzioni pericolose.

  • Giovani e FALLIMENTO

In questo mondo dominato dalla tecnologia dove tanti contenuti sono disponibili e spesso non veritieri i giovani si sentono dei falliti se non vanno in vacanza in quel posto, se non indossano quelle scarpe, se non vanno a mangiare in quel ristorante, se non conoscono quel personaggio famoso, se non hanno abbastanza follower o like! Nasce grande frustrazione che si trasforma in rabbia spesso rivolta agli altri, ma anche verso se stessi. Gli atti di autolesionismo sono in aumento e mentre prima venivano compiuti in solitaria oggi si commettono in gruppo segno che certe sensazioni sono molto comuni.

“Come combattere lo stress. Prevenzione e benessere per una vita longeva e felice”

«Lo stress non è un nemico, è un messaggio» è il primo concetto che ci arriva durante il seminario svoltosi ieri a Milano nella Sala Pirelli di Regione Lombardia. Un momento di confronto prezioso e necessario a cui ha dato l’avvio il Consigliere Nicolas Gallizzi, con un augurio che ha fatto da cornice all’intera mattinata:


Costruire una cultura della salute che nasce prima di tutto dalla prevenzione e dall’ascolto di sé.

A guidare l’incontro è stata Gabriella Chiarappa, in qualità di moderatrice attenta e sensibile. La sua introduzione ha tracciato la direzione del dialogo:

«Lo stress non si combatte “contro” il corpo: si impara a riconoscerlo, leggerlo e trasformarlo.»

Una frase che ha aperto lo spazio all’ascolto, creando un terreno condiviso tra i relatori e il pubblico.

Uno sguardo condiviso da discipline diverse

La sala ha seguito con grande attenzione interventi che, pur provenendo da aree differenti, hanno incontrato un punto comune:

lo stress non è un nemico, ma una comunicazione del corpo.

Il Dott. Massimo Sartori ha mostrato come lo stress lasci tracce visibili nella postura, nel respiro, nella pelle.
Ogni tensione è un messaggio.
Il corpo, prima di cedere, parla.

La Dott.ssa Michela Squeo ha accompagnato il pubblico a riconoscere lo stress cronico come un processo graduale:
stanchezza, insonnia, irritabilità, disturbi digestivi non sono sintomi isolati, ma richiami di un organismo che chiede attenzione.

Il Dott. Vittorio Iorno ha offerto una nuova prospettiva: l’ossigeno come terapia rigenerativa.
Non solo sostegno, ma ripristino delle capacità vitali.

Gilberto Malerba di RE-COMP, con parole chiare e essenziali, ha riportato tutto al corpo in movimento:
non allenarsi di più, ma allenarsi meglio.
Quando il movimento è consapevole, la mente si alleggerisce.

Infine, Pablo Ardizzone ha toccato la dimensione più sottile e umana: l’immagine come luogo di riconoscimento.
La bellezza come gesto di cura.
Come dire al proprio corpo:
“Ti vedo. Ti rispetto.”

La conclusione: la cura è un percorso, non un atto

La parte conclusiva del seminario ha visto l’intervento del Gruppo Dimensione Salute, presentato da Barbara Neglia.
Una realtà che unisce:

  • Nutraceutica di qualità
  • Bio-cosmesi avanzata
  • Integrazione scientificamente mirata
  • Prodotti 100% biologici

con l’intento di portare benessere nella vita quotidiana, non solo nella teoria.

A seguire, il contributo del Gruppo Mac Clinic, rappresentato da Michelle Gao, che ha ricordato il valore delle strutture in cui la persona è accolta nella sua interezza:
corpo, mente, storia e quotidianetà.

Un messaggio che resta

Ogni intervento, ogni parola, ogni silenzio in sala ha riportato a una verità semplice e potente:

Il corpo non sbaglia. Ci parla.
A noi la responsabilità — e il privilegio — di ascoltarlo.

E ascoltarlo è già cura.
È già prevenzione.
È già benessere.

crediti fotografici: Silvia Menegon

Puoi cambiare la tua vita…oppure no!

Sai cosa succede davvero quando rimandi una decisione importante?

Nulla.

La vita continua esattamente come prima.

Sicuramente hai un sogno nel cassetto. Da vorrei imparare l’inglese a vorrei perdere peso o vorrei iscrivermi in palestra, vorrei migliorare la mia situazione lavorativa, finanziaria, sentimentale…vorrei vorrei vorrei.

Tanti vorrei che invece di essere stimolanti diventano una zavorra. Vorrei che bloccano. Spengono i desideri e l’azione. Ma in fondo solo tu puoi decidere se una o tutte quelle cose che “vorresti” fanno per te e meritano la tua attenzione..

Tranquillo, va bene. Non accadrà niente di clamoroso se decidi di non provare neanche.

Le tue giornate scorreranno come sempre.

● Gli stessi blocchi emotivi che ti frenano
● Le stesse situazioni che ti prosciugano le energie
● Le stesse relazioni tossiche che ti tirano giù
● Gli stessi obiettivi rimandati a “quando sarà il momento giusto”
● La stessa sensazione di vivere al 30% del tuo potenziale

Forse continuerai ad arrivare a sera con quella stessa inquietudine di sempre.

Con gli occhi stanchi fissati nel vuoto, chiedendoti dove siano volate le ore.

Con il pensiero di tutte le cose che avresti potuto fare… e che, ancora una volta, non hai fatto.

Dentro di te resteranno quelle domande che non dici a nessuno:
“È davvero questa la mia vita?”
“E se fossi destinato a qualcosa di più grande?”
“Perché sento di sprecare tempo che non tornerà più?”

Il sospetto, difficile da ammettere ad alta voce, che stai vivendo molto al di sotto di ciò che potresti essere.

E intanto, vedrai gli altri crescere, evolversi, realizzarsi.

Mentre tu resti fermo in quella zona grigia, dove “si tira avanti”.
Tuttavia — se questa vita ti basta, niente da dire.

Non hai bisogno di fare nulla.

Ma se dentro di te senti che – tutto sommato – qualcosa da migliorare ancora c’è…

Se hai letto fino a qui proprio queste riflessioni* possono essere quel punto di svolta che aspetti da sempre.

La scelta è semplice:
❌ Puoi rimandare ancora.
✅ Oppure decidere che è ora di prendere in mano la tua vita

In bocca al lupo qualsiasi sia la tua scelta. Se vuoi condividere le tue difficoltà ti invito a contattarmi.

*ispirato ad una mail di Roberto Re mio formatore

Primo approccio: il mondo emotivo degli uomini e delle donne

Spesso uomini e donne sono prevenuti uno verso le altre ed hanno aspettative che non esistono nella realtà. Si tratta per lo più di stereotipi eppure sono in grado di imporci comportamenti che non risultano vincenti specialmente ad un primo appuntamento.

“Non voglio un timido! Ho già abbastanza problemi ad avere fiducia in me stessa, non voglio certo trovarmi a dover sorreggere anche un uomo. Voglio qualcuno con un carattere saldo e sicuro di sé.» Opinioni di questo tipo non sono rare, ma bisogna ricordare che gli uomini che danno di se stessi una prima impressione eccitante spesso puntano tutto sull’arte di abbagliare, trascurando qualità più profonde e costanti.

Gli uomini sensibili provano le stesse paure e hanno lo stesso senso di vulnerabilità delle donne, per questo motivo spesso si aprono lentamente. Prima di esporsi allo sguardo altrui devono avvertire che si è stabilito un certo grado di fiducia e confidenza. Le donne di solito sono perfettamente consapevoli della propria sensibilità e delle proprie insicurezze e conoscono il tipo di situazione ideale in cui sentirsi più sicure e libere. Eppure molte donne pensano che le emozioni in gioco per gli uomini siano diverse. Probabilmente non pensano che gli uomini possano sentirsi vulnerabili, per lo meno non quanto le donne. Alcune trovano spiacevole anche solo considerare questa possibilità! Molte donne credono che per gli uomini sia facile e naturale essere estroversi e intraprendenti, e questo semplicemente non è vero. Alcuni uomini hanno bisogno di un’atmosfera in cui sentirsi accettati e aiutati per dare spazio agli aspetti nascosti della loro personalità.

Per ogni donna che da ragazza ha passato ore accanto al telefono aspettando che qualcuno la chiamasse, c’è un uomo che da ragazzo non è riuscito a vincere il tremito delle mani per comporre il numero. Secondo le nostre aspettative culturali tocca all’uomo fare la prima mossa, quella che intimidisce di più perché, rendendo esplicito il desiderio di chi la compie, espone al rifiuto.

Gli uomini che sono riusciti più facilmente ad avere la meglio su questa paura adolescenziale sono quelli che conoscevano meno i propri sentimenti – e quelli degli altri. Quindi gli uomini che sulle prime sembrano più forti, interessanti e attraenti possono anche rivelarsi meno profondi, sensibili e affettuosi di quelli che all’inizio sembrano meno affascinanti. Ci avevi pensato?

Liberamente tratto da Donne Intelligenti/ Scelte Stupide Di COWAN&KINDER

Principi per una corretta alimentazione in pratica

Tante volte siamo entrati nel discorso della corretta alimentazione, ma non sempre è chiaro a cosa ci riferisce. Per evitare i “circa quasi” ecco qualche indicazione che potete copiare su un quaderno e renderlo vostro con uno spazio per le vostre riflessioni.

Dott.ssa Emanuela Scanu

Psicologa e Coach alimentare http://www.emanuelascanupsicologa.com

Principi alimentari di base:

Alimentazione

Con questo termine, intendiamo l’assunzione per via orale degli alimenti e l’insieme dei processi digestivi che si effettuano nella bocca, nello stomaco, nell’intestino allo scopo di trasformare gli alimenti in principi nutritivi. L’alimentazione costituisce per l’individuo una necessità vitale: gli alimenti, infatti, apportano sia il combustibile per la produzione di energia, sia i principi nutritivi in essi contenuti, indispensabili per la crescita, il mantenimento e il rinnovo dei tessuti dell’organismo, per mantenere quindi un equilibrio biologico armonico  che si identifica con uno stato di buona salute.

Per principi nutritivi intendiamo:

1. I CARBOIDRATI O GLUCIDI come apportatori di energia.

2. I GRASSI O LIPIDI come apportatori di energia e materiale di riserva

3. PROTEINE O PROTIDI costituenti della membrana cellulare e dei nostri muscoli

4. VITAMINE come protettori e regolatori

5. SALI MINERALI come costruttori e bio-regolatori.

6. L’ACQUA

Le combinazioni alimentari:

Nell’alimentazione è importante fare attenzione non solo alla quantità dei cibi e alla loro varietà, ma anche al modo in cui li si combina tra loro. Mangiare molti cibi diversi nel corso di uno stesso pasto può infatti provocare problemi digestivi quali acidità di stomaco, gonfiore, senso di pesantezza o eccessiva sonnolenza, e allungare i tempi della digestione.

Se la digestione dura molto a lungo possono aversi conseguenze spiacevoli: il cibo prendea fermentare e imputridirsi, i nutrienti vengono assimilati solo in parte, si producono tossinee l’organismo si affatica (la digestione è infatti la funzione che richiede più energia al tuocorpo).

Mangiando in modo semplice ed evitando di combinare tra loro cibi incompatibili, cibi, cioè, che il nostro organismo digerisca in modo molto diverso.

Le combinazioni di cibi da evitare in uno stesso pasto sono poche e facili da ricordare.

  • Carboidrati e proteine: se puoi, mangia gli uni a pranzo e le altre a cena, o viceversa.
  • Proteine e proteine: evita di mangiare in uno stesso pasto carne e formaggi, oppure uova e legumi.
  • Carboidrati e carboidrati: questa combinazione, seppure non consigliabile, è

           però più tollerabile delle precedenti.

Alcune regole da mettere in pratica da subito per preservare la salute:

1. Bere un bicchiere d’acqua a digiuno (meglio con una spruzzata di limone per

attivare le funzioni digestive o una grattata di radice di zenzero per darvi una

marcia in più!) durante la giornata un litro e mezzo di acqua naturale fuori

pasto per stimolare la diuresi con lo scopo di eliminare le tossine. Ha anche la

funzione di diluire i succhi gastrici per cui blocca il senso di fame.

2. Mangiare 1 yogurt magro, anche alla frutta, al giorno lontano dai pasti per

assicurare un minimo di protezione all’intestino e, nelle donne dopo i 40 anni,

una corretta introduzione di calcio.

3. Mangiare 3 frutti al giorno preferibilmente fuori pasto, come spuntino, o primadel pasto MAI al termine!

4. Due porzioni al giorno di verdura non più di 150/200 gr per pasto alternando

verdura cruda e cotta,e per chi ha problemi di tempo esistono le verdure in

busta già pulite e lavate pronte per la cottura. Eviterei i cibi surgelati o quelli

in scatola che contengono troppi conservanti.

5. Variare i cibi prediligendo la stagionalità e quelli a km o

6. Attenzione ai condimenti si ad olio di oliva extravergine a crudo e spezie, no

a salse e salsine industriali. Attenersi a metodi di cottura semplici: vapore e

piastra. Ogni tanto concedetevi una frittura fatta rispettando tutti i canoni!

7. Non mischiare le proteine ed effettuare le corrette combinazioni: no a uova e

legumi o a carne e legumi ad esempio

8. Non saltare il pranzo né gli spuntini: il rischio è di arrivare a cena affamati

finendo per mangiare molto più del necessario rispetto alle richieste

dell’organismo a fine giornata.

9. Svolgere almeno 30 minuti al giorno di attività fisica moderata che significa

cyclette, tapis roulant o una camminata all’aria aperta a ritmo sostenuto.

L’attività fisica oltre a disperdere calorie serve a tenere alte le endorfine , le

anfetamine naturali, che dandoci una sensazione di benessere diminuiscono

la voglia di mangiare.

10. Mangiare piano masticando bene è un principio fondamentale per evitare i

gonfiori addominali Fondamentale anche per il senso di sazietà: se mangiamo

velocemente rischiamo di mangiare molto di più del necessario.

I miei appunti (scrivi qui le tue nuove abitudini):

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Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo.

“Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo” dice un vecchio adagio che racchiude una saggezza antica che i tempi moderni con la loro frenesia cercano di oscurare.

Quando siamo di fronte ad un problema tendiamo a volerlo risolvere tutto in una volta e chiaramente nel più breve tempo possibile. Un problema non è un cerotto e ha i suoi tempi. Molte volte, specie per un problema complesso, la cosa più saggia è iniziare da un aspetto, sbloccare e poi passare ad un altro aspetto. Spesso risolvere un problema significa effettuare un cambiamento, ma a noi umani piace troppo stare nella zona di confort per cui spesso, se per risolvere un problema è richiesto un cambiamento, tendiamo a tergiversare. Affrontare il problema in più parti significa anche abituarsi a piccoli cambiamenti e non ad uno solo magari drastico.

Tutti i “grandi” si comportano così: un pezzo alla volta!

Anche alla NASA per poter portare avanti progetti ambiziosi e costosi devono necessariamente passare per varie fasi e noi con i nostri problemi quotidiani, perché non dovremmo utilizzare le stesse strategie?

Cercate soluzioni semplici, non complicatevi la vita. A volte le soluzioni sono dietro l’angolo basta avere il coraggio di guardare e poi c’è un altro adagio (che saggezza nelle dicerie popolari!)  che nel bisogno si aguzza l’ingegno. Se vi date i giusti tempi e spezzettate il problema sarà senz’altro di più rapida soluzione.

Passando per gradi a volte non è necessario fare tutti i passaggi perché spesso slegati allentati i primi nodi il problema di risolve da sé. Certo non sempre si prende il giusto capo della matassa e a volte tocca fare più tentativi. Pensate come un giocatore di scacchi che mentre compie un’azione sta già valutando la mossa conseguente alla precedente.

Spesso vogliamo forzare i tempi per “risolvere il problema” , ma altrettanto spesso non è funzionale. Ogni cosa a suo tempo!

Le relazioni tra Mente, Corpo e Trauma

Negli ultimi decenni, le neuroscienze e la psicologia somatica hanno rivoluzionato il nostro modo di comprendere la mente e il corpo. Non più entità separate, mente e corpo sono oggi riconosciuti come profondamente interconnessi: ogni esperienza psicologica lascia tracce fisiche, e ogni esperienza corporea influisce sul nostro mondo interiore.

Il trauma è un perfetto esempio di questa interdipendenza.

Nella vita siamo sottoposti a numerosi momenti di crisi e a volte anche a traumi di diversa entità. In alcuni casi abbiamo le capacità di attutire il colpo in altre il trauma ci…traumatizza per anni e può coinvolgere molti aspetti della nostra vita. Il trauma possiamo considerarlo non solo come una ferita della mente, ma un’esperienza profonda che entra nel corpo e disconnette la persona da sé stessa e dagli altri.

Il trauma non è definito solo dall’evento traumatico, ma dalla risposta soggettiva dell’organismo a quell’evento. Un’esperienza può essere traumatica se è vissuta come travolgente, senza possibilità di reazione o integrazione. Non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che non è potuto accadere – come l’impossibilità di fuggire, difendersi o ricevere conforto.

Le conseguenze del trauma si manifestano su più livelli:

  • Neurobiologico: alterazioni nel sistema nervoso autonomo, iperattivazione o immobilizzazione cronica.
  • Psicologico: ansia, depressione, dissociazione, attaccamento disorganizzato.
  • Somatico: tensioni croniche, dolori muscolari, disturbi psicosomatici.

 Il trauma rimane impresso nel sistema nervoso, condizionando numerosi aspetti corporei, ma anche le relazioni.

Molti traumi originano nell’ambito delle relazioni, soprattutto nell’infanzia: trascuratezza, abuso, invalidazione emotiva o mancanza di sintonizzazione da parte dei caregiver. Questo viene spesso definito trauma relazionale precoce o trauma dello sviluppo.

A differenza di un trauma acuto (come un incidente o una catastrofe naturale), i traumi relazionali agiscono lentamente, ma in profondità, influenzando la formazione dell’identità, la regolazione emotiva e la capacità di fidarsi degli altri.

Dobbiamo considerare il trauma come un fenomeno integrato: neurologico, corporeo, emotivo, relazionale.

Infatti  il trauma viene “trattenuto” nel corpo e nel sistema nervoso per questo il cammino di “guarigione” è spesso lungo e contorto.

Il trauma dalla mente passa al corpo che manifesta “fisicamente” il problema e quindi diviene necessario agire anche sul piano somatico: le parole a volte non bastano.

Chi ha subito un trauma spesso sperimenta il corpo come un “luogo di pericolo”, e allo stesso tempo può percepire le relazioni come minacciose. Questo doppio livello crea una disconnessione:

  • Il corpo reagisce con sintomi, blocchi o iperattivazione.
  • La mente cerca di controllare, evitare o razionalizzare.
  • Le relazioni attivano vecchie ferite e meccanismi di sopravvivenza.

E’ importante anche ristabilire delle connessioni sicure e promuovere l’integrazione a livello somatico ed emotivo. Per venirne “fiori” è indispensabile creare un ambiente accogliente e non giudicante. Insegnare il non giudizio anche nei confronti di se stessi ed imparare ad accogliere errori o mancanze con indulgenza spesso è un passaggio significativo.

Fortunatamente, se le relazioni possono essere la fonte del trauma, possono anche diventare il luogo della guarigione. Questo avviene attraverso:

  • Relazioni terapeutiche sicure, che offrono sintonizzazione, presenza empatica e regolazione co-affettiva.
  • Relazioni intime consapevoli, in cui si impara gradualmente a fidarsi, comunicare i propri bisogni e ricevere supporto.
  • Pratiche corporee (come yoga, danza-terapia, somatic experiencing) che aiutano a rinegoziare il trauma nel corpo.

Uno degli obiettivi principali nel percorso di guarigione è la regolazione del sistema nervoso. Questo permette di:

  • Sentirsi più presenti nel corpo.
  • Interrompere le risposte automatiche (lotta, fuga o congelamento).
  • Sviluppare nuove modalità di relazione.

Come afferma il prof Bessel van der Kolk che ho avuto modo di conoscere ad un evento a Roma nel 2021 :

“Il corpo accusa il colpo, ma è anche la chiave per la liberazione.”

Vorrei soffermarmi sulle pratiche corporee nella guarigione da trauma poiché sono un grande fattore di aiuto. Quando una persona vive un evento traumatico, il sistema nervoso può restare “bloccato” in uno stato di allerta (ipervigilanza) o di congelamento (dissociazione), anche molto tempo dopo la fine del pericolo.

Principi chiave delle pratiche corporee nel trauma:

  1. Sicurezza – Niente può accadere senza una sensazione di sicurezza.
  2. Lentezza – Il processo è graduale; forzare può essere retraumatizzante.
  3. Consapevolezza del corpo – Tornare a sentire il corpo senza giudizio.
  4. Autonomia – Dare alla persona il controllo sul proprio processo.

Ecco una panoramica delle principali pratiche corporee usate per guarire da esperienze traumatiche:

Somatic Experiencing (SE)

  • Ideato da: Peter Levine
  • Obiettivo: Aiutare il sistema nervoso a completare le risposte di difesa rimaste “in sospeso” (lotta/fuga/congelamento).
  • Tecniche: Portare l’attenzione alle sensazioni fisiche, pendolamento tra sicurezza e attivazione, scarico dell’energia traumatica.

Trauma-Sensitive Yoga (TSY)

  • Sviluppato con: il Trauma Center del Dr. Bessel van der Kolk
  • Caratteristiche: Non direttivo, invita all’ascolto del corpo, senza costringere. Restituisce agency alla persona.
  • Benefici: Aiuta a ritrovare confini corporei, presenza e connessione con sé.

Mindfulness e Meditazione Corporea

  • Pratiche: Body scan, respiro consapevole, grounding.
  • Scopo: Radicarsi nel momento presente, osservare sensazioni senza giudizio, ricostruire un senso di sicurezza.

Tecniche di Grounding

  • Esempi:
    • Sentire i piedi a terra
    • Premere le mani su una superficie
    • Nomina di oggetti nell’ambiente (tecnica 5-4-3-2-1)
  • Funzione: Riportare la mente e il corpo nel “qui e ora”, spezzando dissociazione o flashback.

Dance Movement Therapy (DMT)

  • Uso del movimento per esprimere e rilasciare emozioni represse.
  • Adatta a chi ha difficoltà a verbalizzare il trauma.

Respiro Consapevole e Breathwork

Tecniche come il respiro diaframmatico, il box breathing o il rebirthing possono aiutare a:

  • Ridurre l’ansia
  • Regolare il sistema nervoso autonomo
  • Sciogliere memorie corporee trattenute

Bodywork e Terapie Manuali

  • Esempi: Rolfing, craniosacrale biodinamico, massaggi terapeutici.
  • Nota: Vanno eseguiti solo da operatori formati in trauma-informed care, poiché il tocco può riattivare memorie traumatiche.

Arti marziali dolci (es. Aikido, Tai Chi, Qi Gong)

  • Benefici: Rafforzano senso di centratura, fluidità, confini e presenza corporea in modo non aggressivo.

Le parole fanno la differenza

Molte persone non fanno caso alle parole che utilizzano. Troppo spesso l’uso di un linguaggio “poco educato” avviene già in famiglia. Non è solo colpa dei ragazzi o di un linguaggio “giovanile”. Osservo genitori parlare tra loro usando termini volgari e svalorizzanti e lo stesso fanno con i figli. Non dico di una “parolaccia” uscita in un momento di rabbia o goliardia, ma di parole utilizzate nel linguaggio quotidiano. Per alcune persone parole come grazie, prego, scusa non sono nel dizionario. Peccato. La qualità della nostra vita e le nostre relazioni dipendono moltissimo dal linguaggio che utilizziamo. Ho trattato tante volte questo argomento, ma oggi vorrei utilizzare una storiella trovata sul web. Leggetela e fatemi sapere cosa avete provato leggendola. Attendo i vostri commenti anche sui social!

#”Oggi ho portato due mele in classe.Entrambe belle, lucide, rosse. A occhio nudo, identiche. Ma solo io sapevo la verità: una delle due era caduta più volte prima della lezione. L’avevo raccolta con cura, senza romperla all’esterno. Sembrava perfetta… ma solo all’apparenza.

Ho chiesto ai bambini di osservarle. “Sembrano uguali”, “Devono essere buonissime”, “Mi viene voglia di mangiarle”, dicevano.

Poi ho fatto qualcosa di insolito. Ho preso la mela che avevo fatto cadere e ho cominciato a parlarle male. Le ho detto che era brutta, che non mi piaceva, che aveva un colore spento e un picciolo ridicolo. E ho chiesto ai bambini di fare lo stesso. All’inizio erano confusi. Uno ha sussurrato: “Ma… è solo una mela.”

Ma poi hanno seguito l’esempio: “Fai schifo”, “Nessuno ti vuole”, “Sembri marcia”, “Non servi a nulla”. Poi abbiamo preso l’altra mela. Quella rimasta “amica”. E le abbiamo detto parole belle: “Sei profumata”, “Hai un colore bellissimo”, “Scommetto che sei dolcissima.” Infine, ho tagliato le due mele davanti a loro.

Quella trattata con gentilezza era fresca, chiara, croccante. Quella che avevamo insultato… era molle, scura, piena di lividi dentro. Nella classe calò il silenzio. Nessuno parlava. Nessuno sorrideva. Avevano capito. Le parole che avevamo detto “per finta” a una mela, sono le stesse che ogni giorno qualcuno riceve davvero.

Parole che non si vedono, ma che lasciano segni. Non sulla pelle. Dentro. Ho raccontato ai bambini che anche io, solo pochi giorni fa, ho ricevuto parole che mi hanno ferita. Sorridevo. Sembravo serena. Ma dentro mi sentivo proprio come quella mela: ammaccata in silenzio. Le parole possono colpire più di uno schiaffo. E a volte fanno più male.

Per questo dobbiamo insegnare — ai bambini e a noi stessi — che ogni parola ha un peso. Che si può ferire anche con una frase detta per gioco. E che la gentilezza non è debolezza: è forza. È scelta. È amore.

E sapete cosa mi ha colpito più di tutto?Mentre gli altri insultavano la mela, una bambina si è rifiutata. Ha detto: “Io non voglio dire cose cattive. Anche se è solo una mela.” Quel gesto, così piccolo… vale più di mille lezioni. Le parole possono costruire o distruggere. Sollevare o spezzare. Restare dentro per anni.

La lingua non ha ossa, ma può spezzare un cuore. Usiamola con cura. Per amare, non per ferire. Per includere, non per escludere. Per guarire, non per lasciare cicatrici. Perché dietro ogni sorriso potrebbe nascondersi una mela ammaccata. E le nostre parole… possono fare la differenza.”

#dal web crediti all’autore che purtroppo non conosco!

OVERTHINKING: quando pensi troppo…

Overthinking è il termine che indica l’attitudine a pensare troppo. Sembra che le donne ne siano affette più degli uomini, ma questi ultimi non ne sono certo immuni! Pensare troppo a ciò che si è fatto o si deve fare, ripensare fino all’eccesso ogni punto di un progetto o solo di un’idea è a dir poco stressante. Pensare troppo crea disagio e ha conseguenze negative nel quotidiano.

Esaminare minuziosamente ogni aspetto di una situazione cercando di prendere in considerazione tutti i pro e i contro (spesso con pessimismo) finendo poi al punto di partenza con la sensazione di disagio di essersi persi. Bloccati incredibilmente proprio da quel desiderio di capire, fare al meglio e tenere tutto sotto controllo. Un loop dal quale spesso è difficile uscire!

Questo spreco di energia fa sentire svuotati ed incapaci di raggiungere decisioni con grosse conseguenze sull’autostima, ma anche ricadute a livello fisico come tensioni muscolari ed emicrania. Il non riuscire a prendere una decisione porta anche a grossi livelli di ansia che risulta anch’essa paralizzante in un circuito infinito che porta allo sfinimento.

Uno dei segreti è cercare di dividere un progetto in più parti e non pesare di dover far tutto contemporaneamente. Fare un passo alla volta permette un migliore risultato, correggere eventuali errori e porta più facilmente al risultato. Non guardate il picco della montagna, ma partendo dalle pendici proseguire con grado fermandosi quando serve. A volte mettere per iscritto i vari passaggi e segnando quelli già compiuti aiuta a mettere ordine anche nella testa.

Esistono comunque varie tecniche per contrastare l’overthinking che hanno lo scopo di distogliere la mente dai pensieri ossessivi. Uno molto efficace è il Training autogeno che si base sulla respirazione profonda, ma ha i suoi tempi tecnici per apprenderlo.

#)In un libro appena uscito Smetti di pensare troppo, Edizioni Lswr, Nick Trenton, psicologo americano e celebre “mental coach” negli USA, propone tecniche che possono aiutarci a ridurre l’ansia e a uscire dall’overthinking. Ecco quella del  5-4-3-2-1 che innesca una distrazione, perché il cervello viene impegnato attraverso i cinque sensi e non si perde più seguendo i pensieri. Proprio le diverse sensazioni aiutano a immergersi totalmente nel presente.

5)Guardarsi attorno e individuare cinque cose che possiamo vedere: un quadro, una lampada, le nostre stesse mani, un libro, una matita… Osservarne i colori e le forme.

4)Trovare nella stanza quattro cose che possiamo toccare: un indumento morbido, un bicchiere freddo, la sedia rigida sotto di noi, la superficie liscia della scrivania…

3)Trovare tre cose che possiamo ascoltare: il nostro respiro, il rumore del traffico in sottofondo, il canto di un uccello…

2)Trovare due cose che si possono odorare.Il profumo del sapone sulla nostra pelle, la carta del libro appena acquistato…

1)Trovare qualcosa da assaggiare: un caffè o un cioccolatino o una mentina…

#)fonte Silhouette giugno 2022