Definire il problema

Quando ci troviamo di fronte ad un problema, che sia di grandi o piccole dimensioni, in base al suo impatto nella nostra vita, siamo colti da smania di andare oltre il problema.

Cerchiamo soluzioni veloci, poco importa se magari non sono efficaci:  la cosa importante è sbarazzarci di ciò che ci fa male, limita o danneggia nel più breve tempo possibile per poi passare alla nostra vera vita, quella che riteniamo sia fuori dal problema per intenderci.

Credo che chiunque stia leggendo queste affermazioni si senta in accordo, perché la soluzione diviene il nostro obiettivo ovvero sbarazzarci del problema. In questo vortice in genere, anche le persone diciamo più illuminate compiono un errore: ovvero non danno una valutazione accurata del problema ovvero non lo definiscono.

Questo passaggio in genere è sorvolato e dato per scontato, ma purtroppo non lo è. Definire il problema da tutte le prospettive è fondamentale. Spesso infatti i nostri preconcetti limitano la visione del problema e di conseguenza la soluzione più idonea.

Definire il problema ci obbliga a concentraci attraverso un procedimento, che ha il compito di evitare che le nostre idee e le nostre interpretazioni possano portarci fuori strada.

Noi umani abbiamo la tendenza a vedere la realtà che conferma le nostre idee e ciò che crediamo di sapere. E’ una sorta di autoinganno che porta ad una soluzione del problema su supposizioni piuttosto che sulla realtà. Rivedere e rivedere le caratteristiche del problema è il miglior modo per arrivare ad una soluzione efficace. Anche qui però c’è un ostacolo: alcune persone tendono a “girare attorno” senza mai decidere per una soluzione. Si creano continuamente gli alibi per non prendere una decisione, ma questo è un altro autoinganno.

In breve non fermatevi alla prima soluzione, definite il problema senza “paraocchi” e valutate il risultato di ogni possibile intervento.

Prima di passare all’azione contate fino a 10!

Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo.

“Anche il viaggio più lungo inizia con il primo passo” dice un vecchio adagio che racchiude una saggezza antica che i tempi moderni con la loro frenesia cercano di oscurare.

Quando siamo di fronte ad un problema tendiamo a volerlo risolvere tutto in una volta e chiaramente nel più breve tempo possibile. Un problema non è un cerotto e ha i suoi tempi. Molte volte, specie per un problema complesso, la cosa più saggia è iniziare da un aspetto, sbloccare e poi passare ad un altro aspetto. Spesso risolvere un problema significa effettuare un cambiamento, ma a noi umani piace troppo stare nella zona di confort per cui spesso, se per risolvere un problema è richiesto un cambiamento, tendiamo a tergiversare. Affrontare il problema in più parti significa anche abituarsi a piccoli cambiamenti e non ad uno solo magari drastico.

Tutti i “grandi” si comportano così: un pezzo alla volta!

Anche alla NASA per poter portare avanti progetti ambiziosi e costosi devono necessariamente passare per varie fasi e noi con i nostri problemi quotidiani, perché non dovremmo utilizzare le stesse strategie?

Cercate soluzioni semplici, non complicatevi la vita. A volte le soluzioni sono dietro l’angolo basta avere il coraggio di guardare e poi c’è un altro adagio (che saggezza nelle dicerie popolari!)  che nel bisogno si aguzza l’ingegno. Se vi date i giusti tempi e spezzettate il problema sarà senz’altro di più rapida soluzione.

Passando per gradi a volte non è necessario fare tutti i passaggi perché spesso slegati allentati i primi nodi il problema di risolve da sé. Certo non sempre si prende il giusto capo della matassa e a volte tocca fare più tentativi. Pensate come un giocatore di scacchi che mentre compie un’azione sta già valutando la mossa conseguente alla precedente.

Spesso vogliamo forzare i tempi per “risolvere il problema” , ma altrettanto spesso non è funzionale. Ogni cosa a suo tempo!

Smettiamola con questa prova costume!!

Facciamo sì che l’estate possa rappresentare un momento di gioia e spensieratezza invece che ansia e preoccupazione.

La famigerata prova costume ormai è arrivata con tutti i sensi di sconforto ed inadeguatezza di chi non corrisponde ai canoni prestabiliti dai social che vuole vedere tutti magri e tonici, ma anche belli e ricchi, ma questo è un altro problema!

Chi non rientra in questi standard tossici vive malamente questa stagione ed è un vero peccato, perché è quella in cui si rallenta e sembra si riesca a vivere con più intensità complici giornate più lunghe e serate fresche. Allora perché non godersela?

Ovunque si guardi (nella realtà virtuale e non in quella reale fateci attenzione!) siamo invasi da corpi magri e tonici fossero tutti modelli! Ciò genera non solo invidia, che comunque è un sentimento negativo, ma anche sensazione di inadeguatezza. Ci sono casi che sfociano nella depressione con manovre di evitamento atte a non mostrarsi in pubblico negandosi di andare in spiaggia, prendere un aperitivo o andare ad una festa.

Sembra necessario sottolineare che per vivere bene l’estate non è necessario essere magri e che le diete dell’ultimo momento sono deleterie per il corpo e per l’autostima.

 Imparate a volervi bene sempre imparando ad accettare il vostro corpo, ma imparando anche che l’attività fisica è utile per mantenere un corpo tonico, ma anche per rilassarsi e disperdere energie negative e che è giusto introdurre alimenti sani che ci fanno bene e non schifezze commerciali che ci riempiono di tossine che oltre a farci sentire gonfi ci rallentano e non ci fanno “ragionare” bene!

Guarire dal trauma in pratica: Esercizi Corporei

Nell’articolo precedente ho evidenziato i fattori che dopo un trauma vanno ad inficiare sui nostri rapporti esterni, ma anche sul nostro corpo. Proprio dal corpo bisogna partire per poter guarire. Vi elenco una serie di esercizi e se siete interessati con il prossimo articolo anche uno schema settimanale da seguire se avrete imparato gli esercizi base. Vi auguro buona lettura, ma anche buon allenamento! La strada per guarire dal trauma è cominciata!

Grounding base: “Sentire i piedi a terra”

Durata: 1-3 minuti
Obiettivo: Tornare nel presente, creare un senso di radicamento.

Come fare:

  • Stai in piedi (o seduto con i piedi a terra).
  • Porta l’attenzione alla pianta dei piedi.
  • Nota la pressione del corpo sul pavimento.
  • Puoi muovere leggermente le dita dei piedi o spostare il peso da un piede all’altro.
  • Inspira e pensa: “Sono qui.”
    Espira e pensa: “Sono al sicuro.”

Contatto contenitivo: “Mani sul corpo”

Durata: 2-5 minuti
Obiettivo: Autoconsolazione, regolare il sistema nervoso.

Come fare:

  • Siediti o sdraiati in una posizione comoda.
  • Appoggia una mano sul petto e una sull’addome.
  • Inspira profondamente e senti il calore delle mani.
  • Puoi anche dire a te stesso: “Sto con me. Va bene così.”
  • Questo gesto può dare un senso di contenimento e conforto.

Esercizio 5-4-3-2-1 (orientamento sensoriale)

Durata: 3-5 minuti
Obiettivo: Riconnettersi al momento presente, utile contro ansia o flashback.

Come fare:

  • Osserva l’ambiente e nomina:
    • 5 cose che vedi
    • 4 cose che puoi toccare
    • 3 cose che puoi sentire con l’udito
    • 2 cose che puoi odorare
    • 1 cosa che puoi gustare
  • Respira lentamente mentre lo fai. Il cervello si riorienta al presente.

 “Pendolamento” (Somatic Experiencing)

Durata: 5-7 minuti
Obiettivo: Allenare il sistema nervoso a tollerare piccole attivazioni.

Come fare:

  • Porta l’attenzione a una sensazione piacevole o neutra (es. il contatto con la sedia).
  • Poi nota leggermente una sensazione spiacevole (es. tensione al collo).
  • Dopo qualche secondo, torna alla sensazione piacevole.
  • Ripeti lentamente il passaggio tra le due sensazioni.
  • Questo insegna al corpo che può tollerare l’attivazione e tornare alla calma.

Oscillazione del corpo (regolazione vagale)

Durata: 2-3 minuti
Obiettivo: Rilasciare tensione fisica e calmare il sistema nervoso.

Come fare:

  • Stai in piedi, piedi alla larghezza del bacino.
  • Inizia a dondolare dolcemente da un lato all’altro, come una canna nel vento.
  • Le braccia possono penzolare libere.
  • Respira lentamente.
  • Lascia che il corpo trovi un ritmo naturale.

Respiro “4-6”

Durata: 2-5 minuti
Obiettivo: Attivare il sistema parasimpatico (rilassamento).

Come fare:

  • Inspira contando fino a 4.
  • Espira contando fino a 6.
  • Ripeti per qualche minuto.
  • Se ti senti a disagio, riduci i tempi (es. 3-4) ma mantieni l’espirazione più lunga.

Ed adesso gli ultimi suggerimenti:Inizia con un solo esercizio al giorno. Se qualcosa ti attiva troppo, fermati e torna a un esercizio più semplice (come il grounding). Lavorare con il corpo richiede “gentilezza, pazienza e ascolto”.

Cerca di volerti bene e rispetta i tuoi tempi!

Le relazioni tra Mente, Corpo e Trauma

Negli ultimi decenni, le neuroscienze e la psicologia somatica hanno rivoluzionato il nostro modo di comprendere la mente e il corpo. Non più entità separate, mente e corpo sono oggi riconosciuti come profondamente interconnessi: ogni esperienza psicologica lascia tracce fisiche, e ogni esperienza corporea influisce sul nostro mondo interiore.

Il trauma è un perfetto esempio di questa interdipendenza.

Nella vita siamo sottoposti a numerosi momenti di crisi e a volte anche a traumi di diversa entità. In alcuni casi abbiamo le capacità di attutire il colpo in altre il trauma ci…traumatizza per anni e può coinvolgere molti aspetti della nostra vita. Il trauma possiamo considerarlo non solo come una ferita della mente, ma un’esperienza profonda che entra nel corpo e disconnette la persona da sé stessa e dagli altri.

Il trauma non è definito solo dall’evento traumatico, ma dalla risposta soggettiva dell’organismo a quell’evento. Un’esperienza può essere traumatica se è vissuta come travolgente, senza possibilità di reazione o integrazione. Non è solo ciò che è accaduto, ma ciò che non è potuto accadere – come l’impossibilità di fuggire, difendersi o ricevere conforto.

Le conseguenze del trauma si manifestano su più livelli:

  • Neurobiologico: alterazioni nel sistema nervoso autonomo, iperattivazione o immobilizzazione cronica.
  • Psicologico: ansia, depressione, dissociazione, attaccamento disorganizzato.
  • Somatico: tensioni croniche, dolori muscolari, disturbi psicosomatici.

 Il trauma rimane impresso nel sistema nervoso, condizionando numerosi aspetti corporei, ma anche le relazioni.

Molti traumi originano nell’ambito delle relazioni, soprattutto nell’infanzia: trascuratezza, abuso, invalidazione emotiva o mancanza di sintonizzazione da parte dei caregiver. Questo viene spesso definito trauma relazionale precoce o trauma dello sviluppo.

A differenza di un trauma acuto (come un incidente o una catastrofe naturale), i traumi relazionali agiscono lentamente, ma in profondità, influenzando la formazione dell’identità, la regolazione emotiva e la capacità di fidarsi degli altri.

Dobbiamo considerare il trauma come un fenomeno integrato: neurologico, corporeo, emotivo, relazionale.

Infatti  il trauma viene “trattenuto” nel corpo e nel sistema nervoso per questo il cammino di “guarigione” è spesso lungo e contorto.

Il trauma dalla mente passa al corpo che manifesta “fisicamente” il problema e quindi diviene necessario agire anche sul piano somatico: le parole a volte non bastano.

Chi ha subito un trauma spesso sperimenta il corpo come un “luogo di pericolo”, e allo stesso tempo può percepire le relazioni come minacciose. Questo doppio livello crea una disconnessione:

  • Il corpo reagisce con sintomi, blocchi o iperattivazione.
  • La mente cerca di controllare, evitare o razionalizzare.
  • Le relazioni attivano vecchie ferite e meccanismi di sopravvivenza.

E’ importante anche ristabilire delle connessioni sicure e promuovere l’integrazione a livello somatico ed emotivo. Per venirne “fiori” è indispensabile creare un ambiente accogliente e non giudicante. Insegnare il non giudizio anche nei confronti di se stessi ed imparare ad accogliere errori o mancanze con indulgenza spesso è un passaggio significativo.

Fortunatamente, se le relazioni possono essere la fonte del trauma, possono anche diventare il luogo della guarigione. Questo avviene attraverso:

  • Relazioni terapeutiche sicure, che offrono sintonizzazione, presenza empatica e regolazione co-affettiva.
  • Relazioni intime consapevoli, in cui si impara gradualmente a fidarsi, comunicare i propri bisogni e ricevere supporto.
  • Pratiche corporee (come yoga, danza-terapia, somatic experiencing) che aiutano a rinegoziare il trauma nel corpo.

Uno degli obiettivi principali nel percorso di guarigione è la regolazione del sistema nervoso. Questo permette di:

  • Sentirsi più presenti nel corpo.
  • Interrompere le risposte automatiche (lotta, fuga o congelamento).
  • Sviluppare nuove modalità di relazione.

Come afferma il prof Bessel van der Kolk che ho avuto modo di conoscere ad un evento a Roma nel 2021 :

“Il corpo accusa il colpo, ma è anche la chiave per la liberazione.”

Vorrei soffermarmi sulle pratiche corporee nella guarigione da trauma poiché sono un grande fattore di aiuto. Quando una persona vive un evento traumatico, il sistema nervoso può restare “bloccato” in uno stato di allerta (ipervigilanza) o di congelamento (dissociazione), anche molto tempo dopo la fine del pericolo.

Principi chiave delle pratiche corporee nel trauma:

  1. Sicurezza – Niente può accadere senza una sensazione di sicurezza.
  2. Lentezza – Il processo è graduale; forzare può essere retraumatizzante.
  3. Consapevolezza del corpo – Tornare a sentire il corpo senza giudizio.
  4. Autonomia – Dare alla persona il controllo sul proprio processo.

Ecco una panoramica delle principali pratiche corporee usate per guarire da esperienze traumatiche:

Somatic Experiencing (SE)

  • Ideato da: Peter Levine
  • Obiettivo: Aiutare il sistema nervoso a completare le risposte di difesa rimaste “in sospeso” (lotta/fuga/congelamento).
  • Tecniche: Portare l’attenzione alle sensazioni fisiche, pendolamento tra sicurezza e attivazione, scarico dell’energia traumatica.

Trauma-Sensitive Yoga (TSY)

  • Sviluppato con: il Trauma Center del Dr. Bessel van der Kolk
  • Caratteristiche: Non direttivo, invita all’ascolto del corpo, senza costringere. Restituisce agency alla persona.
  • Benefici: Aiuta a ritrovare confini corporei, presenza e connessione con sé.

Mindfulness e Meditazione Corporea

  • Pratiche: Body scan, respiro consapevole, grounding.
  • Scopo: Radicarsi nel momento presente, osservare sensazioni senza giudizio, ricostruire un senso di sicurezza.

Tecniche di Grounding

  • Esempi:
    • Sentire i piedi a terra
    • Premere le mani su una superficie
    • Nomina di oggetti nell’ambiente (tecnica 5-4-3-2-1)
  • Funzione: Riportare la mente e il corpo nel “qui e ora”, spezzando dissociazione o flashback.

Dance Movement Therapy (DMT)

  • Uso del movimento per esprimere e rilasciare emozioni represse.
  • Adatta a chi ha difficoltà a verbalizzare il trauma.

Respiro Consapevole e Breathwork

Tecniche come il respiro diaframmatico, il box breathing o il rebirthing possono aiutare a:

  • Ridurre l’ansia
  • Regolare il sistema nervoso autonomo
  • Sciogliere memorie corporee trattenute

Bodywork e Terapie Manuali

  • Esempi: Rolfing, craniosacrale biodinamico, massaggi terapeutici.
  • Nota: Vanno eseguiti solo da operatori formati in trauma-informed care, poiché il tocco può riattivare memorie traumatiche.

Arti marziali dolci (es. Aikido, Tai Chi, Qi Gong)

  • Benefici: Rafforzano senso di centratura, fluidità, confini e presenza corporea in modo non aggressivo.

Le parole fanno la differenza

Molte persone non fanno caso alle parole che utilizzano. Troppo spesso l’uso di un linguaggio “poco educato” avviene già in famiglia. Non è solo colpa dei ragazzi o di un linguaggio “giovanile”. Osservo genitori parlare tra loro usando termini volgari e svalorizzanti e lo stesso fanno con i figli. Non dico di una “parolaccia” uscita in un momento di rabbia o goliardia, ma di parole utilizzate nel linguaggio quotidiano. Per alcune persone parole come grazie, prego, scusa non sono nel dizionario. Peccato. La qualità della nostra vita e le nostre relazioni dipendono moltissimo dal linguaggio che utilizziamo. Ho trattato tante volte questo argomento, ma oggi vorrei utilizzare una storiella trovata sul web. Leggetela e fatemi sapere cosa avete provato leggendola. Attendo i vostri commenti anche sui social!

#”Oggi ho portato due mele in classe.Entrambe belle, lucide, rosse. A occhio nudo, identiche. Ma solo io sapevo la verità: una delle due era caduta più volte prima della lezione. L’avevo raccolta con cura, senza romperla all’esterno. Sembrava perfetta… ma solo all’apparenza.

Ho chiesto ai bambini di osservarle. “Sembrano uguali”, “Devono essere buonissime”, “Mi viene voglia di mangiarle”, dicevano.

Poi ho fatto qualcosa di insolito. Ho preso la mela che avevo fatto cadere e ho cominciato a parlarle male. Le ho detto che era brutta, che non mi piaceva, che aveva un colore spento e un picciolo ridicolo. E ho chiesto ai bambini di fare lo stesso. All’inizio erano confusi. Uno ha sussurrato: “Ma… è solo una mela.”

Ma poi hanno seguito l’esempio: “Fai schifo”, “Nessuno ti vuole”, “Sembri marcia”, “Non servi a nulla”. Poi abbiamo preso l’altra mela. Quella rimasta “amica”. E le abbiamo detto parole belle: “Sei profumata”, “Hai un colore bellissimo”, “Scommetto che sei dolcissima.” Infine, ho tagliato le due mele davanti a loro.

Quella trattata con gentilezza era fresca, chiara, croccante. Quella che avevamo insultato… era molle, scura, piena di lividi dentro. Nella classe calò il silenzio. Nessuno parlava. Nessuno sorrideva. Avevano capito. Le parole che avevamo detto “per finta” a una mela, sono le stesse che ogni giorno qualcuno riceve davvero.

Parole che non si vedono, ma che lasciano segni. Non sulla pelle. Dentro. Ho raccontato ai bambini che anche io, solo pochi giorni fa, ho ricevuto parole che mi hanno ferita. Sorridevo. Sembravo serena. Ma dentro mi sentivo proprio come quella mela: ammaccata in silenzio. Le parole possono colpire più di uno schiaffo. E a volte fanno più male.

Per questo dobbiamo insegnare — ai bambini e a noi stessi — che ogni parola ha un peso. Che si può ferire anche con una frase detta per gioco. E che la gentilezza non è debolezza: è forza. È scelta. È amore.

E sapete cosa mi ha colpito più di tutto?Mentre gli altri insultavano la mela, una bambina si è rifiutata. Ha detto: “Io non voglio dire cose cattive. Anche se è solo una mela.” Quel gesto, così piccolo… vale più di mille lezioni. Le parole possono costruire o distruggere. Sollevare o spezzare. Restare dentro per anni.

La lingua non ha ossa, ma può spezzare un cuore. Usiamola con cura. Per amare, non per ferire. Per includere, non per escludere. Per guarire, non per lasciare cicatrici. Perché dietro ogni sorriso potrebbe nascondersi una mela ammaccata. E le nostre parole… possono fare la differenza.”

#dal web crediti all’autore che purtroppo non conosco!

Race for the Cure 2025 in 150mila per la prevenzione e la speranza

Corro da 26 anni e da altrettanti sostengo le attività della Komen Italia dai tempi in cui mariti, padri e sorelle di pazienti vittime di cancro al seno con le loro mani operose e disponibilità hanno dato coraggio e speranza con quelle prime azioni che portavano la prevenzione fuori dall’ospedale creando la realtà della Race for the Cure.

Quest’anno eravamo in 150mila sostenuti anche dalle istituzioni che si dimostrano sempre più presenti dal Comune al Consiglio dei Ministri. La seconda domenica di maggio come da tradizione è la Festa della Mamma ed è una giornata molto significativa per la partenza della Race For The Cure. Questa edizione 2025 per il suo grande valore è stata inserita anche nel calendario giubilare ufficiale ed in tutta l’area adiacente al Circo Massimo era possibile partecipare con una gara competitiva, una non competitiva oppure fare una “passeggiata” di 2 km. Il mio percorso è sempre quello dei 5 km e corro (cammino ad essere sincera!) dedicandola ad una cara zia morta all’età di 33 anni, ma anche alle amiche che grazie alla prevenzione e alla diagnosi precoce ce l’hanno fatta!

Le grandi protagoniste della Race for the Cure sono le Donne in Rosa (donne che hanno avuto o stanno affrontato il cancro al seno!), che con la loro testimonianza portano a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione. Sono ancora circa 56.000 le donne che ogni anno ricevono una diagnosi di cancro al seno. La prevenzione è sicuramente la maggiore arma di cui disponiamo per far scendere questo numero ancora troppo alto ed ogni azione utile al riguardo è sempre importante.

Aprile dolce dormire

Le giornate si sono finalmente allungate e l’aria della primavera si sta insinuando nelle nostre case e nel nostro spirito. Il proverbio “aprile dolce dormire” fa riferimento alla sonnolenza primaverile che spesso si avverte con l’arrivo del mese di aprile. Dopo i mesi freddi dell’inverno, il corpo inizia a rilassarsi grazie al clima più mite, alle giornate più lunghe e all’aumento della luce solare. Tutti questi fattori influenzano il nostro bioritmo, portandoci a sentirci più assonnati e desiderosi di riposo.

L’origine esatta del proverbio è incerta, ma si tratta di un’espressione antica, probabilmente di origine contadina, legata ai ritmi naturali delle stagioni. Nei secoli scorsi, aprile segnava un momento di transizione: si usciva dal torpore invernale ma non si era ancora nella piena frenesia agricola dell’estate. Era un periodo in cui si poteva ancora godere di qualche ora di riposo prima del lavoro intenso dei campi.

Inoltre, secondo alcune interpretazioni, il “dolce dormire” di aprile sarebbe anche una sorta di invito a rallentare, a prendersi cura di sé, assecondando i bisogni del corpo in armonia con la natura.

La scienza moderna conferma l’intuizione popolare: la primavera può effettivamente causare un senso di stanchezza noto come astenia primaverile. Il cambio di temperatura, l’aumento delle ore di luce, la variazione nei livelli di melatonina e serotonina possono creare uno squilibrio temporaneo nel nostro organismo, facendoci percepire più sonnolenti.

Visto che anche la scienza lo conferma che ne dite di fermarci un attimo e magari chiudere qualche minuto gli occhi? Siamo sempre di corsa e stressati ed un gran numero di persone ha problemi di sonno. Sembra assurdo, ma per dormire abbiamo bisogno di essere rilassati!

#Quando siamo sopraffatti dalla fatica, siamo troppo esausti per incidere a sufficienza sulle condizioni che creano stress. Un essere umano stanco è passivo e rassegnato. Per fare ciò che è necessario per modificare le cose che ci provocano stress ci servono forza e resilienza. E uno dei modi migliori per aumentare il benessere è dormire.

L’uno per cento della popolazione usa fare brevi sonnellini. Perché non tutti? Kemi Alemoru, scrivendo su dazeddigital.com nel giugno 2018, notava: «Il lusso del relax è riservato in genere ai ricchi e fortunati. Una parte della moderna aspirazione a fare fortuna è che tutti sogniamo di potere, un giorno, smettere di sfiancarci al lavoro e avere più tempo per riposare. Esistono decine di studi sull’epidemia di massa della carenza di sonno, indotta dal capitalismo».

Si sta diffondendo sempre più la consapevolezza di quanto facciano bene le brevi pause di sonno. Le esigenze del lavoro e della vita familiare ne fanno un lusso, ma se potete, dormite ogni volta che ne avete l’occasione.

Rebecca Spencer, neuroscienziata dell’università del Massachusetts di Amherst, che si occupa di ricerca sul sonno, ha condotto uno studio che, secondo un articolo della BBC dell’ottobre 2018, «sembra essere il primo a dimostrare che i sonnellini, e non solo il sonno notturno, favoriscono l’elaborazione della memoria emotiva nei bambini. In sintesi, “i bambini sono molto emotivi se non fanno il riposino e ipersensibili agli stimoli emotivi, perché non hanno consolidato il bagaglio delle emozioni vissute nel corso della giornata”».

Il sonnellino aumenta l’autocontrollo, lascia sedimentare le esperienze e consente di accettare le situazioni senza farci provare l’impulso di reagire come se tutto fosse urgente, o un’emergenza. Quel breve periodo di riflessione apre alla persona ben riposata un rifugio da dove osservare e, magari, operare un cambiamento.

“Aprile dolce dormire” è un modo poetico per raccontare un fenomeno reale e universale. Un detto che ci collega al ritmo della natura, e che ci invita a prenderci una pausa, a rallentare e ad ascoltare il nostro corpo. Un consiglio senza tempo, in un mondo che corre sempre più veloce.Allora che aspettiamo approfittiamo di questo mese per concederci qualche momento di sano riposo in più.

#liberamente tratto da Scott Haas/l’arte giapponese del vivere felici . Newton Compton editori

OVERTHINKING: quando pensi troppo…

Overthinking è il termine che indica l’attitudine a pensare troppo. Sembra che le donne ne siano affette più degli uomini, ma questi ultimi non ne sono certo immuni! Pensare troppo a ciò che si è fatto o si deve fare, ripensare fino all’eccesso ogni punto di un progetto o solo di un’idea è a dir poco stressante. Pensare troppo crea disagio e ha conseguenze negative nel quotidiano.

Esaminare minuziosamente ogni aspetto di una situazione cercando di prendere in considerazione tutti i pro e i contro (spesso con pessimismo) finendo poi al punto di partenza con la sensazione di disagio di essersi persi. Bloccati incredibilmente proprio da quel desiderio di capire, fare al meglio e tenere tutto sotto controllo. Un loop dal quale spesso è difficile uscire!

Questo spreco di energia fa sentire svuotati ed incapaci di raggiungere decisioni con grosse conseguenze sull’autostima, ma anche ricadute a livello fisico come tensioni muscolari ed emicrania. Il non riuscire a prendere una decisione porta anche a grossi livelli di ansia che risulta anch’essa paralizzante in un circuito infinito che porta allo sfinimento.

Uno dei segreti è cercare di dividere un progetto in più parti e non pesare di dover far tutto contemporaneamente. Fare un passo alla volta permette un migliore risultato, correggere eventuali errori e porta più facilmente al risultato. Non guardate il picco della montagna, ma partendo dalle pendici proseguire con grado fermandosi quando serve. A volte mettere per iscritto i vari passaggi e segnando quelli già compiuti aiuta a mettere ordine anche nella testa.

Esistono comunque varie tecniche per contrastare l’overthinking che hanno lo scopo di distogliere la mente dai pensieri ossessivi. Uno molto efficace è il Training autogeno che si base sulla respirazione profonda, ma ha i suoi tempi tecnici per apprenderlo.

#)In un libro appena uscito Smetti di pensare troppo, Edizioni Lswr, Nick Trenton, psicologo americano e celebre “mental coach” negli USA, propone tecniche che possono aiutarci a ridurre l’ansia e a uscire dall’overthinking. Ecco quella del  5-4-3-2-1 che innesca una distrazione, perché il cervello viene impegnato attraverso i cinque sensi e non si perde più seguendo i pensieri. Proprio le diverse sensazioni aiutano a immergersi totalmente nel presente.

5)Guardarsi attorno e individuare cinque cose che possiamo vedere: un quadro, una lampada, le nostre stesse mani, un libro, una matita… Osservarne i colori e le forme.

4)Trovare nella stanza quattro cose che possiamo toccare: un indumento morbido, un bicchiere freddo, la sedia rigida sotto di noi, la superficie liscia della scrivania…

3)Trovare tre cose che possiamo ascoltare: il nostro respiro, il rumore del traffico in sottofondo, il canto di un uccello…

2)Trovare due cose che si possono odorare.Il profumo del sapone sulla nostra pelle, la carta del libro appena acquistato…

1)Trovare qualcosa da assaggiare: un caffè o un cioccolatino o una mentina…

#)fonte Silhouette giugno 2022

I segreti del Non Detto

Probabilmente non vi siete mai soffermati su un fatto molto particolare che avviene tra persone: in buona parte, la nostra comunicazione è non verbale. Non è mia intenzione fare un trattato di comunicazione non verbale, ma sicuramente il mio intento è quello di farvi fermare a riflettere. Già la maggior parte delle persone non ascolta cosa ha da dire l’altro, perché o lo interrompe o sta già pensando ad una risposta e quindi presta poca attenzione a quello che l’altro dice. In più spesso non è che ci manchino le parole, ma non riescono a catturare ciò che abbiamo in comune con chi abbiamo di fronte a noi. Spesso non condividiamo genere, etnia, livello di istruzione, classe economica o opportunità, e quindi non abbiamo le stesse parole per descrivere le rispettive vite.

Le parole entrano nell’interazione non verbale, ma non sono al centro. Le parole, inoltre, possono comunicare supposizioni, giudizi e opinioni, lo sappiamo tutti, e gli equivoci sono all’ordine del giorno. È meglio non alzare barriere, a volte è meglio cercare un contatto attraverso gesti sfumati.

Possiamo provare a relazionarci con le persone ascoltando senza parlare, osservando la postura, l’espressione del volto e il tono di voce.

Si tratta di un fenomeno ben noto, documentato in letteratura da psicologi come Albert Mehrabian, che nel suo libro “Nonverbal Communication” ha scritto dell’importanza del tono di voce e dell’espressione facciale, fondamentali nell’interazione sociale. Secondo Mehrabian, «il 55% della comunicazione è linguaggio del corpo, il 38% è il tono di voce e il 7% sono le parole effettivamente pronunciate».

Be’, forse, e non tutte le volte, dipende dall’interlocutore e dalla situazione, ma è difficile non essere d’accordo con il concetto di fondo, ossia che tra le persone passa tantissimo non detto.

Riflessioni liberamente tratte da:  Scott Haas / l’Arte giapponese per vivere felice Newton Compton editori